attualità

Sei mesi di rivolta nelle pagine di Hadia "Ecco il nostro inferno sotto le bombe", di Haida G.

Hadia, 37 anni, insegnante di Tripoli, tiene un diario dall´inizio della rivolta libica. Ha autorizzato Repubblica a pubblicarne alcuni stralci.
21 marzo
Secondo giorno di bombardamenti della Nato. Sentiamo gli scoppi ma non molto forte. Sono invidiosa di quelli che abitano più in centro e dicono che sta grandinando. Vogliono dire che stanno bombardando ma usano metafore perché i telefoni sono controllati. Essere prudenti è così radicato che lo facciamo anche se in questo momento è stupido. Sappiamo che Misurata è attaccata dai tanks di Gheddafi che sono entrati in città come hanno fatto due settimane fa a Zawiya. Entrano con i carri e bombardano. Combattono dove viveva mia sorella e dove abita ancora la famiglia di suo marito. Spero che abbiano avuto il tempo di fuggire.
5 APRILE
Un altro strano giorno. Voglio solo che il tempo passi. E quello stupido di Erdogan, il leader turco, fa di tutto per rallentare i bombardamenti della Nato. Il primo ministro algerino dice che qui c´è Al Qaeda quando è lui che fa passare armi e benzina dalla frontiere per i soldati di Gheddafi.
16 APRILE
I cugini a Nalut devono lasciare il paese per andare in Tunisia. Forse domani se possono. Le forze di Gheddafi stanno bombardano verso le frontiera per non far fuggire le persone. La gente di Nalut non ha più acqua né cibo. L´assurdità è che questo paese ricco di petrolio e che manda il gas in Italia non ha voluto fare tubature dell´acqua per la sua gente costretta ad andare ancora ai pozzi.
3 MAGGIO
Ieri Gheddafi ha detto che uno dei suoi figli è morto nel bombardamento Nato. Non è vero, è una pagliacciata. Nessuno ha mai sentito parlare di questo figlio. Non esiste. Seicentomila persona sono già fuggite dal paese, 12mila sono stati uccisi e almeno quarantamila sono spariti. Ognuno di noi conosce qualcuno che è stato ucciso e che è sparito. Mi sento il cuore a pezzi per loro.
11 MAGGIO
È un momento emozionante. C´è stata una conferenza in Bahrein dove i rappresentanti delle città libiche si sono incontrati per la prima volta e ciascuna ha parlato dei suoi problemi. È per la prima hanno suonato il nuovo inno nazionale e tutti hanno pianto.
1 GIUGNO
Oggi la Nato ha bombardato ancora. Più vicino a me questa volta. Per la prima mia nipote ha avuto paura anche se gli abbiamo spiegato che non siamo noi il bersaglio. Ho visto il fuoco e mi sorprendo a sentirmi felice mentre mi cadono le bombe addosso.
13 GIUGNO
È uno dei giorni in cui i nostri ragazzi di Zentan hanno avuto più morti. Dicono che ne hanno ucciso almeno dieci. Tutto però in Libia si muove: il sud, l´est, il nord e l´ovest. I ragazzi hanno preso il controllo di qualche quartiere a sud di Misurata. È arrivato il presidente di un piccolo Stato russo ed ha giocato a scacchi con il nostro matto mentre la gente veniva ammazzata.
10 AGOSTO
Neanche mezz´ora di corrente stamattina. Tutti dormiamo con un occhio aperto per avere un segno del ritorno dell´elettricista. Appena sentiamo un elettrodomestico scosso dalla corrente corriamo a mettere in carica telefoni e computer, riempire le cisterne d´acqua e soprattutto cercare le ultime notizie in tv. I cugini di Nalut ora che sono liberi hanno riparato il generatore e hanno la corrente.
13 AGOSTO
Un amico mi dice che i ragazzi a Tripoli sono pronti e organizzati ma hanno bisogno di più munizioni per l´assalto finale. Sembra che tutti si stiano preparando per l´assalto. C´è un incredibile fermento in città. La data prevista per l´attacco finale a Gheddafi è il 17 o il 20.
17 AGOSTO
Finalmente il cecchino che stava qui nel bosco di fronte è stato preso dalle bombe della Nato. I cugini che vivono a Swani mi dicono che sentono rumore di battaglia. Vuol dire che stanno arrivando i nostri ragazzi.
20 AGOSTO
D-Day. I ragazzi dovrebbero arrivare a Tripoli. Il mio amico che fa il cecchino per la rivoluzione mi telefona dicendomi che i miei cugini verranno per una visita. Vuol dire che arrivano i liberatori. Mio fratello mi chiama dicendo che qualcuno arriverà anche dal mare. Sono benvenuto da qualsiasi parte arrivino. Li sto aspettando e sono pronta ad aiutarli. Oggi abbiamo avuto solo cinque minuti di elettricità e si può sentire il rumore delle bombe a mano.
21 AGOSTO
I detenuti della prigione di Abousalin sono stati liberati: quattromila persone. Un amico di mio cugino era lì dentro solo per aver partecipato ad una manifestazione nei mesi scorsi. Anche l´altra grande prigione di Jdeyda è stata aperta e il fratello di mio cugino è riuscito a scappare. Tutto si è mosso in un momento. Non so che pensare. Le notizie arrivano ad una tale velocità che non puoi capire. Per tutta la giornata abbiamo aspettato i ragazzi della montagna. Senza telefono e senza elettricità. Mio fratello che è a Londra ha visto su Sky che i ragazzi sono nei sobborghi. Hanno problemi con i cecchini ma stanno arrivando. In Tripoli i ragazzi sono tutti fuori e bloccano le strade ma le forze di Gheddafi li attaccano con i carri e ci sono molti morti. E´ sera quando sentiamo sparare davanti a casa. Non sappiamo chi sia. Abbiamo paura ma poi mio cugino ha avuto una telefonata: sono i ragazzi della montagna. Siamo liberi.

