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"Dossier: Istruzione, orizzonti perduti", di Benedetto Vertecchi, Mariagrazia Gerina, Giuseppe Caliceti, Adriana Comaschi e Francesca Puglisi

Cinquant’anni fa solo un allievo su quattro proseguiva il percorso di studi dopo la scuola elementare. Doveva ancora trovare attuazione la norma costituzionale che prevedeva otto anni d’istruzione obbligatoria per tutti. L’ esclusione era prevalentemente l’effetto, diretto o indiretto, dell’agire di un filtro sociale. Solo parte delle famiglie era, infatti, in condizione di assumersi l’onere dell’educazione scolastica dei figli, rinunciando ai proventi derivanti da un inserimento precoce nelle attività produttive. D’altra parte, anche quando la ragione
dell’esclusione si collegava alle difficoltà intervenute nel processo di apprendimento, solo per un senso comune semplificatore (peraltro non troppo diverso da quello che oggi è tornato di moda quando si fa riferimento al merito) si poteva attribuire l’insuccesso alla scarsa attitudine degli allievi verso lo studio. Negli anni sessanta, in un contesto segnato da profonde trasformazioni economiche e sociali, furono poste, con la riforma della scuola media, le condizioni per assicurare a tutti otto anni di istruzione nella scuola. Questo obiettivo fu conseguito abbastanza rapidamente, aprendo la via al passo ulteriore, che consisteva nel favorire, anche per analogia con quanto era avvenuto in altri paesi industrializzati, l’allungamento dell’educazione scolastica fino a comprendere l’intero percorso di studi secondari. In una trentina d’anni (avendo come riferimento l’anno della riforma della scuola media, il 1962) la scuola italiana era diventata la sede per l‘educazione comune dell’infanzia e dell’adolescenza. O, almeno, lo era diventata per le dimensioni
quantitative raggiunte: lo sviluppo successivo avrebbe mostrato la capacità delle scuole di corrispondere anche sul piano della qualità alla domanda di istruzione che si era manifestata.
SE SI CONFRONTANO i dati relativi al funzionamento del sistema scolastico italiano fino alla fine del Novecento con quelli di altri paesi si notano due principali tendenze: la prima consisteva in una certa
compressione della fascia superiore dei risultati, l’altra nella dispersione contenuta nella fascia bassa. In altre parole, si perseguiva una linea di crescita per la scuola attenta in primo luogo a contenere lo svantaggio, e meno decisamente a perseguire risultati molto positivi per la fascia migliore degli allievi. Queste due tendenze si trovano in vari modi combinate nei diversi sistemi scolastici: quella volta a contenere la dispersione rivela attenzione per l’equità della proposta educativa, mentre il conseguimento di risultati molto positivi per la fascia migliore costituisce l’intento dei sistemi competitivi (il riferimento più frequente è ai sistemi educativi del Regno Unito e degli Stati Uniti). Se si tiene conto che il sistema scolastico italiano, almeno al livello secondario, aveva avuto uno sviluppo recente, la presenza di una dispersione contenuta nella fascia bassa indicava il prevalere del criterio dell’equità su quello della competitività. Dati comparativi più recenti, che danno conto grosso modo dell’effetto dei cambiamenti introdotti dai governi della Destra nella politica scolastica, mostrano che il criterio dell’equità è stato lasciato
cadere, senza che abbia avuto successo la sua sostituzione col criterio della competitività. È cresciuta, infatti, la dispersione nella fascia di risultati meno positivi, ma non si sono osservati incrementi apprezzabili nei livelli della fascia migliore. In altre parole, i tagli alle risorse, la riduzione degli orari, l’aumento del numero degli allievi per classe hanno peggiorato le condizioni di educazione degli allievi più deboli, non importa se per ragioni sociali o per difficoltà collegabili allo sviluppo individuale. D’altra parte, i richiami enfatici ad una nozione di merito retorica e ideologica (la meritocrazia) non sono serviti a produrre gli effetti che caratterizzano l’educazione nei sistemi orientati in senso competitivo. Conviene ricordare che il paese che da quando sono state avviate comparazioni periodiche internazionali ottiene i risultati migliori (la Finlandia) si distingue per la dispersione più contenuta nella fascia bassa, ed anche per il minore scarto fra la fascia bassa e quella alta. In pratica, i risultati di qualità elevata si ottengono in un contesto in cui domina il criterio dell’equità. In Finlandia non ci sono sostanziali differenze tra i risultati che si conseguono in un scuola o nell’altra, ovunque sia ubicata nel paese. È il contrario di ciò che accade in Italia, dove, le differenze si manifestano in relazione alle aree geografiche, alle caratteristiche del territorio, alle attività produttive e ad ogni altro aspetto che possa concorrere in positivo o in negativo, ma più spesso in negativo, a determinare i caratteri dell’educazione.

