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"La manovra delle bollicine", di Massimo Giannini

Una volta tanto il presidente del Consiglio è stato di parola. «Ho messo da parte le bottiglie per brindare all´accordo», ha detto durante il vertice di maggioranza ad Arcore. Dopo oltre sette ore l´intesa è arrivata. Ma dall´estenuante braccio di ferro di Villa San Martino è uscito esattamente quello che Berlusconi auspicava: una «manovra-champagne». All´apparenza, spumeggiante e piena di bollicine. Nella sostanza, sempre più inconsistente e piena di buchi.
La partita politica dentro il centrodestra si chiude con un esito chiarissimo. Ora tutti alzano i calici, fingendo di aver portato a casa il risultato. La verità è ben diversa. L´unico vincitore è il Cavaliere, che ha messo in riga Tremonti e Bossi. «Non metto le mani nelle tasche degli italiani», aveva tuonato il premier. In nome di questo slogan da propaganda permanente, ha preteso e ottenuto la cancellazione del contributo di solidarietà sui redditi superiori ai 90 mila euro. Così, almeno in parte, ha evitato quel bagno di sangue perpetrato soprattutto ai danni del ceto medio, che avrebbe avuto un costo elettorale per lui insopportabile. Era l´unico obiettivo che gli stava a cuore. L´unico vessillo, psicologico e quasi ideologico, che voleva issare di fronte ai cittadini-elettori.
C´è riuscito. Ma ai danni dei suoi alleati. E anche ai danni del Paese. La «manovra-champagne» è solo un´altra, clamorosa occasione mancata. È confusa né più né meno di quelle che l´hanno preceduta. È altrettanto povera di senso e di struttura. Soprattutto, è altrettanto ininfluente sul piano del sostegno alla crescita, per la quale non c´è una sola misura di stimolo. E dunque è altrettanto depressiva sul piano dei redditi, dei consumi, degli investimenti, dell´occupazione. D´altra parte, non poteva non essere così. Tre manovre radicalmente diverse, affastellate in un mese e mezzo, sono il segno inequivocabile del caos totale che regna dentro una maggioranza pronta a tutto, pur di galleggiare e di sopravvivere a se stessa.
Berlusconi ha ridicolizzato Tremonti. Il ministro dell´Economia aveva annunciato una prima manovrina all´acqua di rose a giugno, spiegando che l´Italia era a posto sul debito e sul deficit. Travolto dalla crisi europea e dall´ondata speculativa dei mercati, ha presentato una manovra-monstre da 45 miliardi a luglio, spiegando che «in cinque giorni tutto è cambiato». Si è presentato ad Arcore chiedendo che quel pacchetto d´emergenza non fosse toccato, per evitare guai con la Ue e traumi sugli spread. Ebbene, quel pacchetto, al vertice di Arcore, non è stato «toccato»: è stato totalmente distrutto. Della manovra tremontiana di luglio non resta quasi più nulla. Salta il contributo di solidarietà, saltano i pur risibili tagli ai costi della politica, salta la cancellazione dei piccoli comuni.
Berlusconi ha umiliato Bossi. La Lega pretendeva la supertassa sugli evasori fiscali e la salvaguardia delle pensioni «padane». Non ha spuntato niente. La maxi-patrimoniale si è annacquata in un più tollerante giro di vite sulle società di comodo alle quali i lavoratori autonomi intestano spesso appartamenti, auto di lusso e barche. Quanto alla previdenza, il Senatur non solo non salva le camice verdi, ma deve incassare un intervento a sorpresa sulle pensioni di anzianità dalle quali, ai fini del calcolo, verranno scomputati gli anni riscattati per la laurea e il servizio militare. Peggio di così, per il Carroccio, non poteva andare. A dispetto dei trionfalismi di Calderoli, ormai ridotto a un Forlani qualsiasi.
