attualità, politica italiana

"Il premier: un pasticcio e la colpa è di quei tre…", di Carmelo Lopapa

Dice che su questo «pasticcio» lui non vuol «mettere la faccia». Che la risolvano Tremonti e Calderoli e Sacconi, al più presto, la grana dei conti che non tornano. Che lui da ieri sera e per tutta la giornata di oggi si occuperà «solo di Libia», tentato perfino dal disertare il Consiglio dei ministri di stamattina. D´altronde deve volare a Parigi per la conferenza internazionale in programma nel pomeriggio. Per Silvio Berlusconi l´accordo valido è quello siglato a casa sua lunedì scorso. Certo, fatta salva la norma-boomerang sul riscatto degli anni universitari e del servizio militare. È stata cancellata con tutta fretta ieri mattina dallo stesso artefice della trovata, il ministro del Welfare, al termine del faccia a faccia avuto col collega leghista Calderoli. Emerge adesso che al vertice di lunedì Sacconi aveva fatto sapere che i beneficiari sarebbero stati non più di 3-4 mila e che sulla disposizione c´era la copertura di Cisl e Uil. Si è scoperto martedì mattina che coloro che avevano riscattato laurea e militare erano qualcosina in più: appena 600 mila. E che i sindacati (tutti) erano pronti alla rivolta. Marcia indietro, dunque. Ma tanto è bastato per allargare la falla dell´ammanco, passato dai 5-6 miliardi stimati informalmente dalla Ragioneria dello Stato dopo la riscrittura della manovra, ai 7-8 di ieri. Dato che, dal congelamento del riscatto ideato ad Arcore, il governo stimava di ricavare almeno 1,5 miliardi di euro. Spariti anche quelli. Ecco perché a fine giornata, chiuso a Villa San Martino e parecchio infastidito dal disordine generale sulle cifre e dalle polemiche in libertà dei suoi, il Cavaliere lascia intendere che l´ipotesi di innalzare di un punto l´Iva, addirittura di 1,5, resta sullo sfondo, come extrema ratio. Quasi un monito all´indirizzo del ministro dell´Economia Tremonti, che di un intervento sull´imposta sul valore aggiunto continua a non voler sentire parlare. Allora provveda lui in altro modo, è quanto gli manda a dire il presidente del Consiglio. Sulla testa di tutti i ministri resta la spada di Damocle di un ulteriore giro di vite sui bilanci dei ministeri, già al momento spazzolati per 6 miliardi di euro. La riunione di governo di questa mattina sarà dedicata ad altro, si affretta ad anticipare Palazzo Chigi per disinnescare tensioni e aspettative della vigilia. Quel che tutti sanno è che di manovra invece si parlerà, eccome, al termine del cdm, quando Tremonti, Calderoli, Maroni, Nitto Palma e Sacconi dovrebbero essere raggiunti da Alfano.
E in testa all´agenda c´è la misura messa a punto nelle ultime 36 ore da Roberto Calderoli. Il ministro della Semplificazione ne avrebbe discusso al telefono con Tremonti e con il segretario Pdl. A sentire i pidiellini ci sarebbe un sostanziale via libera. Si tratterebbe di un inasprimento delle norme antievasione, con un aggravio di pena per i reati fiscali gravi, fino al carcere. Il tutto camminerebbe di pari passo con una sorta di concordato: il recupero delle migliaia di contribuenti che hanno fatto i furbi in occasione dell´ultimo condono fiscale varato da un governo Berlusconi, quello del 2003. In quell´occasione, tanti evasori hanno pagato la prima rata per bloccare il procedimento penale. Salvo poi disertare tutti i successivi step col fisco. Ebbene, la macchina del Tesoro metterebbe ora nel mirino quei piccoli-grandi evasori per recuperare – stando alle prime stime – circa 4 miliardi di euro. Il tutto, tramite una maggiorazione delle rate già previste. E col divieto assoluto, per i «condonati», di aderire in futuro a ulteriori condoni. Al lavoro, gli uffici tecnici del Tesoro e di Palazzo Chigi. Per tutta la giornata, sulla scia del caos e della ricerca forsennata di soluzioni, si è parlato con insistenza anche di un nuovo condono tombale. Perfino di un condono edilizio-blitz all´orizzonte. Voci tuttavia smentite in serata dai ministri che stanno lavorando al restyling del decreto: colpi di spugna che garantirebbero solo entrate una tantum e con pessimo ritorno di immagine. Sarebbero invece allo studio altre misure minori per recupero di centinaia di milioni sulle voci di bilancio più disparate. Perfino un nuovo redditometro sui beni di lusso.
Ma è una corsa contro il tempo. Anche perché l´Italia è sotto la lente di ingrandimento di Bruxelles, dove è già rimbalzata l´eco del caos di questi giorni sul risanamento dei conti. Questa mattina il presidente della commissione Ue Barroso avrà un incontro informale con i vertici del gruppo Pdl all´Europarlamento. Vuol vederci chiaro. Gli emendamenti che il governo avrebbe dovuto depositare ieri in commissione Bilancio al Senato sono ancora in cantiere, preannunciati per questa mattina. Il presidente del Senato, Renato Schifani, convocando ieri nel suo studio La Russa, il sottosegretario Casero, i capigruppo Gasparri e Quagliariello ha avvertito che bisogna necessariamente provvedere entro oggi. Non oltre. E preferibilmente senza fiducia. Così, trapela, gradirebbe soprattutto il Colle. «La verità è che nessuno sa nulla e forse neanche nelle prossime ore gli emendamenti saranno pronti» confidava in serata il repubblicano Francesco Nucara lasciando la sede Pdl di via dell´Umiltà dopo aver incontrato Alfano.
Non è un caso se a Palazzo Madama in pochi, nella maggioranza, sono pronti a scommettere ormai sull´approvazione del testo in commissione entro domani. Più probabile lo slittamento a lunedì. Poi, da martedì in aula, il maxiemendamento viaggerà quasi certamente blindato dalla fiducia.