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“Ritorno a scuola nella crisi. Il caos la fa da padrone. Pagheranno gli studenti”, di Mariagrazia Gerina

Il ritorno a scuola ai tempi della crisi, a dispetto delle assunzioni annunciate (e ancora non completate), è pesantemente segnato per insegnanti e alunni dalle scelte del governo. Quella che, a cominciare
dal 12 settembre, aprirà i battenti a quasi 8 milioni di studenti è una scuola con meno insegnanti, meno presidi, meno bidelli, meno ore di lezione. Non c’entrano neppure i tagli previsti dalle “manovre estive”, su cui
le Regioni si preparano a dare battaglia. Il fatto è che la scuola il conto ha iniziato a pagarlo con largo anticipo, a partire dagli 8 miliardi di tagli in tre anni decisi con la legge 133 del 2008. L’ultima tranche, pesantissima, sono i quasi ventimila insegnanti (19.699 docenti) e i 14.500 tecnici- amministrativi sacrificati anche quest’anno sull’altare dei tagli. All’appello mancheranno 9.245 insegnanti nella sola scuola primaria
e altri 8.959 nella scuola secondaria. Che si sommano ai 68mila docenti e ai 30mila tecnici-amministrativi già lasciati a casa nei due anni precedenti. Più di 130mila posti di lavoro (132.199) persi in tre anni. Un massacro. Altro che la favola a lieto fine delle trentamila assunzioni promesse ad altrettanti docenti precari (più 36mila riservati al personale tecnico amministrativo). Anche lì, per ora, siamo ancora in alto mare. Perché il pasticciaccio della doppia graduatoria e dei circa 3mila ricorsi già vinti dagli insegnanti che erano stati inseriti in coda alle graduatorie provinciali è tutt’altro che risolto. L’indicazione del ministero è di accantonare tutti i posti che dovrebbero essere attribuiti a chi ha fatto ricorso, in attesa che l’inserimento “a pettine” e non in coda nella vecchia graduatoria degli insegnanti aventi diritto venga sancito da una sentenza definitiva. E intanto? Avanti con le supplenze, s’intende. Non solo, ma ancora da dirimere è anche la questione delle cattedre lasciate libere dai docenti che già in ruolo vengono chiamati per scorrimento della graduatoria a insegnare in un altro ordine di scuola. Fin qui, quelli sono stati considerati a tutti gli effetti
posti di ruolo da assegnare in surroga. Ma quest’anno il ministero – diversamente da quanto chiede la Cgil – è intenzionato a tappare eventuali buchi con altre supplenze. Quante saranno in tutto è ancora difficile da prevedere. Di certo, l’organico di diritto, che lo scorso anno contava 620.519 docenti, quest’annoè sceso a quota 600.820. Bisognerà aspettare ottobre per capire quanti saranno chiamati, ancora a tempo determinato, a tappare i buchi. Tra questi molti insegnanti di sostegno. Dei circa 94.469 necessari a colmare le caselle vuote nell’organico di fatto, solo 63.348 sono conteggiati nell’organico di diritto, quindi si sa già che gli altri 27.121 saranno chiamati a tempo determinato. Ma il caos si allarga anche a chi
aveva già un posto. Per effetto dei tagli quest’anno 7.579 docenti a tempo indeterminato si sono ritrovati senza cattedra. Inutile dirlo, si tratta di un popolo, costretto a mettere insieme spezzoni di cattedre o a migrare altrove, molto più diffuso al sud che al nord. La sola Campania nella scuola primaria di docenti sovranumerari ne conta 633, l’Emilia Romagna nemmeno uno. Adeguare la realtà scolastica ai numeri decisi dal ministero dell’Economia non è stato semplice. E ha comportato di fatto una riduzione dell’offerta formativa e delle ore di lezione in ogni ordine e grado. Nella scuola primaria, il tempo pieno di fatto non esiste più. Al suo posto ci sono i salti mortali che fanno gli insegnanti e presidi per coprire le 40 ore settimanali che le famiglie continuano a chiedere. E nella scuola secondaria non va meglio. Il taglio più paradossale è quello che si è abbattuto sugli istituti professionali costretti a sacrificare soprattutto le ore di laboratorio. Mentre nei licei, dove sono state tagliate in media dalle 2 alle 3, è stato cancellato di fatto ogni margine per la sperimentazione. Non basta. Perché all’appello di inizio anno mancano anche 2500 presidi. E altrettanti che saranno nominati “reggenti” dovranno fare la spola tra la loro vecchia scuola e quella del collega venuto meno con i pensionamenti. Una sorta di prova generale, in un certo senso, di quanto prevede la manvora estiva. Ovvero che gli istituti con meno di 500 alunni vengano affidati in reggenza. Mentre le circa 5600 scuole primarie e medie vengano accorpate in 4500 istituti comprensivi. Qualche altra cifra? I fondi per l’ampliamento dell’offerta formativa (legge 440 del ‘97) passano dai 140 milioni di 3 anni fa, ai 78 milioni di quest’anno. Mentre uno studio commissionato dall’associazione dei contribuenti italiani ricorda che appena il34%degli edifici scolastici può vantare insieme il certificato di agibilità statica anche quello igienico- sanitiario e di prevenzione incendi.

