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"Salvate le festività civili", di Paolo Soddu

Una decina di giorni fa gli storici Roberto Balzani (che è sindaco di Forlì), Thomas Casadei, Sauro Mattarelli e Maurizio Ridolfi hanno proposto una petizione contro la soppressione delle festività civili stabilita con il decreto legge contenente la penultima versione della manovra finanziaria. E sono state raccolte finora oltre diecimila firme [http://soppressionefestecivili. blogspot. com].
Nell’appello non solo si sottolinea il pericolo che questa scelta costituisce per la «coesione civile» e per la «produttività nazionale », ma si paventa che, così agendo, si giunga alla «negazione di quel patriottismo costituzionale e di quella idea di democrazia sociale su cui si è costruita e sviluppata la miglior storia della nostra repubblica ».
La norma varata dal governo lascia nell’indefinitezza il giorno nel quale tenere le «celebrazioni nazionali e le festività dei santi patroni»: il venerdì precedente, il lunedì seguente secondo il modello delle Bank Holidays, ovvero la domenica? Spetterà al governo, anno dopo anno, decidere: parrebbe il trionfo del pragmatismo, da taluno invocato contro i furori ideologici che sarebbe insito nei dibattiti sui valori. Cela più prosaicamente un tratto furbesco, opportunistico, che lascia alla valutazione dell’esecutivo in carica la scelta di dare senso o meno alle diverse ricorrenze.
L’Italia postfascista ha ereditato le pulsioni dissociative che avevano segnato la vicenda unitaria. È un carattere che viene da lontano e manifesta le difficoltà connesse con la costruzione di un autentico sistema democratico condiviso, contrassegnato da pari opportunità per tutte/i.
Ne è conseguita una vita attraversata da conflitti straordinari. La democrazia repubblicana, dopo la dittatura fascista, dopo il secondo conflitto mondiale e dopo la Resistenza, aveva per i padri costituenti anche questo intento: creare finalmente le condizioni di un’appartenenza comune, di una condivisione dei tratti fondanti il nostro patto.
L’Italia riflette su di sé il 25 aprile, il 1° maggio e il 2 giugno, quest’ultima festività soppressa nel 1977, al pari del 4 novembre, e ripristinata nel 2000 grazie all’opera di Ciampi.
Tutte e tre le date sono state, in alcune fasi della storia repubblicana, festeggiate separatamente: l’irrisolvibile conflitto della guerra fredda pareva una formidabile conferma delle divisioni della nazione. Eppure quelle date parevano appartenere a tutte le culture politiche alle origini della repubblica democratica. In occasione del 25 aprile più controverso, quello del 1948, a una settimana dalle elezioni che avevano dato centralità alla Dc, il ministro dell’interno Scelba vietò le celebrazioni all’aperto. La sola eccezione, con una manifestazione pubblica, si ebbe a Milano: il presidente del Consiglio della liberazione Ferruccio Parri, che parlò, venne fischiato dai militanti del Fronte Popolare; il Corriere della Sera ricordò le «ombre dei morti – da Matteotti a Gobetti, da Turati a Rosselli», omettendo Giovanni Amendola, Gramsci e Don Minzoni. Ciascuno, insomma, rivendicava il 25 aprile per sé e intorno al suo significato sorgevano dispute e controversie. Tutti, però, vi si riconoscevano.
C’è un altro aspetto di rilievo nell’appello degli storici: tra i paesi dell’Europa continentale, l’Italia rimarrebbe la sola a non avere più alcun compleanno od onomastico, limitandosi a celebrare pienamente soltanto le ricorrenze della tradizione cattolica.
Il decreto del governo ha a tale proposito invocato il vincolo del Concordato e qualche commentatore vi ha anche prestato fede. Ma tra l’autunno 1976 e la primavera 1977, quando a palazzo Chigi sedeva Giulio Andreotti con il sostegno della Dc e la non sfiducia di tutti i partiti dell’allora arco costituzionale, in un clima che era di austerità e di emergenza si produsse uno sfoltimento dei giorni di festa, che non risparmiò anche significativi anniversari religiosi, come l’Ascensione e il Corpus Domini. Il Concordato era in vigore dal 1929 e il partito cristiano guidava il governo dal 1945. Ora, invece, si è proceduto alla cancellazione delle feste civili di soppiatto, senza alcuna discussione pubblica.
Per l’Italia (e in verità non solo per lei) è prioritario ricostruire e rigenerare le proprie energie morali.
Le ha accumulate nel corso della catastrofe seguente le guerre del fascismo e ne ha speso le ultime riserve in quell’altro dramma nazionale, non ancora sufficientemente rielaborato, del contrasto ai terrorismi.
L’afflato partecipativo, la volontà di discussione e di riflessione, per nulla scontati emersi nella ricorrenza del 17 marzo, hanno mostrato che qualcosa nel profondo si sta muovendo. Non blocchiamolo.
Anche a questo servono le festività nazionali con il loro carico simbolico: a riconoscersi nel percorso comune, a gioire del punto che si è raggiunti e per la zavorra di cui – se se ne è stati capaci – ci si è liberati, e comunque non mai dimentichi di averla dovuta portare sulle spalle.