La Repubblica 01.09.11

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“Dilettanti al potere”, di TITO BOERI

Secondo il Ministro Brunetta di una manovra ogni quattro giorni si può anche morire. Difficile, per una volta, dargli torto. Anche se a morire è il Paese a quanto pare ben prima di questo governo. Ormai ne abbiamo perso il conto. L´ultima manovra è durata meno di un giorno. Sono bastate dodici ore per indurre la maggioranza a fare marcia indietro sull´esonero degli anni di laurea e di servizio militare dal computo dei requisiti per la pensione d´anzianità, annunciato con un comunicato dopo il vertice di Arcore.

E ieri la maggioranza non ha presentato gli attesi emendamenti in Commissione Bilancio al Senato. A questo punto mancano tra i sei e i sette miliardi all´appello. La cancellazione del contributo di solidarietà toglie alla manovra circa 4 miliardi in tre anni. I tagli ai Comuni sono stati ridotti di due miliardi secondo il Presidente dell´Anci (addirittura di 3 miliardi secondo il sindaco di Roma, Alemanno). Nei giorni scorsi il servizio studi del Senato aveva espresso serie riserve sulle stime offerte dal governo circa gli effetti dei nuovi tagli a Ministeri ed Enti Locali (13 miliardi e mezzo a regime in totale) nonché sul gettito dell´ennesima tassa sui giochi (mezzo miliardo). Inoltre il visibile rallentamento dell´economia nel 2011, certificato martedì dall´Istat, e il peggioramento della congiuntura internazionale richiederanno uno sforzo aggiuntivo per centrare il pareggio di bilancio nel 2013. Altri 20 miliardi della manovra, infine, continuano a venire affidati alla norma capestro sul taglio delle agevolazioni fiscali, che colpisce soprattutto le famiglie a basso reddito, una norma che lo stesso Governo dichiara di non voler mettere in pratica e di tenere solo come extrema ratio nel caso in cui non si arrivasse all´approvazione di una imprecisata riforma fiscale e assistenziale. Insomma, a due mesi e mezzo dall´apertura di una crisi di credibilità drammatica per il nostro Paese, a tre settimane dalla decisione della Bce di intervenire a sostegno dei nostri titoli di Stato a fronte dell´impegno del nostro Governo ad anticipare l´aggiustamento e a più di due settimane dal Consiglio dei ministri che ha impegnato il nostro Paese al pareggio di bilancio entro il 2013, il nostro governo non è ancora riuscito a chiarire come raggiungerà questo obiettivo, varando una manovra dell´entità richiesta. Anche se è difficile che la Bce possa a questo punto ritirare il suo sostegno, il suo intervento non è certo illimitato. E il nostro governo sta dando ragione a quel crescente plotone di deputati della Cdu che si oppongono al potenziamento del fondo salva stati mettendo Angela Merkel in minoranza a un mese dal voto al Bundestag. Sta anche offrendo munizioni al Presidente Federale della Germania, Christian Wulff, che mette in discussione la costituzionalità degli stessi interventi della Bve in acquisto dei nostri titoli di Stato. In altre parole, non solo non stiamo favorendo quel maggiore coordinamento delle politiche fiscali a livello europeo che è fondamentale per risolvere la crisi del debito dell´area Euro, ma addirittura stiamo contribuendo attivamente ad allontanarne la soluzione.
