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"L'autunno che verrà. La crescita che non c'è e il sogno di una strategia alla tedesca" di Franco Mosconi*

“Idee. Innovazione. Prosperità. La strategia high-tech 2020 per la Germania”: è proprio impensabile che l’Italia faccia quello che i tedeschi propongono per la crescita? E’ ora che anche da noi si metta in campo una politica industriale in linea con l’Europa e in grado di concentrare le poche risorse disponibili su grandi progetti. L’allarme lanciato sulla nuova manovra dalla Banca d’Italia con l’audizione in Parlamento di Ignazio Visco («occhio ai saldi e alla crescita», scriveva a commento questo giornale martedì scorso) va preso molto sul serio. Non può essere ridotta – è l’argomentazione del Vice direttore di Via Nazionale – l’entità complessiva dell’aggiustamento dei costi, ma occorre anche associare al riequilibrio «una politica economica volta al rilancio delle prospettive di crescita della nostra economia». Già, la crescita. Che anemica di suo (intorno all’1% da anni) viene continuamente rivista al ribasso: da ultimo, con le stime di inizio settimana dell’FMI (0,8 e 0,7% per il 2001-2012).

È un po’ come dire che piove sul bagnato. Possono dirsi queste bad news totalmente inattese? No, se guardiamo a un paio di apprezzati indicatori che anticipano la congiuntura, quali l’«€-coin» della Banca d’Italia e il servizio di stima preliminare «Now Casting» di Lucrezia Reichlin et al. Il primo è calato in misura marcata in agosto: infatti €-coin è sceso allo 0,22% (dallo 0,45 di luglio), accentuando il calo segnato nei due mesi precedenti (ancora in primavera era intorno allo 0,60); il secondo segnalava una frenata dell’economia già da maggio. Se ci trasferiamo in Germania notiamo come l’indice IFO – il principale indice di fiducia delle imprese tedesche – sia calato di 4,2 punti nella rilevazione di agosto, che è il maggior calo dal novembre 2008.

E così potremmo continuare passando in rassegna altri indicatori quali-quantitativi. Non muterebbe però la sostanza del discorso che è quella di un generale arretramento delle economie europee. Che autunno dunque ci aspetta? L’autunno del nostro scontento? Certo, le difficoltà che si sono materializzate nel secondo trimestre dell’anno anche per l’economia tedesca (si v. il “Filo Diretto” di Franco Locatelli con Paolo Onofri di Prometeia, “First on Line”, 16/08/2011) pongono non pochi problemi per il futuro prossimo della nostra industria. Non bisogna dimenticare che la Germania è il nostro principale partner commerciale, e che la straordinaria forza delle grandi imprese tedesche attive sui nuovi mercati asiatici mette in moto, lungo la filiera, tante produzioni italiane (in primis, nella meccanica).

Se a ciò uniamo le ormai storiche debolezze strutturali del nostro apparato produttivo, il quadro che ne emerge è tutt’altro che roseo. Ma il pregio delle imprese che sono esposte alla concorrenza internazionale – e la manifattura italiana ricade in questa categoria – è che non alzano facilmente bandiera bianca: cercano anzi di competere con tutte le loro forze sui mercati globali, e non accidentalmente i risultati per il made in Italy non sono mancati, anche in tempi recentissimi. Ora, in un Paese che si confronta con questa situazione, due fatti destano meraviglia: possiamo chiamare il primo «di pensiero», il secondo «di policy». Vediamoli sinteticamente. Il primo ci dice che nel discorso pubblico la questione della competitività della nostra industria ha sì guadagnato qualche posizione rispetto agli anni delle lodi sperticate all’economia di carta, ma non è ancora la questione fondamentale che invece dovrebbe essere.

È un po’ tutta la classe dirigente del Paese (compreso il mondo accademico) che ne porta la responsabilità: per molti anni – per non dire decenni – la manifattura non era più di moda e pochissime voci si sono levate per contrastare, anzitutto dal punto di vista culturale, questo colossale abbaglio. Il crac finanziario del 2008 sembrava aver riportato in auge l’economia «reale», ma alla fine della fiera più a parole che nei fatti. Eccoci così condotti alla seconda questione, quella che ha a che fare con le politiche pubbliche. A distanza di tre anni dal crac e dalla dimostrazione che senza una forte industria manifatturiera non si costruisce su solide basi la crescita di un Paese, a distanza di tre anni – dicevamo – non vi è neppure la più pallida attuazione di una Politica industriale nazionale concertata con la UE.

