attualità, memoria

"11 settembre: perchè è un anniversario unico", di Mario Calabresi

Siamo arrivati al giorno esatto del decimo anniversario degli attentati del 2001, ma è da una settimana che ne parliamo: la Stampa ha dedicato due supplementi – uno domenica scorsa e uno oggi – pagine di analisi e commenti. Perché tutto questo spazio a un avvenimento che fece sì quasi tremila morti ma che non è unico nella storia? Quanti altri massacri, stragi o genocidi – mi vengono in mente il Ruanda o la Bosnia per primi – dovremmo e potremmo ricordare con lo stesso impegno e spazio? Certamente molti – non esistono unicità senza precedenti come ci spiega accuratamente Enzo Bettiza sulla copertina dell’inserto che trovate al centro del giornale – ma c’è qualcosa che caratterizza l’11 settembre, che lo rende eccezionale, al di là del doveroso ricordo di quelle donne, di quei bambini e di quegli uomini che persero la vita. E’ il fatto che l’11 settembre ha accelerato molti fenomeni che germogliavano da anni, ma che dopo quegli attentati trovarono la strada spianata e hanno cambiato in modo significativo le nostre esistenze e gli equilibri del mondo in cui viviamo.

Il primo fenomeno, il più dirompente, mi sembra possa essere la crescita impetuosa e senza ostacoli dell’economia cinese. Il 10 settembre del 2001 i centri di ricerca e gli analisti di mezzo mondo prevedevano un decennio di sfida Pacifica: gli Stati Uniti avrebbero dovuto tenere a bada e rintuzzare la crescita cinese e le mire di Pechino sulle materie prime sparse sul globo. Dovevano essere dieci anni di battaglie economiche e geopolitiche ma non sarebbe stato così.

L’11 settembre ha cambiato l’agenda dell’Occidente, ha messo al primo posto la lotta al terrorismo islamico, ha dirottato immense quantità di denaro e di energie al compito di contrastare Al Qaeda e di difendere le capitali americane e europee. L’America ha girato la testa da un’altra parte, ha speso tra i due e i tre miliardi di dollari in due guerre – quei soldi che oggi appesantiscono il suo debito e impediscono politiche di rilancio dell’economia – e ha lasciato campo libero non solo alla Cina ma anche alla crescita di Paesi vincenti come India e Brasile.

Mentre Washington dava la caccia ai taleban e alle cellule terroristiche di Bin Laden, Pechino dava la caccia alle materie prime di continenti interi, dall’Africa al Sud America. Basta atterrare all’aeroporto di Nairobi in Kenya per rendersi conto di quanti cinesi ci passano ogni giorno per affari, così come il giorno in cui è scoppiata la guerra in Libia abbiamo improvvisamente scoperto che a Tripoli lavoravano decine di migliaia di operai con il passaporto di Pechino, a significare che stavano conquistando il monopolio delle costruzioni perfino sulla sponda Sud del Mediterraneo.

In questo decennio i rapporti di forza tra le varie aree del mondo sono profondamente cambiati, dal G8 si è passati al G20, e il debito americano, come parte di quello europeo sono in mani asiatiche. Negli ultimi giorni ha viaggiato in Europa una delegazione con i vertici del Fondo sovrano cinese, quello che compra partecipazioni e sottoscrive appunto il debito degli stati nazionali, chi li ha incontrati racconta non solo la preparazione e la puntualità di questi alti funzionari di Pechino ma anche la loro coscienza di essere saliti sui gradini più alti del pianeta e la loro convinzione di potersi permettere di guardare molti di noi dall’alto verso il basso.

Viviamo in un altro mondo, un mondo in cui le tensioni religiose si sono accresciute – fortunatamente senza esondare in maniera irreparabile come sottolinea proprio oggi Enzo Bianchi -, in cui il nostro modo di viaggiare, di muoverci e di guardare agli altri è cambiato, in cui le paure per molto tempo hanno trionfato sulla razionalità e in cui molte realtà – a partire dal mondo arabo – sono state terremotate. Oggi non ci sono più Osama bin Laden e Saddam Hussein, così come non dettano più legge Mubarak e Gheddafi: se quell’11 settembre fosse stata una mattina normale molto probabilmente sarebbero ancora al loro posto.

Gli aerei che hanno colpito le Torri Gemelle e il Pentagono non hanno distrutto le nostre economie ma hanno dato vita a fenomeni esiziali, penso per esempio alla necessità americana di reagire con un ottimismo dei consumi che non aveva ragion d’essere e che avrebbe indebitato una nazione fino all’inevitabile scoppio della bolla immobiliare che ha dato vita alla recessione da cui non siamo ancora usciti oggi.

Per questi motivi si tratta di un anniversario diverso dagli altri, per gli effetti sul nostro presente e sul nostro futuro. Per questo quella mattina di luce meravigliosa, in cui è finita un’epoca, merita una grande attenzione e uno sforzo di comprensione. Noi pensiamo di avervi dato le nostre firme migliori per aiutarvi a capire, anche se in questa giornata resta solo un dovere: quello della memoria.
perchè è un anniversario unico
MARIO CALABRESI
Siamo arrivati al giorno esatto del decimo anniversario degli attentati del 2001, ma è da una settimana che ne parliamo: la Stampa ha dedicato due supplementi – uno domenica scorsa e uno oggi – pagine di analisi e commenti.