Nel frattempo il Paese si lacera e vive in continua apprensione. Gli italiani respirano ormai un clima da finanziaria permanente, in cui ogni giorno devono stare in guardia e controllare di non trovarsi colpiti alle spalle da qualche provvedimento improvvisato da qualche ministro balneare (non solo nell´improvvisazione con cui interviene, ma spesso anche nell´abbigliamento). Perché il governo ha già ampiamente dimostrato di non farsi scrupolo alcuno nel colpire in modo anche molto pesante chi non fa parte del proprio elettorato, rinnegando impegni presi con misure retroattive e fortemente punitive al tempo stesso. Ad Arcore è stata la volta dei laureati, tra cui la Lega raccoglie pochi consensi, e dei dipendenti pubblici, che nei sondaggi tipicamente sono orientati verso il centro-sinistra. Ai primi era stato imposto di ritardare il pensionamento fino a sei anni senza che questo prolungamento forzato della carriera lavorativa potesse almeno comportare un incremento della propria pensione futura. È un costo altissimo concentrato su di una platea molto ristretta. I dipendenti pubblici si sono visti, invece, mantenere il contributo di solidarietà tolto alle altre categorie. È chiaro che queste scelte non possono che apparire inique suscitando l´indignazione anche di chi non è colpito dalla scure dei tagli.
Se il Governo intende intervenire sulla spesa pensionistica, una scelta probabilmente inevitabile dato che rappresenta il 40 per cento della spesa corrente disponibile, le sue scelte devono essere ispirate a spargere i sacrifici su di una platea più vasta possibile, riducendo al contempo le disparità di trattamento fra generazioni diverse. Una misura che va in questa direzione è l´estensione del metodo contributivo pro-rata a tutti con l´adozione di finestre flessibili di pensionamento tra i 62 e i 67 anni. Il vantaggio di passare al contributivo è che, ritardando l´andata in pensione, il lavoratore, anche quello che avesse già raggiunto 40 anni di contributi, si vede riconosciuto un incremento della propria pensione di circa il 3 per cento all´anno in termini reali. Molti italiani hanno subito in questi mesi ingenti perdite patrimoniali, dato che non c´è attività di risparmio, anche tra quelle considerate a basso rischio, o bene rifugio (a parziale eccezione del solo oro) che non abbia subito forti riduzioni del proprio valore in questi mesi.
Lavorando più a lungo e beneficiando poi di pensioni più alte, molti italiani potrebbero ricostruirsi il loro patrimonio per una vecchiaia destinata a durare molto più a lungo di quanto avevano sperato quando avevano iniziato a lavorare. Il tutto senza doversi vedere riconoscere miglioramenti retributivi per aumentare le proprie pensioni. Non si dica che questo renderebbe più difficile il riassorbimento della disoccupazione giovanile. Al contrario, come mostra l´esperienza internazionale, gli ultrasessantenni hanno un ruolo cruciale nel facilitare l´ingresso produttivo dei giovani nel mondo del lavoro. Del resto basta guardare a casa nostra per rendersi conto che abbiamo due primati poco invidiabili: quello della quota più alta di giovani che non lavorano e non studiano al tempo stesso e quello di chi ha vite lavorative più brevi. Lavorando più a lungo possiamo ridurre la pressione fiscale che grava sui giovani e aumentare assunzioni e rendimento dell´istruzione fra chi ha meno di 24 anni.