Il decreto per la correzione dei conti di Ferragosto e la sua nuova versione uscita da Arcore non sfuggono, ahinoi, alla regola. Può un paese come l’Italia, che come ricorda il Centro Studi di Confindustria è la seconda manifattura d’Europa e fra le primissime al mondo, permettersi questa totale dimenticanza? Le politiche per la crescita – come da più parti è stato annotato – rappresentano il grande assente di questa manovra. E fra le politiche pro-crescita, è bene non dimenticarlo, vanno annoverate le Politiche industriali: quelle nuove e moderne, che hanno in Dani Rodrik, Philippe Aghion e Ha-Joon Chang tre dei più autorevoli proponenti (e parliamo di tre economisti di livello internazionale). E se proprio l’espressione non piace perché richiama alla mente le Politiche industriali per settori degli anni ’70 e ’80 (quel «picking the winner» di non proprio brillante memoria), si può sempre optare per un’espressione come quella usata in un suo documento ufficiale del 2010 dal governo federale tedesco: «Idee. Innovazione. Prosperità. La strategia high-tech 2020 per la Germania».

L’approccio non è per singoli settori ma per cinque «tecnologie chiave»: clima/energia; salute/nutrizione; mobilità; sicurezza; comunicazione. Un’imposta patrimoniale sulle grandi ricchezze per finanziare un piano di questo tipo sarebbe stata fuori dal mondo? Crediamo proprio di no, tanto più che c’era il precedente di «Industria 2015» voluto dal Governo Prodi nel 2006 da riprendere e sviluppare, non già da abbandonare. Sempre dalla Germania ci viene l’esperienza della grandi società scientifiche, fra le quali le due più conosciute: Max Planck e Frauenhofer. La nostra situazione, al contrario, non potrebbe essere più irrazionale. Facciamo due soli esempi. A livello locale, noi continuiamo ad avere venti (frammentate) Politiche industriali regionali, ognuna con i suoi Enti di trasferimento tecnologico, nonché migliaia di Società pubbliche a partecipazione regionale, provinciale e comunale operanti in svariati campi dell’economia: la sommatoria delle prime non fa un Politica industriale nazionale a tuttotondo da far valere anche sui tavoli di Bruxelles; le seconde andrebbero in una misura non piccola privatizzate sia per recuperare preziose risorse sia per provare a mettere la parola fine alla commistione affari-politica che sta imperversando nel Paese.

A livello nazionale – siamo al secondo esempio – continuiamo ad avere enti come il Cnel per il quale la manovra ha decretato solo un modesto taglio, mentre assai più decisa e rigorosa è la proposta di Nicola Rossi per la sua abolizione (“Corriere della Sera”, 20 agosto). E gli esempi potrebbero continuare. In conclusione, l’imperativo categorico dovrebbe essere quello di concentrare le risorse in grandi progetti strategici per la formazione di capitale umano e fisico, unendo in questo sforzo le risorse oggi assorbite – vuoi a livello nazionale, vuoi a livello locale – dalle ormai irrazionali (e superate dai tempi) istituzioni, leggi e società più sopra richiamate; o, almeno per cominciare, da alcune di esse. Sarebbero per primi l’industria manifatturiera italiana e le connesse attività di servizio esposte alla concorrenza a trarne giovamento, e quindi la crescita economica del Paese.

A ben vedere, sarebbero i giovani i principali destinatari di un grande progetto di ricerca applicata e trasferimento tecnologico condotto in partnership fra Stato centrale e Regioni nell’ambito delle politiche comunitarie (pensiamo anche a «Europa 2020»). Dare qualche speranza e infondere fiducia nel futuro restano, alla fin dei conti, i primi ingredienti per scongiurare la stagione – autunnale o invernale che sia – del nostro scontento.