La partita economica sul risanamento, viceversa, si chiude con un esito assai meno chiaro. La rinuncia al contributo di solidarietà (congegnato in modo iniquo perché non teneva in alcun conto i carichi familiari e il cumulo dei redditi) attenua solo in parte il grave squilibrio della manovra, che resta comunque fortemente sbilanciata sul fronte delle tasse. L´aumento delle aliquote Iva è solo rinviato alla delega fiscale e assistenziale. La riduzione di 2 miliardi dei tagli a comuni e regioni non impedirà l´aumento delle addizionali Irpef e l´abbattimento dei servizi sul territorio e del Welfare locale. L´intervento sulla previdenza è solo un´altra «tassa sul pensionato», ed è lontano anni-luce dalla riforma che servirebbe al Paese per stabilizzare definitivamente la spesa, cioè il passaggio al sistema contributivo pro-rata per tutti.
Così riformulata, questa terza manovra berlusconiana è piena di buchi. Come si arrivi ai 45 miliardi promessi resta un mistero, ancora più insondabile di quanto non lo fosse già la seconda manovra tremontiana. Quanto valgono le misure anti-elusione contro le società di comodo? Quanto frutteranno i maggiori poteri attributi ai comuni nella lotta all´evasione? Nessuno lo sa. Le uniche certezze riguardano quelli che sicuramente pagheranno fino all´ultimo euro il costo di questo ennesimo compromesso al ribasso firmato dalla coalizione forzaleghista. Gli enti locali, per i quali restano tagli nell´ordine dei 7 miliardi. I dipendenti pubblici, per i quali restano lo stop degli straordinari, il differimento del Tfr e il contributo di solidarietà, oltre tutto non più deducibile. E adesso anche le cooperative, per le quali si profila una drastica riduzione della fiscalità di vantaggio. Un blocco sociale ed economico vasto, ma con un denominatore comune: non appartiene alla constituency elettorale del centrodestra. È stato «selezionato» per questo. E per questo merita lacrime e sangue.
Certo, da consumato spacciatore di merchandising politico, nella «sua» manovra Berlusconi ha voluto anche le bollicine. Il contributo di solidarietà solo per i parlamentari. La soppressione di tutte le province e il dimezzamento del numero dei parlamentari. Misure che fanno un certo effetto mediatico e simbolico. Sono rigorosamente affidate a disegno di legge costituzionali (dunque non si faranno in questa legislatura, e quindi probabilmente non si faranno mai). Ma a sentirle annunciare, sembrano colpire al cuore la «casta» che il Cavaliere (pur facendone parte) finge di disprezzare.
Resta un problema, drammatico per il Paese, che misureremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni. La «manovra-champagne» la puoi far ingoiare a un po´ di pubblico domestico, meno informato o male informato dai bollettini di Palazzo Grazioli. Ma fuori dai confini della piccola Italia, purtroppo, è tutta un´altra storia. I finanzieri della business community, i tecnocrati della Bce e i partner dell´Unione Europea, sono la moderna «società degli apoti» di Prezzolini: loro non la bevono.

