attualità, politica italiana

"Berlusconi sconfitto sulle dieci domande" di Ezio Mauro

Silvio Berlusconi ha perso. Per togliere di mezzo le dieci domande che Repubblica con Giuseppe D´Avanzo gli ha rivolto ogni giorno per sei mesi (chiedendogli conto di bugie e falsità sullo scandalo del “ciarpame politico” sollevato dalla first lady per lo scambio tra candidature e favori sessuali) il Presidente del Consiglio aveva denunciato il nostro giornale per diffamazione, chiedendo una condanna a un milione di euro per danni al suo onore e alla sua reputazione. La sentenza del Tribunale di Roma respinge la richiesta di risarcimento del Capo del governo (e anzi lo condanna a rifondere le spese processuali) con questa motivazione: le dieci domande “costituiscono legittimo esercizio del diritto di critica e lecita manifestazione della libertà di pensiero e di opinione garantita dall´articolo 21 della Costituzione”.
Il caso senza precedenti di un leader politico che denuncia delle domande, perché non può rispondere, ha fatto il giro del mondo, così come gli insulti del Premier ai nostri giornalisti e il suo invito agli industriali a boicottare la pubblicità su Repubblica. Tutto inutile. Perché il tribunale ha stabilito che è legittimo anche in Italia – per un giornale che intenda farlo – svelare le menzogne del potere e chiederne conto, è legittimo incalzare un Premier su vicende poco chiare finché non si assuma la responsabilità di spiegarle davanti alla pubblica opinione. La pretesa di Berlusconi di soffocare un´inchiesta scomoda e di zittire un giornale è stata sconfitta.Ma è stato respinto anche il tentativo di delegittimare il ruolo della stampa, con il timbro della magistratura. Il Presidente del Consiglio aveva infatti definito le dieci domande “retoriche, diffamatorie e discreditanti”. La sentenza le considera invece espressione del diritto di cronaca e del diritto di critica, le giudica “fondate su un solido nucleo di veridicità”, le ritiene “civili” e “corrette”. Soprattutto, la sentenza sancisce che “in un Paese democratico è diritto-dovere della stampa chiedere conto e ragione dei propri comportamenti a chi ricopre cariche politiche e di governo” in modo che i cittadini possano giudicare l´uomo pubblico “non solo sull´attività svolta, ma anche con riferimento al suo patrimonio etico e alla coerenza dei comportamenti”.
È quello che Repubblica e D´Avanzo hanno sostenuto in questa battaglia giornalistica. Che oggi continua, perché nel mezzo della crisi ci sono molti altri punti oscuri che attendono dal Premier qualche risposta. A risentirci.

La Repubblia 13.09.11

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“L’Italia dell’egocrate verso il baratro”, di FRANCO CORDERO