La Repubblica 01.09.11

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“Tremonti assediato nel bunker”, di CLAUDIO TITO

«Non mi assumo la responsabilità di errori non miei». Il telefonino è rimasto muto per buona parte della giornata, l´ufficio al ministero chiuso. La baita di Lorenzago di Cadore si è trasformata per un giorno in un vero e proprio bunker. Per respingere gli assalti del fuoco amico.
Quello della sua maggioranza. Giulio Tremonti si è dunque messo l´elmetto e ha piazzato i sacchetti di sabbia. Per affrontare quella che assomiglia sempre più alla “battaglia finale”, quella che segnerà le sorti dell´esecutivo e le sue personali. Chiudendosi in un isolamento che va assumendo le caratteristiche di un assedio. Un accerchiamento che ha il suo epicentro nella manovra e che trova origine a Palazzo Chigi.
Silvio Berlusconi, del resto, non si fida più di quello che un tempo definiva un «genio». «Usa pretesti per qualsiasi cosa – è sbottato ieri – anche oggi ha un solo obiettivo: “Far morire Sansone con tutti i filistei”. Tenta sempre lo sgambetto». Tra i due ieri neanche una parola. Solo tanta diffidenza. E il sospetto reciproco di costituire un “target” da colpire e abbattere. Uno scontro che sospinge l´esecutivo sempre più verso il baratro dell´ingovernabilità. O, come ammoniva ieri il presidente del Senato Schifani rivolgendosi ai capigruppo della maggioranza, verso una situazione di «pre-crisi». Un clima in cui – è la paura del Cavaliere – «tutto può improvvisamente precipitare a causa sua». Oppure si può risolvere con le dimissioni di Tremonti. «Eventualità per cui – ha ripetuto ancora il presidente del consiglio – non mi straccerei le vesti». Anzi, ormai per l´inquilino di Palazzo Chigi sta diventando quasi una speranza.
Non è un caso che per tutta la giornata di ieri il responsabile del Tesoro abbia alzato le difese barricandosi a Lorenzago. Non vuole cedere e soprattutto non vuole «coprire» i «buchi» aperti dai suoi alleati. A cominciare dalla misura sulle pensioni di anzianità. Mentre il centrodestra attendeva sotto shock a Palazzo Madama la definizione dei nuovi emendamenti, lui ha evitato di parlare praticamente con tutti. L´unico canale di comunicazione aperto era con i sottosegretari, Casero e Giorgetti. I soli in grado di trasmettere la posizione del ministro. «Non possono chiedermi di stravolgere la manovra in qualcosa che non sarebbe più mio – si è sfogato con i fedelissimi – . Hanno cercato di fare i furbi? Ora cosa vogliono?». La sua ira non è rivolta solo contro il premier. Stavolta gli strali colpiscono in primo luogo il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, l´ideatore della norma sul riscatto della laurea e della naja per le pensioni di anzianità. A Via XX Settembre, infatti, raccontano che Sacconi prima di dar il via libera alla “stretta” aveva chiesto un parere ai tecnici dell´Inps ricevendo un parere assolutamente “negativo”. «E ora chiedono a me di risolvere il problema? Ci pensino loro». L´unico aiuto fornito è stato quello di mettere a disposizione di Sacconi e del leghista Calderoli i tecnici dell´Economia.
Sa però che la «battaglia» non è ancora finita. Anche perché i sospetti di buona parte del Pdl sono tutti intatti. In pochi credono che i saldi siano coperti, tutti pretendono di vedere i provvedimenti concreti nell´incubo che i tagli ai ministeri siano ulteriormente cresciuti. Soprattutto sono terrorizzati dalle misure «draconiane» prospettate per la lotta all´evasione. «Prevedere il carcere – sbottano a Via dell´umiltà – significa ammazzare il nostro elettorato. Altro che ritornare allo spirito del ‘94». Un atteggiamento che adesso ha fatto breccia anche nella Lega. Le frecciate del Ministro infatti ieri sono scoccate ieri anche contro Calderoli e contro lo stato maggiore lumbard. Sta di fatto che il suo “ritiro montanaro” ha provocato una sorta di crisi di nervi nella coalizione. Basti pensare al ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che ieri usciva sconsolato dalle riunioni di maggioranza allargando le braccia e scuotendo la testa in attesa di risposte che dal Cadore non arrivavano.
Ma il bunker di Tremonti è anche costruito intorno ad un appuntamento che tutti, nel Popolo delle libertà e nel Carroccio, considerano cruciale: l´autorizzazione all´arresto di Marco Milanese che sarà votata il 20 settembre alla Camera. Nella maggioranza quasi tutti danno per scontato che l´esito non sarà positivo per l´ex collaboratore di Tremonti: «È andato in carcere Papa, ci andrà anche lui». Il ministro lo sa e sta ora cercando di capire come affrontare il caso. Tanto che gli uomini del Cavaliere iniziano a pensare che stia costruendo i presupposti delle dimissioni scaricando le responsabilità sul Pdl e non su Milanese. «In ogni caso – chiosava ieri Berlusconi – si sta infilando in un cul de sac. Anche perché sa bene che senza Bossi non va da nessuna parte. E Umberto con lui non ci sta più».
Eppure, al momento, nessuno è riuscito a vulnerare il bunker di Lorenzago. E a Palazzo Chigi, semmai, iniziano a materializzarsi i fantasmi di una crisi di governo: «Vuole l´incidente». Soprattutto Berlusconi inizia a temere le reazioni del Quirinale. La paura che Napolitano – dinanzi alla paralisi del governo – agisca facendo uso pienamente dei poteri che gli attribuisce l´articolo 88 della Costituzione: «Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Anche perché la confusione di questi giorni per il momento è stata ignorata dai mercati. Ma sia Berlusconi, sia Tremonti si aspettano – se l´accordo non verrà chiuso – altre giornate di passione in borsa e nel collocamento dei nostri titoli di Stato. «Ma la partita – avvertono i due – non è ancora finita».