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“LA FINE DEL TEMPO PIENO”, di Giuseppe Caliceti

L’attacco alla scuola pubblica del governo, nel Nord Italia, si configura in particolare come un attacco all’esperienza della scuola a tempo pieno. O «tempo totale», come la chiamava l’inventore: il bolognese
Bruno Ciari. Un’organizzazione scolastica che ormai ha 40 anni di storia alle spalle. Non è mai stata una storia facile: basta pensare alle asprezze dei conflitti, soprattutto all’inizio, tra i suoi sostenitori e i suoi
detrattori. La Riforma Gelmini ha soppresso la scuola modulare e buona parte del tempo pieno. Quel che resta, è stato annacquato, snaturato. Vietando ogni forma di compresenza dei docenti. Oggi è un doposcuola, peggiorativo anche rispetto all’esperienza iniziale degli anni ’50 del secolo scorso. Per esempio, lievita in modo esponenziale il numero di docenti che ruota su una stessa classe, creando un vero e proprio paradosso: proprio il Ministro all’Istruzione che nel 2008 parlava della necessità per i bambini della scuola
primaria, dal punto di vista pedagogico e psicologico, di un «docente unico», per ragioni economiche, oggi,
sottopone al piccolo alunno fino sei, sette, otto, nove, in alcuni casi addirittura dieci docenti diversi. E non solo nelle scuole a tempo pieno. Nonostante tutti i dati Ocse parlino da anni di una scuola elementare italiana di assoluta qualità e di una scuola media problematica, si è realizzato di fatto uno smantellamento della scuola primaria in cui i bambini più piccoli si trovano di fronte una primaria modellata come una media. Con tanti saluti alle vere o presunte teorie pedagogiche e didattiche di cui fino a due anni fa il ministro all’Istruzione si riempiva la bocca.