La Repubblica 30.08.11

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Silvio grida vittoria “Resto fino al 2013”. ll Cavaliere canta vittoria ma ora il Tesoro avverte “Mancano quasi 5 miliardi”, di CARMELO LOPAPA

«È fatta, siamo riusciti a non mettere le mani in tasca agli italiani, ma è stata dura». Quando il corteo di auto blu lascia Villa San Martino dopo sette ore di qualcosa che ha somigliato più alla trattativa sindacale che a un vertice, Berlusconi resta da solo in casa con Alfano e Ghedini ed è allora che tira il sospiro di sollievo. Ha voglia di stappare lo champagne che aveva messo in fresco per festeggiare la svolta che, dice, gli «spianerà il cammino fino al 2013». È riuscito a cambiare i connotati alla manovra approvata 17 giorni prima, certo. Quel che il Cavaliere non può sapere è che negli stessi istanti, lontano da lì, i tecnici del ministero delle Finanze stanno già facendo due conti sulla manovra appena rivoltata come un calzino scoprendo che ora mancano all´appello almeno 4,2 miliardi di euro sui 45 che si dovranno reperire col decreto. E a sera tanto bastava per lasciar serpeggiare dentro lo stesso Pdl lo spettro di un nuovo intervento sui conti a fine anno. Molto dipenderà dalla reazione dei mercati da oggi e da quella di Bruxelles nei prossimi giorni.
Ma è un altro genere di saldo che in queste ore interessa al presidente del Consiglio: quello politico. Si considera il vincitore indiscusso al tavolo di Arcore, soprattutto per aver cancellato del tutto il contributo di solidarietà che sapeva di «tassa alla Visco». Colpo di spugna, perfino sopra i redditi da 200 mila euro. «Avete visto Giulio? Sembrava un agnellino, non pareva lui», commenta compiaciuto a fine giornata, sebbene proprio con il suo ministro dell´Economia si sono registrati i momenti di maggiore tensione. Soprattutto quando si è aperto il capitolo Iva. Berlusconi, e con lui Alfano e i capigruppo Pdl, decisi ad alzarla di un punto per garantire un gettito da 5 miliardi di euro. Tremonti che non recede e rilancia col suo consueto stile professorale («Ora vi spiego…»). Alla fine la spunterà il ministro, nella misura in cui dopo molteplici insistenze riuscirà a convincere tutti che l´aumento dell´Iva andrà fatto, ma in un secondo tempo. E che ora si può provvedere diversamente. Raccontano che abbia messo a punto lui, forte della pluriennale esperienza da tributarista, la stretta fiscale per colpire barche, auto di lusso e velivoli intestati a società di comodo. Sebbene anche qui resti l´incognita sull´effettivo gettito. Lo stesso ministro non riuscirà a spuntarla invece sulle pensioni, dossier sul quale Alfano, Calderoli e Maroni hanno fatto scudo, dopo l´accordo chiuso tre giorni fa. Fatto salvo l´unico affondo sul riscatto degli anni universitari e da militare. Detto questo, chi ha partecipato al vertice ha parlato non senza malizia di un Tremonti «nuova versione, dialogante e costruttivo: avrà preso atto dell´isolamento». Il professore in realtà a fine incontro andrà via soddisfatto, convinto di aver vinto la sua battaglia sull´Iva. «Don Giussani ha fatto il miracolo» avrebbe commentato il ministro fresco di Meeting Cl.
Altro pepe al vertice lo metterà Roberto Maroni, in due distinti momenti. A metà giornata, quando ricorda che «da qui dobbiamo uscire con il dimezzamento dei tagli ai comuni, perché abbiamo preso un impegno». Ma ancor più quando nel tardo pomeriggio lascia il tavolo per raggiungere e rassicurare i sindaci riuniti in assemblea dopo la marcia su Milano. Torna ad Arcore e avverte Berlusconi, Bossi, Tremonti e gli altri: «Guardate che se riduciamo solo di 2 milioni i tagli ce li ritroviamo tutti contro, a cominciare dai nostri». Ma i buoni propositi del big sponsor degli enti locali si sono infranti contro il muro dei numeri. Perché c´è poco da stare allegri, ha ricordato a tutti ancora Tremonti, richiamando i commensali alla dura realtà della crisi italiana. Legge infatti le agenzie che avevano appena battuto la notizia delle previsioni di crescita del Fondo monetario internazionale, che risultano ancora più negative del previsto, per l´Italia: crescita non più all´1 ma inchiodata allo 0,8 per quest´anno. Dunque, «meglio rispettare con rigore le stime della manovra approvata due settimane fa». D´altronde, il Carroccio si può accontentare dello stop sulle pensioni, anche se i pidiellini racconteranno di un Bossi andato via di umore nero. Ma più perché dolorante e annoiato, sembra, che non per il rospo che ha dovuto ingoiare col ddl costituzionale sulla cancellazione delle province. In futuro, chissà quando. Sebbene il presidente della commissione Affari costituzionale del Senato, Carlo Vizzini, fa sapere che insieme con quello sul dimezzamento dei parlamentari saranno incardinati già la prossima settimana.
Adesso, vertice Pdl a metà settimana per decidere l´apertura a un paio di emendamenti del terzo polo. Poi la blindatura della manovra con la fiducia quando approderà in aula già al Senato.

La Repubblica 30.08.11

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