attualità, cultura

"Il turismo abbandonato", di Cesare De Seta

Nella congiuntura assai difficile dell´economia italiana ci sono sprazzi di luce imprevisti che non vanno sottovalutati. Dopo tre lunghi anni di vacche magre il turismo nel mese d´agosto ha segnato una lenta ripresa, ma il dato più significativo è che sono le tradizionali città d´arte a registrare i dati più positivi secondo quanto riferito dalla Federalberghi-Apra.
Venezia è in cima con un incremento del 10%, di cui l´80% è costituito in prevalenza da americani, russi e mediorientali; segue Roma con un incremento del 9%, di cui il 70% costituito da stranieri; a seguire Firenze con 8,3%, e anche qui i turisti sono per larga maggioranza americani. Napoli è scomparsa dalle classifiche se non dobbiamo ad essa associare Capri, Ischia, la costiera e il Vesuvio. Città come Torino e Milano, che non sono mai state mete particolarmente presenti in queste classifiche, nella settimana di Ferragosto hanno registrato un´impennata di turisti provenienti in particolare dai Paesi della Ue. Il fatto più positivo è che l´incremento è dovuto prevalentemente agli americani che sono ritornati alla grande nel nostro Paese, seguiti da Russia, Cina, Brasile e India. Il turismo a quattro o cinque stelle proviene non dall´Europa ma dal resto del mondo: il presidente della Fondazione Altagamma Antonio Cacace, in un´intervista al Sole 24 ore, nota anche che a differenza di Francia, Spagna e Grecia che ci hanno sorpassato, in Italia è mancato un “indirizzo unitario”, ovvero una politica per il turismo.
Nei Paesi che s´indicano con l´acronimo Bric è in notevole crescita una popolazione che sa apprezzare le bellezze del nostro Paese e in particolare quell´assieme di beni culturali che si concentrano nelle città privilegiate. D´altronde è largamente noto che in tutto il mondo, a cominciare dagli Stati Uniti ma anche nei Paesi della Ue, è in forte crescita quella fetta di popolazione che possiamo dire mediamente colta: capace cioè di apprezzare patrimonio storico-artistico e archeologico. La crescita scolare a scala mondiale, e dunque, l´affinarsi della domanda, fa sì che le nostre città guadagnino punti nella distribuzione del turismo. Siamo in una posizione certamente privilegiata perché le nostre città, e non solo quelle oggi in ascesa, sono capaci di offrire aree archeologiche, musei, monumenti, luoghi storicamente consolidati nei secoli, unici al mondo. Ciò esigerebbe che si approntasse una strategia idonea per incrementare questo flusso di danaro fresco ma questo non accade. Le stesse città privilegiate sono piagate da infiniti malanni strutturali che vanno dalla carenza di personale nella gestione del patrimonio di beni di cui sono ricche, alla assai flebile capacità di creare attività stagionali capaci di richiamare flusso turistico.
Tutto va bene? Non è così, visto che si destina solo lo 0,18% del nostro Pil e lo 0,23% del bilancio statale all´immensa risorsa dei beni culturali. Ci sono campanelli d´allarme inquietanti: il più clamoroso è stato l´atto di vandalismo contro la Fontana del Moro e la Fontana di Trevi. Il gesto di chi s´accanisce su un´opera d´arte – i precedenti non si contano: dalla Pietà di Michelangelo alla scultura dell´Ammannati a Firenze – non è gesto di un folle: ma di un nichilista, inconsapevole vittima di un mito romantico. Il suo gesto mette in crisi modelli di comportamento che si ritenevano immutabili: la convinzione che l´opera d´arte debba suscitare ammirazione, e quindi rispetto; nel corso dei secoli si è stipulata una solida intesa tra produttori di merci particolari (i manufatti d´arte) e chi si riconosce in quei valori. Nel momento in cui il concetto di Bello subisce trasformazioni (piccole o grandi, transitorie o permanenti) questo circuito si interrompe, con tutte le conseguenze del caso: compreso il fisico annientamento dell´oggetto scaduto di valore.
Dell´esercito che ogni anno si muove per l´Italia sappiamo poco o nulla, la sua avanzata sgomenta perché né la cultura, né tanto meno lo Stato si è preoccupato di studiarne le pulsioni. Ci dobbiamo rallegrare che in Italia questo esercito sia sempre più numeroso, ma la crisi più grave che attanaglia il patrimonio storico-artistico e le città d´arte è proprio in ciò: nel fatto che questo complesso di “valori” non è più riconosciuto come tale da una larga massa di inconsapevoli consumatori. Qualificare la domanda turistica interna ed estera è un obiettivo prioritario. Non bastano cancelli, né cavalli di frisia, né telecamere: è indispensabile un lento meticoloso radicale lavoro di formazione che sia capace di rimettere in circolo una moneta che oggi rischia di essere fuori corso. Ed essa è costituita dai valori complessivi che esprime il Bel Paese e sta a noi, non certo a chi viene in Italia, dedicarci a questo compito di educazione civile.

La Repubblica 11.09.11

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