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«La crescita tornerà solo investendo sul capitale umano» intervista a Piero Cipollone di Adriana Comaschi

Economista di fama, presidente dell’Istituto Invalsi fino alla recente nomina alla World Bank, come direttore esecutivo. Piero Cipollone si è occupato di scuola da un’angolazione particolare e quantomai attuale, studiando le ricadute economiche delle risorse investite sul sistema dell’istruzione.
Direttore, cosa significa oggi investire sul “capitale umano” in Italia?
«In questi mesi l’Italia sta affrontando una grave crisi finanziaria, il nodo è quello della sostenibilità del debito pubblico nel lungo periodo. Oltre a correttivi urgenti e necessari, l’uscita da questa fase non può avvenire senza unritorno della crescita. E al centro di ogni strategia di crescita per economie avanzate come quella italiana c’è l’investimento in capitale umano,che significa sostanzialmente la valorizzazione dell’intelligenza, della creatività, dell’inventiva delle persone, soprattutto di quelle più giovani. L’economia italiana può tornare su un sentiero di crescita sostenuto, nel rispetto dei vincoli di bilancio, e ridurre progressivamente il peso del debito pubblico se sarà in grado di tornare a produrre una vasta gamma di beni e servizi sofisticati, a prezzi competitivi, altamente appetibili nei mercati internazionali.
Ma la premessa è una popolazione altamente qualificata, capace di
adattarsi ai continui cambiamenti della tecnologia e dei mercati, alla continua ricerca di soluzioni innovative. In ampi segmenti della nostra economia queste condizioni ci sono: vanno esportate nel resto dell’economia. Ecco perchè è necessario investire sulla parte più dinamica della popolazione, quella più sensibile a interventi formativi: i giovani. Ecco perchè i processi formativi e la scuola devono tornare al centro del dibattito di politica economica. Che tipo di paese saremo in dieci-quindici anni, dipende in gran parte da quale formazione
offriamo ai ragazzi».
Che fotografia scatta del sistema educativo italiano?
«Direi che fatica ad adattarsi a un ambiente esterno profondamente cambiato in pochi anni. In parte
perché non è chiaro cosa si chiede alle nostre scuole. Non si è mai detto con chiarezza quale sia il loro compito fondamentale tra promozione degli apprendimenti vis a vis e altre funzioni (la socializzazione, il ruolo di puro child care). E i criteri che abbiamo adottato per valutare l nostro sistema educativo non hanno aiutato: per anni abbiamo guardato a indicatori di input (quanti insegnanti, quante scuole, quanta spesa per studente), o di successo basati su quantità (numero di promossi, diplomati ecc.), o indicatori di qualità del tutto inaffidabili (voti negli scrutini, voti o giudizi negli esami finali). Così è difficile per le scuole avere una idea chiara del loro mandato. Infatti quando si valutano gli apprendimenti con misurazioni standardizzate e uniformi si osserva un fenomeno molto interessante: a parità di condizioni (economiche degli studenti, di risorse per gli istituti, tipo di scuola e area geografica) alcune scuole sono eccellenti mentre altre, e in alcune aree del paese sono la maggioranza, presentano ampi margini di miglioramento. Questo è il dato che colpisce di più: l’estrema varietà dei livelli di apprendimento dei ragazzi. Oggi allora non è più tollerabile sottoutilizzare il potenziale di ogni singolo ragazzo, ne va del destino del singolo e dell’intera collettività».
Le risorse investite oggi in scuola e università di quanto sono al di sotto del fabbisogno?
«Non ho una risposta precisa. Il confronto internazionale indica che in Italia la spesa per studente è simile,
nella scuola, a quella degli altri paesi Oecd. Forse però è più utile chiedersi se il paese usa al meglio le risorse
investite nelle scuole, cioè se ogni euro che spendiamo nella scuola è utilizzato al meglio per promuovere
i livelli di apprendimenti dei ragazzi. Su questo punto va notato che purtroppo in altri paesi ogni euro
speso nella scuola “produce” livelli di apprendimento più elevati che da noi. Anche qui va rilevato l’estrema
variabilità tra le scuole del paese. Alcune scuole ottengono risultati eccellenti, altri meno, a parità di risorse
investite. Dobbiamo fare di questo punto di debolezza un punto di forza. È difficile reperire risorse aggiuntive
per la scuola in questo quadro dei nostri conti pubblici. Può non piacerci ma questa mi pare la realtà. Allora occorre esercitare la creatività per fare in modo che ogni euro sia utilizzato al meglio, almeno tanto bene quanto fanno la media delle scuole. È un modo diverso di reperire risorse».
Come si colloca l’Italia nel contesto Ue,oggichel’Europadevefronteggiare sempre più la concorrenza di Brasile,
Cina, India?
«Come dicevo prima, il capitaleumano è centrale in ogni strategia di sviluppo. Purtroppo l’Italia è in forte ritardo. Lo denunciano tutte le indagini comparative internazionali finalizzate alla misurazione delle competenze e delle conoscenze della popolazione, sia essa a scuola o no. E questo non è un buon viatico per i prossimi anni. Qualche buona notizia viene però dall’ultima indagine Pisa che segnala un forte recupero
delle nostre scuole rispetto a quelle dei paesi Ocse, grazie anche a un sensibile miglioramento degli apprendimenti nelle scuole del Sud. Segnali confermati dalle indagini Invalsi di questi anni».
L’attuale manovra del governo incide moltissimo sugli enti locali, che così dovranno forse ridurre servizi come
nidi e materne. Un autogol per il sistema Paese?
«Naturalmente un calo delle risorse che compromettesse la qualità dei servizi non giova. Però non c’è un’associazione automatica tra soldi spesi e qualità degli apprendimenti. Non c’é a livello nazionale nè internazionale. Lo dico non per sminuire i possibili problemi che derivano da un calo delle risorse, ma per dare un incoraggiamento: non bisogna disperare di fronte alle difficoltà finanziarie perchè questo ne amplificherebbe l’effetto. È importante sapere che al livello della singola scuola si può fare altrettanto bene anche con meno risorse; è certamente più difficile ma si può fare».
Che interventi raccomanda a un futuro governo di centrosinistra?
«Dare alla scuola l’attenzione che merita».