La Repubblica 01.09.11

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“Resta carica l´arma Iva, può portare 6 miliardi”, di Agnese Ananasso

E´ la misura preferita dal premier: aumento possibile per le tre aliquote. Il sottosegretario all´Economia Casero nega: “Ipotesi su cui non stiamo lavorando” Tremonti insiste per collegarla alla riforma fiscale. Sembra il gioco delle tre carte. Anzi delle tre aliquote dell´Iva. Alla fine l´ipotesi di innalzamento dell´Iva dell´1% è ritornata in ballo, anche se il sottosegretario al ministero dell´Economia Luigi Casero continua a negare che il governo stia lavorando su questo fronte. Eppure quello dell´Iva è un piatto che farebbe gola a molti, in primis a Berlusconi. Appoggiato da Confindustria, Cisl e Uil, Udc e Anci (Comuni). L´aumento può far incassare da un minimo di 4 miliardi (aumento dal 20 al 21% della sola aliquota principale) ad oltre 6 miliardi (aumento di tutte e tre). Se tutti pagassero, visto che è l´imposta più evasa in Italia: nel 2010 il Fisco ha scoperto pagamenti omessi per sei miliardi. I primi ad evadere sono gli autonomi, solo il 12,5% di loro la paga, contro il 50,3% dei dipendenti. Evasione fiscale, inflazione e contrazione dei consumi sono le preoccupazioni del fronte del no, guidato dal ministro dell´Economia Giulio Tremonti, da Bossi, da Confcommercio e dalle associazioni dei consumatori. In prima battuta Tremonti l´aveva spuntata con un rinvio del ritocco dell´imposta. Un rinvio, appunto. Meglio se nell´ambito dell´attuazione della delega fiscale, in cui il rialzo dell´Iva è già previsto. In quel caso l´innalzamento potrebbe essere deciso senza passare dal Parlamento.
Sarebbero le famiglie ancora una volta a pagare. Si schierano quindi contro questa operazione Confcommercio e associazioni di consumatori. La Confcommercio è preoccupata per l´effetto depressivo sui consumi, causato da una lievitazione dei prezzi. E di conseguenza sulla crescita del Paese. Secondo i calcoli della confederazione avrebbe un impatto negativo sul Pil, che, in assenza di una compensazione Irpef, potrebbe ridursi di oltre l´1%. E il quadro non è dei più allegri, visto che l´Fmi ha rivisto al ribasso le stime di crescita dell´Italia, con un incremento di Pil stimato per il 2011 dell´0,8%. Confcommercio fa notare inoltre che degli oltre 93 miliardi complessivi di gettito Iva, 90 derivano dall´aliquota ordinaria (20%) e da quella intermedia (10%) e più del 70%, cioè quasi 66 miliardi, viene proprio dai consumi delle famiglie. Ancora una volta quindi si taglierebbero le gambe alle famiglie. Che secondo il Codacons pagherebbero 290 euro in più all´anno. I settori più penalizzati sono quelli dei beni di largo consumo, quelli su cui grava l´Iva ordinaria al 20% e in cui rientrano, per esempio, anche le automobili, nuove e usate. Ma anche l´intermedia – quella al 10% che si applica su elettricità domestica, farmaci, seconda casa, frutta e carne – e quella al 4% su prima casa, libri, giornali, pane, latte, formaggio, potrebbero non uscire indenni dalla manovra, per effetto dei tagli lineari che potrebbero essere operati sulle agevolazioni. Aumentare solo sull´Iva sui beni di lusso? Un´altra ipotesi. Un altro giro di carte.

La Repubblica 01.09.11

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