Visto da fuori, l´attuale presidente del Consiglio è presto definito, un contraffattore sistematico: falsifica, froda, plagia, corrompe; da quando siede al governo, tenta anche d´estorcere (gli accordino l´impunità o devasta i sistemi). Ma nasce un quesito: fin dove sappia d´essere falsario e soperchiatore; se lo sapesse, ragionatore freddo, non sarebbe caso psichiatrico; e lo è, caso scolastico. Il nome latino, dementia paranoides, figura nel titolo d´un saggio freudiano 1911, la cui materia somministra memorie del dr Daniel Paul Schreber, magistrato tedesco affetto da disturbi mentali. Rex Berlusco, egolatra imperialista, barcolla sotto il peso d´un Ego elefantiaco, assordante, voracissimo: nel suo universo non esistono persone rispettabili, né valori o fatti obiettivi; gli scenari fluttuano. Se l´ha detta lui, e finché la dica, una cosa è reale, ad esempio, che l´Italia abbia economia sana e prospettive fauste, sebbene gli avvenimenti suonino musiche funeree. Lo stesso meccanismo sviluppa valutazioni pseudomorali: essendo lui sovranamente giusto, tale risulta ogni suo atto; pleno iure, dunque, comprava la sentenza che gli porta in casa il colosso dell´editoria italiana; e ulula vedendosi condannato a risarcire i danni. Sul piano estetico converte serate postribolari in passatempi spirituali. Gode d´un culto, s´infuria contro chiunque resista, scaglia atroci invettive, ogni tanto piagnucola. Nel genere nefasto è storia cospicua. Fuori della cerchia intima resta ignota l´origine dei capitali che investiva nell´industria edile. Nessun dubbio, invece, su come diventi monopolista delle televisioni commerciali, oltre ogni limite legale: pagava una canaille governativa; travolti costoro da purghe penali, salta in politica; l´ordigno televisivo cattura a milioni teste malleabili. L´exploit riesce contro avversari inetti: l´uomo venuto dal niente governa sei mesi, cade e nei sei anni d´opposizione (dicembre 1994-marzo 2001) diventa egemone; da allora mira al dominio assoluto, quasi fossimo una monarchia dell´Africa nera. Salta agli occhi l´impronta psicotica.
Ascesa sbalorditiva, incubava i semi del disastro. Come mai, è presto detto: un megalomane narciso, fotografato in pose nere da gangster marsigliese, furbissimo, molto temibile ma fortunatamente stupido, non diventa d´incanto statista; fosse lucido, starebbe tra le quinte, protetto da lobby; la discesa in campo segnala una coazione morbosa a riempire il palco. Non riesce a contenersi. Segue l´inevitabile: con quel passato, ha tanto da perdere nella lunga guerra giudiziaria; lo svelano pirata i tentativi d´affatturarsi un´assurda immunità. Al governo fa la figura del portantino ubriaco che irrompa nella sala operatoria impugnando un bisturi: non sa dove cominci il mestiere praticato da Cavour, Depretis, Giolitti, De Gasperi; la frode sotto forme giocose è l´unica sua arte. Quando anche sapesse il da farsi, lo farebbe accidentalmente perché in via principale coltiva interessi privati, secondo logiche d´affarismo disinvolto intuibili dal programma: Stato poco visibile, fisco magnanimo, «arricchitevi» (slogan corrente nella monarchia orléanista); en passant, con una piccola legge ad se ipsum liquida in 4 o 5 milioni i 300 d´un debito fiscale Mondadori. Se colpito da improvvisa metànoia, diventasse asceta del buon governo, finirebbe in una comoda clinica. Non può cambiare linea. In tema d´economia e ideologie docet ancora Marx. L´antropologo curioso sfogli le fotografie: da sinistra siedono al tavolo Marcello Dell´Utri, Flavio Carboni, Pasquale Lombardi, Arcangelo Martino, gentiluomini P3 (qui, 30 agosto, pp. 16-17); Dell´Utri scambia pensieri profondi col crinito-leonino Denis Verdini, ex macellaio, ora triumviro Pdl e discusso banchiere (2 settembre, pp. 16-17); inter alia, l´ancora più avventuroso Carboni possiede discariche tossiche da cui caverà l´oro muovendo pedine politiche (3 settembre, p. 17); la P3 esiste a tal fine. Sono o no icone istruttive? L´arte del corrompere è il motore immobile del Brave New World: l´Egocrate vi lavora; ha bandito una crociata della privacy affinché gli affari delicati corrano sicuri nei telefoni.
L´Italia berlusconiana era geneticamente destinata alla bancarotta: prima o poi, questione d´anni; deperiva a vista d´occhio sotto un incipiente festoso marasma, mentre lui le cantava quanto bene stesse. La crisi planetaria gli guasta il refrain. Dapprima la nega e istiga i poveri diavoli a spendere indebitandosi: dopo un paio d´anni se ne accorge; infine apre gli occhi, brutalmente scosso dalle lettere in cui Ue, Bce, Angela Merkel gl´intimano il risanamento del colossale debito pubblico, da intavolare subito, con riforme strutturali, in termini credibili, faute de quoi l´Italia, malato d´Europa, sarebbe fair game dei lupi in borsa. S´era illuso d´uscire indenne con una manovra da quaranta miliardi, lasciando furbescamente lacrime e sudore ai successori. Stordito dal colpo, la ricalcola in sessanta, non sapendo dove pigliarli: tre testi successivi variano i contenuti, secondo calcoli elettorali e veti leghisti; il pastiche appare sospetto; vedi l´ipotesi ottimistica d´una caccia agli evasori, che porti i miliardi in difetto. Il quarto testo viene fuori, blindato dalla fiducia, nello spavento del lunedì borsistico 5 settembre. Riconsideriamo il precedente tedesco 30 settembre 1938: Chamberlain e Daladier portano i Sudeti a Hitler, sventando un complotto; dei dissidenti volevano deporlo quale guerrafondaio demente, tale dichiarato dai periti. A due passi dalla catastrofe Silvius Caesar s´era definito «l´uomo della crescita» e volerebbe alle stelle se ricchi benefattori prendessero a loro carico i debiti italiani, ma non ci sarà una seconda Monaco; in Europa, anzi nell´intero pianeta, lo conoscono tutti: governo B. significa paese gaglioffo, magliaro, bancarottiero. Forse siamo alle battute conclusive della storia: come lo strapotente pirata, editore dominante, padrone d´un impero televisivo, forte d´un voto plebiscitario, in soli tre anni riesca ad affondarsi; nella cabala mazziniana esistono gli angeli delle nazioni e vegliavano sulla sciagurata Italia. Più sobriamente direi, consola sapere che i cervelli pensanti contino ancora qualcosa.

La Repubblica 13.09.11

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