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“L’anno che verrà” di Francesca Puglisi

Dobbiamo essere coraggiosi. Dobbiamo prendere in mano il nostro presente e accompagnarlo verso il futuro, lungo la strada che noi avremo tracciato. E la bussola per orientarci non potrà che essere una: la scuola. Perché l’Italia di domani cresce nelle scuole. Ed è a scuola che crescono la democrazia, l’uguaglianza, la libertà, il lavoro. Perché è solo con una scuola pubblica di qualità che potremo tornare ad avere mobilità sociale, prendendoci cura del successo formativo e scolastico di tutti, senza lasciare nessun bambino indietro. È mettendo la scuola, l’università e la ricerca al centro delle nostre politiche per la crescita che potremo garantire un futuro al nostro Paese, salvandolo dal baratro in cui lo sta spingendo questa destra
che non ha più alcuna credibilità. Perché l’Italia, che è un paese povero di materie prime, che non ha grandi estensioni e che non può competere sul basso costo della manodopera, ha un unico, grande vantaggio: la qualità del proprio capitale umano, l’ingegno, la creatività, che si trasferisce in qualità del Made in Italy formando «teste ben fatte» nelle scuole tecnico professionali. Tagliare l’istruzione in Italia? Come bruciare il petrolio per i Paesi arabi. Investire nella scuola in un momento di devastante crisi, è quello che altri paesi europei stanno facendo, Germania e Francia in testa. Al di là dell’oceano, il presidente Obama nella manovra anti-crisi da 300 miliardi di dollari, prevede più soldi sia per gli insegnanti, sia per le strutture scolastiche. I più giovani stanno pagando la crisi e sono stanchi di aspettare un posto di lavoro. Genitori e nonni hanno un’unica domanda: che accadrà domani ai nostri figli? La scuola di domani deve promuovere le persone e le loro competenze lungo tutto l’arco della vita, perché possano acquisire e mantenere i diritti di cittadinanza. Ma davanti abbiamo la terra bruciata dai nuovi barbari: questo governo sarà ricordato per il micidiale attacco sferrato alla scuola pubblica, con il più grande licenziamento di massa mai vissuto nel nostro Paese, che ha cancellato in un sol colpo 132.000 posti di lavoro e modelli educativi eccellenti come il tempo pieno e il modulo a 30 ore con le compresenze. Il Partito Democratico non solo ha svolto in Parlamento e nel Paese
una tenace opposizione,ma ha continuato e continua ad ascoltare il mondo della scuola tutto, per elaborare
proposte affinché si possa rendere il sistema scolastico italiano più efficace e più equo. Lo scriviamo oggi e lo manterremo domani: il Partito Democratico aumenterà le risorse per l’istruzione pubblica riallineandola agli altri paesi europei. Sappiamo dove prendere i soldi: dall’evasione fiscale, dai beni sequestrati alle mafie, tassando i grandi patrimoni, riducendo le spese superflue. Sappiamo cosa fare. Un nuovo piano straordinario per un’educazione di qualità da 0 a 6 anni, trasformando l’asilo nido da servizio a domanda individuale a diritto educativo di ogni bambino e bambina.
