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"Il mercato impeccabile", di Giorgio Ruffolo

La più grave crisi capitalistica dopo quella degli anni Trenta del secolo scorso, che precipitò nella grande depressione, non ha intaccato la fede liberista nell´infallibilità dei mercati, anzi del Mercato. Angelo Panebianco ne offre un perspicuo esempio quando (sul Corriere della Sera) trancia con eleganza la questione suprema della superiorità del Mercato sullo Stato come gestore specializzato efficace delle grandi interdipendenze economiche. Per efficace intende, penso, capace di raggiungere e mantenere equilibri stabili. Lo Stato, invece, sarebbe il portatore di interessi particolari, nazionali e democratici destinati per loro natura a turbare i processi di interdipendenza. Insomma, un disturbatore istituzionale.
Posizione elegante ma a mio parere infondata per due ragioni.
La prima è che una posizione di interdipendenza stabile la si può conseguire in vari modi e con varie combinazioni di distribuzione del reddito e del potere. La può raggiungere la Svezia e la mafia; quest´ultima, dal punto di vista del governo delle interdipendenze, in modo efficacissimo. Una posizione di equilibrio può essere raggiunta in condizioni di tendenziale equilibrio distributivo o in condizioni di suprema iniquità. Ora a me pare che Svezia e mafia non siano modelli equivalenti.
Ma la seconda ragione è ancor più importante. Il Mercato infatti in molti casi non riesce a raggiungere un equilibrio stabile ma instaura situazioni instabili o addirittura esplosive. Ciò avviene quando le relazioni economiche non sono di natura compensativa (mi spiego: quando ad esempio un aumento della domanda di beni provoca un aumento dei prezzi che ne riduce l´eccesso) ma quando sono di natura cumulativa (ad esempio un aumento della domanda dei titoli ne aumenta il valore e induce ulteriori aumenti della domanda: le famose bolle).
Non è proprio questo che è successo in America all´inizio di questo secolo?
Ma la crisi americana va molto al di là dell´ormai famoso fenomeno dei sub-prime (proliferazione dei crediti immobiliari rischiosi). Essa affonda le sue radici in una condizione di progressiva distribuzione squilibrata dei redditi. La liberazione dei movimenti di capitali promossa dai Paesi anglosassoni all´inizio degli anni Ottanta, promuovendo un ritorno del capitalismo all´obiettivo del massimo profitto nel minimo tempo, ha esasperato, a causa della globalizzazione e del mutato rapporto di forza tra capitale e lavoro (e tra capitalismo e stati nazionali), le diseguaglianze. La politica dei redditi, cardine di un compromesso storico tra capitalismo e democrazia, nel quale il capitalismo accettava una “normalizzazione” dei profitti e i sindacati dei lavoratori una moderazione delle loro rivendicazioni, è saltata. La diseguaglianza tra redditi di capitale e redditi di lavoro è divenuta mostruosa. Gli effetti depressivi di tale “mutazione” capitalistica sulla domanda sono stati brillantemente evitati grazie a un ricorso massiccio all´indebitamento e al suo continuo rinnovo. L´economista Marc Bloch ha affermato che il capitalismo finanziario era diventato il solo regime economico nel quale i debiti non si pagano mai. La liquidità mondale della moneta (nelle sue forme più varie) aveva raggiunto per effetto di questa accumulazione debitoria nei riguardi dei posteri, nel 2007, alla vigilia della crisi, un livello stratosferico, superiore di dodici volte a quello del prodotto reale mondiale. Purtroppo però neppure i mercati fanno miracoli. Le onde che si accavallano finiscono per infrangersi sulla riva.
Questo è esattamente ciò che è accaduto in America generando una crisi che minaccia oggi di risolversi in recessione. L´immensa liquidità si è di colpo prosciugata, ma gli immensi debiti sono rimasti. Qualcuno doveva pur assorbirli perché il sistema non andasse in malora. E non poteva essere che “il disturbatore” del mercato, lo Stato. L´indebitamento privato si è dunque convertito in indebitamento pubblico attraverso un gigantesco salvataggio e – finale grottesco del dramma – le agenzie di rating, che non avevano mosso ciglio di fronte all´”euforia irrazionale” dei mercati (l´espressione è dell´ex governatore della Banca Centrale americana Greenspan), hanno bocciato gli Stati colpevoli dei loro debiti dando un´altra bella spinta alla crisi.
Dunque non c´entra niente la pressione “democratica”. Tanto meno c´entra Keynes, morto e sepolto nel lungo termine, tirato in ballo a sua insaputa da altri illustri liberisti. L´inflazione finanziaria che ha dato origine alla crisi nasce tutta dai mercati che hanno gestito male assai la loro funzione di governo delle interdipendenze; ed è stata sostenuta e amplificata dal governo più liberista del mondo. A meno che sia una quinta colonna keynesiana ad essersi infiltrata alla Casa Bianca e alla Banca Centrale americana, con indiscutibile successo.

La Repubblica 27.08.11

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