* Docente di Economia industriale dell’Università di Parma

www.firstonline.info

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“La Via (Nuova) del Made in Italy, Conquistare il Low Cost”, Dario Di VIco

Hans-Werner Sinn, il severo economista tedesco di casa al workshop Ambrosetti, lo ha scandito due volte perché l’uditorio capisse bene. «Cari italiani, avete prezzi troppo alti, dovete invece diventare un Paese a basso costo». Solo così riuscirete a vivere nell’euro senza patemi. La riflessione di Sinn, o se preferite il monito, è a largo raggio e investe, per sua stessa precisazione, i prezzi degli immobili, dei salari e dei prodotti. Ma se ritoccare all’ingiù le paghe degli operai italiani è lunare perché non concepire un prodotto made in Italy più democratico, più alla portata di tutte le borse? Il dibattito sulle conseguenze della nuova fase della Grande Crisi finora è rimasto confinato alla finanza pubblica, si è esteso tutt’al più alle variabili macroeconomiche ma non ha ancora lambito i comportamenti e le strategie del nostro sistema di imprese.
Sappiamo di sicuro che le aziende italiane negli anni che sono passati dal 2008 ad oggi non sono state con le mani in mano, mentre si battevano per difendere palmo a palmo le quote di mercato avviavano in fabbrica una ristrutturazione permanente che ha permesso loro di diventare più snelle, più efficienti. Hanno tagliato personale laddove era possibile, hanno applicato un pò di toyotismo, hanno raggiunto accordi per incrementare la produttività e tagliare l’assenteismo, hanno razionalizzato la filiera dei fornitori e, i più bravi, ottimizzato anche la gestione dei flussi finanziari. Ma tutto ciò potrebbe non bastare soprattutto a quelle imprese (moltissime piccole e medie) che esportano poco e sono giocoforza concentrate sul mercato interno. Da qui la necessità di riflettere sulla strategia di prezzo per presentare al pubblico un’offerta segmentata, in cui accanto al made in Italy di prima fascia possa prendere corpo un secondo prodotto nazionale di buona qualità ma a prezzi più contenuti.
È chiaro a tutti che la dinamica dei redditi in Italia è ferma e chi ha provato a fare qualche simulazione è arrivato alla conclusione che ci saranno almeno 15 milioni di famiglie con un introito mensile tra i 1.500 e i 1.800 euro. Si tratta di ceto medio basso, operai, giovani senza posto fisso e pensionati che trovano crescenti difficoltà a far quadrare i conti. E finora ci sono riusciti solo perché hanno intaccato le riserve di risparmio. Questi consumatori oggi se hanno necessità di mobili e arredo a basso costo vanno dalla svedese Ikea, se vogliono una felpa vanno dai francesi di Decathlon, se necessitano di cure dentistiche bussano dagli spagnoli di Vitaldent e se hanno bisogno di un parrucchiere si rivolgono ai negozi cinesi (tariffa 6 euro) spuntati come funghi nelle grandi città. Un buon prodotto o servizio low cost, in genere, riesce ad allargare addirittura il mercato e il caso di scuola è sicuramente quello delle linee aeree, che grazie al prezzo contenuto hanno fatto volare consumatori che altrimenti non l’avrebbero fatto.
Per praticare al pubblico prezzi bassi senza fare dumping o chiudere bottega il giorno dopo ci vuole un’ottimizzazione dei processi industriali e di quelli distributivi. È un’altra porzione di quella ristrutturazione permanente di cui abbiamo parlato. Alla fine se il prezzo sarà basso, la cultura aziendale dovrà comunque essere d’eccellenza perché si dovranno tagliare tutte le inefficienze e gli sprechi. Casi di imprese italiane che si stanno muovendo su questa strada ne esistono e gli addetti ai lavori fanno due nomi prima degli altri, Oviesse e Calzedonia, ci sono però interi settori nei quali manca per ora un’offerta di made in Italy democratico. Per citarne alcuni sicuramente l’edilizia residenziale, gli alberghi e le calzature. Eppure non è stato sempre così, basta pensare che i nostri albergatori della riviera romagnola sono stati quelli che hanno inventato le vacanze a basso costo, che hanno portato in Italia migliaia di connazionali di Sinn e che lo hanno potuto fare proprio grazie a un’ottimizzazione degli acquisti e a una standardizzazione delle procedure ante litteram.

Il Corriere della Sera 03.09.11

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