La Repubblica 25.07.11

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“Com´era triste la città del raìs”, di TAHAR BEN JELLOUN

Arrivando a Tripoli si ha l´impressione di trovarsi in un film ambientato alla fine degli Anni ´50. Muri nudi, negozi con vetrine che espongono vestiti fuori moda da tempo. Nessun poster pubblicitario. Una città triste: se all´orizzonte non ci fosse il mare, tutto sarebbe grigio come un film in bianco e nero girato senza budget.
Sulla Corniche non c´è illuminazione. Esistono alcuni grandi hotel per uomini d´affari stranieri, ma nessun albergo di livello medio per i turisti.
La struttura della città è semplice: non si rischia certo di perdersi. Ed è come se vivesse sotto anestesia, sia locale che generale. Non c´è vita notturna. Tutte le donne, giovani o meno, nascondono i capelli sotto il velo. Gli uomini portano abiti grigi, di una tristezza che dà l´emicrania.
Uscendo dalla città, sulla strada che conduce al sito cartaginese di Sabratha, si incontrano una serie di grandi poster con foto del colonnello Gheddafi. Ogni tre o quattro chilometri lo si può vedere in abbigliamenti sempre diversi: Gheddafi in divisa da ufficiale superiore dell´esercito, il petto irto di medaglie (mi sono sempre chiesto dove le acquistino queste medaglie che i dittatori amano esibire, anche se notoriamente non corrispondono a nessuna azione bellica). O ancora Gheddafi in costume da deserto, la faccia nascosta da grandi occhiali neri; in abito tradizionale musulmano; vestito da africano, e così via. Tutta la strada è costellata di questi immensi, ridicoli poster. Le auto in circolazione sono pochissime. La gente non saprebbe dove andare. Dato che da Tripoli a Bengasi la distanza è di mille chilometri, si prende l´aereo.
Più triste ancora è il fatto che la popolazione sia stata mantenuta in uno stato letargico, in cui la vita è ridotta ai minimi termini: casa e lavoro. I pochi tripolitani che possono spendere vanno nei bar dei grandi alberghi; gli altri tornano a casa e guardano l´unico canale tv consentito dallo Stato. Hanno visto Gheddafi, bevuto Gheddafi, mangiato Gheddafi fino al giorno in cui si sono messi a vomitare Gheddafi.
Tripoli è la capitale della demagogia “rivoluzionaria”: il pane, il latte, l´olio, lo zucchero e altri prodotti di prima necessità sono venduti a prezzi simbolici (pochi centesimi); gli alloggi sono in generale di proprietà di chi li abita. Dunque tutto va bene! La Jamahiriya (la Repubblica delle masse) provvede ai bisogni del popolo. Cosa chiedere di più?
Ho incontrato a Tripoli un docente universitario, coltissimo e molto simpatico. Prima di partire gli ho detto: «Se viene a Parigi, ecco le mie coordinate». Mi ha risposto con un sorriso: «Sarà ben difficile che io venga a Parigi. Non riuscirò mai a mettere da parte i soldi per pagarmi il viaggio. Il mio stipendio è così basso che dovrei risparmiare per molti anni per potermi allontanare dalla Libia – sempre che la polizia mi permetta di partire».
La dittatura di Gheddafi non è stata altro che una serie di incoerenze e di follie, con la schiavitù quotidiana imposta al popolo. Tutti dovevano fare le stesse cose. È riuscita a congelare il pensiero, a scoraggiare (con l´assassinio) ogni opposizione, comprimendo l´intelligenza ai più bassi livelli. Oggi che questo iettatore sta cadendo (e cadrà, come Saddam, a pezzi) lascia un popolo confuso e impreparato, che non ha mai appreso a ragionare politicamente. I libici passeranno dalla sala di rianimazione di un grande ospedale a un immenso spazio di libertà. Bisognerà accompagnarli e aiutarli, poiché la maledizione di Gheddafi è crudele. Anche da morto, magari impiccato come Saddam, Gheddafi lascerà tracce della sua patologia.
Da giovane, quand´era un soldato dell´esercito libico, aspirava a diventare attore cinematografico. Aveva inviato le sue foto a una rivista egiziana specializzata in resoconti sulla vita di attori e attrici. Ma poiché nessuno lo aveva notato, questo candidato allo spettacolo focalizzò tutta la sua energia sul suo modello politico: il raìs egiziano Gamal Abdel Nasser. Fu così che decise di organizzare un colpo di stato e di impadronirsi del Paese. Se si fosse dato al cinema, oggi sarebbe un vecchio attore senza futuro. In politica, è diventato un assassino di cui la storia tratterrà il nome, se non altro per risputarlo.
Ma Tripoli, e soprattutto i siti archeologici di questo Paese, quali Sabratha, fondata nel V secolo a.C., Leptis Magna, Oea (città antica), Cirene, Barca, ecc., tutte assai ben conservate, grazie al talento degli archeologi italiani e francesi, faranno della Libia, nel prossimo decennio, una delle mete turistiche più richieste.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

La Repubblica 25.08.11

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