da Europa Quotidiano 02.09.11

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“Mobilitazione straordinaria per salvare il 25 aprile”, di Roberto Brunelli

La storia può essere violentata in tanti modi. Per esempio affogando un emendamento nella babele di trattative intorno a questa quadrupla manovra che il Wall Street Journal ha definito «una pagliacciata». Ma, ancora una volta, i partigiani non ci stanno. Ieri la segreteria nazionale dell’Anpi, riunita in seduta straordinaria, ha deliberato una mobilitazione generale per impedire la strage delle cosiddette «feste civili», quelle, per intendersi, che celebrano il fondamento dell’Italia uscita dal fascismo. «Il 25 aprile, il primo maggio e il 2 giugno: siamo ancora lì, a difendere non solo la memoria, ma l’identità stessa del paese»: lo dice Carlo Smuraglia, presidente dell’associazione nazionale partigiani. Presidente, cosa sta succedendo? «La situazione è molto confusa: la manovra viene riaggiustata continuamente, al Senato si stanno presentando gli emendamenti, la commissione è in attesa e in tutto questo non si sa ancora quale sia la sorte del paragrafo sulle festività. Comprendiamo i motivi della manovra, ma l’aspetto dei valori è altrettanto importante. 25 aprile, primo maggio e 2 giugno sono date importanti per tutti gli italiani. Gli argomenti che si sono usati per inserirle nella manovra sono irrilevanti dal punto di vista del risparmio. E poi: davvero non abbiamo la consapevolezza del valore simbolico ed educativo di queste date? Noi il 25 aprile spieghiamo alle nuove generazioni cos’è stato il fascismo e cosa ha voluto dire la Liberazione, così come il primo maggio è un momento unitario che riguarda tutti i lavoratori, una festa che solo il fascismo aveva messo in discussione…». Voi lanciate una mobilitazione straordinaria… «Abbiamo dato indicazione a tutte le nostre delegazioni – molte delle quali si sono mosse già autonomamente – di intensificare al massimo il proprio impegno. Siamo preoccupati per il fatto che si parli sempre più spesso di fiducia: sarebbe grave se vi rientrasse la norma sulle festività senza che vi sia stata una discussione seria». Ma qual è la ragione profonda per questa misura? Davvero quella di fare i conti con la Resistenza? «Sicuramente questa vicenda alimenta il sospetto che vi sia in alcuni la volontà di cogliere l’occasione di togliere di mezzo valori fondamentali alla convivenza nel nostro paese. Si stanno sommando diverse cose: proposte di legge per l’abrogazione della dodicesima disposizione transitoria della Costituzione (che vieta la riorganizzazione del partito fascista, ndr), il tentativo di equiparare i repubblichini ai partigiani e oggi la volontà di spostare il 25 aprile. Sono iniziative che fanno pensare che ci sia una precisa volontà o,come minimo, una scarsa comprensione della storia». Eppure sembrava che stessero prendendo piede iniziative bipartisan… «Beh, non se n’è saputo più nulla. Ho visto le dichiarazione del ministro Brambilla che ha ribadito come la questione della festività sia rimasta in bilico. Noi aspettiamo un atto formale: sarebbe motivo di tranquillità per tutti, a quel punto ci si può occupare dei veri elementi della manovra, che investe in maniera così gravosa le famiglie italiane. Intanto promuoviamo tutte le iniziative possibili: telegrammi, raccolte firme, presidi, manifestazioni. Vogliamo fare sentire il peso della volontà popolare sollevando un problema che non è dell’Anpi, ma di tutti gli italiani».❖

L’Unità 02.09.11

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