Perché tutto questo spazio a un avvenimento che fece sì quasi tremila morti ma che non è unico nella storia?
Quanti altri massacri, stragi o genocidi – mi vengono in mente il Ruanda o la Bosnia per primi – dovremmo e potremmo ricordare con lo stesso impegno e spazio? Certamente molti – non esistono unicità senza precedenti come ci spiega accuratamente Enzo Bettiza sulla copertina dell’inserto che trovate al centro del giornale – ma c’è qualcosa che caratterizza l’11 settembre, che lo rende eccezionale, al di là del doveroso ricordo di quelle donne, di quei bambini e di quegli uomini che persero la vita. E’ il fatto che l’11 settembre ha accelerato molti fenomeni che germogliavano da anni, ma che dopo quegli attentati trovarono la strada spianata e hanno cambiato in modo significativo le nostre esistenze e gli equilibri del mondo in cui viviamo.

Il primo fenomeno, il più dirompente, mi sembra possa essere la crescita impetuosa e senza ostacoli dell’economia cinese. Il 10 settembre del 2001 i centri di ricerca e gli analisti di mezzo mondo prevedevano un decennio di sfida Pacifica: gli Stati Uniti avrebbero dovuto tenere a bada e rintuzzare la crescita cinese e le mire di Pechino sulle materie prime sparse sul globo. Dovevano essere dieci anni di battaglie economiche e geopolitiche ma non sarebbe stato così.

L’11 settembre ha cambiato l’agenda dell’Occidente, ha messo al primo posto la lotta al terrorismo islamico, ha dirottato immense quantità di denaro e di energie al compito di contrastare Al Qaeda e di difendere le capitali americane e europee. L’America ha girato la testa da un’altra parte, ha speso tra i due e i tre miliardi di dollari in due guerre – quei soldi che oggi appesantiscono il suo debito e impediscono politiche di rilancio dell’economia – e ha lasciato campo libero non solo alla Cina ma anche alla crescita di Paesi vincenti come India e Brasile.

Mentre Washington dava la caccia ai taleban e alle cellule terroristiche di Bin Laden, Pechino dava la caccia alle materie prime di continenti interi, dall’Africa al Sud America. Basta atterrare all’aeroporto di Nairobi in Kenya per rendersi conto di quanti cinesi ci passano ogni giorno per affari, così come il giorno in cui è scoppiata la guerra in Libia abbiamo improvvisamente scoperto che a Tripoli lavoravano decine di migliaia di operai con il passaporto di Pechino, a significare che stavano conquistando il monopolio delle costruzioni perfino sulla sponda Sud del Mediterraneo.

In questo decennio i rapporti di forza tra le varie aree del mondo sono profondamente cambiati, dal G8 si è passati al G20, e il debito americano, come parte di quello europeo sono in mani asiatiche. Negli ultimi giorni ha viaggiato in Europa una delegazione con i vertici del Fondo sovrano cinese, quello che compra partecipazioni e sottoscrive appunto il debito degli stati nazionali, chi li ha incontrati racconta non solo la preparazione e la puntualità di questi alti funzionari di Pechino ma anche la loro coscienza di essere saliti sui gradini più alti del pianeta e la loro convinzione di potersi permettere di guardare molti di noi dall’alto verso il basso.

Viviamo in un altro mondo, un mondo in cui le tensioni religiose si sono accresciute – fortunatamente senza esondare in maniera irreparabile come sottolinea proprio oggi Enzo Bianchi -, in cui il nostro modo di viaggiare, di muoverci e di guardare agli altri è cambiato, in cui le paure per molto tempo hanno trionfato sulla razionalità e in cui molte realtà – a partire dal mondo arabo – sono state terremotate. Oggi non ci sono più Osama bin Laden e Saddam Hussein, così come non dettano più legge Mubarak e Gheddafi: se quell’11 settembre fosse stata una mattina normale molto probabilmente sarebbero ancora al loro posto.

Gli aerei che hanno colpito le Torri Gemelle e il Pentagono non hanno distrutto le nostre economie ma hanno dato vita a fenomeni esiziali, penso per esempio alla necessità americana di reagire con un ottimismo dei consumi che non aveva ragion d’essere e che avrebbe indebitato una nazione fino all’inevitabile scoppio della bolla immobiliare che ha dato vita alla recessione da cui non siamo ancora usciti oggi.

Per questi motivi si tratta di un anniversario diverso dagli altri, per gli effetti sul nostro presente e sul nostro futuro. Per questo quella mattina di luce meravigliosa, in cui è finita un’epoca, merita una grande attenzione e uno sforzo di comprensione. Noi pensiamo di avervi dato le nostre firme migliori per aiutarvi a capire, anche se in questa giornata resta solo un dovere: quello della memoria.

La Stampa 11.09.11

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