Assicurando a tutti i bambini un posto nella scuola dell’infanzia. Se si vuole mettere in moto un vero “movimento” di pensiero e di innovazione didattica per migliorare i livelli di apprendimento degli studenti,
ogni scuola deve poter contare su risorse umane e finanziarie certe per un triennio. Per assicurare continuità e migliorare la qualità della scuola, occorre assegnare un organico funzionale, personale stabile per le supplenze brevi e professionalità specializzate a supporto dei ragazzi con bisogni speciali (disabilità, autismo, dislessia, discalculia).
Questo sistema, a parità di spesa, comporta molti vantaggi: il superamento del precariato scolastico; a programmazione certa dei fabbisogni di insegnanti e il conseguente piano di reclutamento; la piena autonomia delle scuole nell’ organizzazione della didattica per raggiungere l’obiettivo del successo scolastico dei ragazzi e delle ragazze. Occorre sottoporre l’elefantiaco Miur ad una cura dimagrante, trasferendo le competenze degli uffici scolastici alle Regioni, perché il rapporto scuola-territorio è il vero motore della qualità. Il tasso più alto di dispersione scolastica si ha tra gli 11 e i 16 anni. Serve un miglior raccordo tra medie e biennio delle superiori, che vogliamo unitario, per aiutare i ragazzi a fare scelte più consapevoli. Per dimezzare il tasso di dispersione scolastica e alzare i livelli di apprendimento, come ci chiede di fare l’Europa entro il 2020, dobbiamo occuparci dell’ educazione di una nuova “specie” -i nativi digitali- che, rispetto alle generazioni precedenti, ha una mutata percezione del tempo e dello spazio, un’intelligenza visiva superiore, con un gap tra il linguaggio usato nelle attività extrascolastiche e quello che trovano in classe, semplicemente terrificante. La nuova scuola deve saper superare la rigidità della classe, passare dall’aula al laboratorio ad un’ altra aula dove si parla un’altra lingua. Dobbiamo restituire prestigio alla professione insegnante, investendo sulla formazione in servizio, prevedendo un nuovo contratto nazionale che riconosca
in busta paga il lavoro – oggi oscuro perché svolto a casa – di correzione dei compiti, di ricerca didattica e di preparazione delle lezioni, per chi desidera farlo in scuole aperte tutto il giorno, in cui i ragazzi possono studiare da soli o in compagnia, dove possono trovare i libri e i computer che a volte a casa non hanno. Investire nell’infrastrutturazione tecnologica e nella messa in sicurezza delle scuole, altrimenti la LIM resterà pura scenografia. Tutta un’altra storia rispetto ai grembiuli, i cinque in condotta e il maestro unico della Gelmini. Ma questa nuova scuola noi, vogliamo progettarla insieme agli insegnanti, ai dirigenti scolastici, i collaboratori, gli studenti, i genitori, gli amministratori locali. Perché pensiamo che la scuola nuova che serve all’Italia possa nascere solo dal lavoro di chi nella scuola vive e lavora con impegno e con passione. E’ questa la scuola che vogliamo, è questa la scuola che metteremo al centro dell’Italia di domani.

L’Unità 10.09.11

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