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"Come si impoverisce una nazione. La scuola senza storia dell'arte", di Carlo Bertelli

Siamo un paese antico, ma siamo una paese vivo. A Luras in Sardegna di erge un ulivo di 3800 anno; a Palombara Sabina nel Lazio, presso l’Abbazia di San Giovanni in Argentella, sorge un ciliegio che ha 3 metri di diametro. Questi “patriarchi” del mondo vegetale ci raccontano la nostra storia. E’ una memoria di lavoro secolare e di affetti. Uno dei più toccanti testi della letteratura italiana è attribuito ad una contadine che si separa dai suoi monti: “addio monti sorgenti dall’acque….”. Paesaggio, affetti, ricordi sono nel nostro essere italiani e sono alimentati da una sorgente privilegiata, che è la nostra consuetudine con l’arte nelle città antiche, nei borghi e nelle campagne dove brandelli di territorio sono stati risparmiati alla speculazione.
Ci domandiamo quanto questi sentimenti potranno resistere in un paese che si dispone a dimettere quello che è stato per generazioni uno strumento per capire ciò che ci circonda, ovvero la storia dell’arte che ora, leggiamo, viene bandita persino da alcuni istituti turistici. Nei nostri licei classici la storia dell’arte è entrata nel 1923. E quando il turismo che costituisce una parte rilevante del nostro bilancio, si è strutturato come insegnamento, è entrata tra le materie scolastiche.
Oggi quel taglio è un segno allarmante. Oltretutto in palese contraddizione con le dichiarazioni del Ministro per i Beni culturali Giancarlo Galan all’indomani dell’atto di vandalismo compiuto contro la fontana del Moro in Piazza Navona: “sarebbe utile insegnare la storia dell’arte fin dalle elementari”. Certo non sarà male se si darà qualche notizia di storia dell’arte ai bambini. Un tempo si cominciava con le matite colorate chiuse in una astuccio con la scena di Cimabue che ammirava Giotto intento a ritrarre una pecora. E’ allora giusto chiedersi quali amministratori, quali comunità sapranno resistere agli assalti della invadenza commerciale e del cattivo gusto se andiamo incontro a generazioni che non hanno ricevuto un insegnamento adeguato che aiuti a comprendere architetture, dipinti, sculture, paesaggio, strade e case, palazzi, ville e chiese, ponti e piazze. Credo che il Ministro per in Beni Culturali abbia individuato la radice. Speriamo che la collega Ministro dell’Istruzione lo ascolti.

Il Corriere della Sera 13.09.11

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“Se la scuola rinuncia alla storia dell’arte”, di Lorenzo Salvia

Letizia Moratti aveva esagerato. Era il 2002 e l’allora ministro dell’Istruzione voleva rendere obbligatorio l’insegnamento della storia dell’arte fin dalle elementari. Buoni propositi di inizio mandato, caduti nel vuoto come tanti annunci. Perché poi, invece che aggiunta alle elementari, la storia dell’arte è stata tagliata alle superiori. Una decisione presa con la legge Gelmini varata due anni fa. Ma che adesso comincia a far sentire i suoi effetti, perché quella riforma piano piano si estende a tutte le superiori: l’anno scorso toccò solo alle prime classi, quest’anno sono coinvolte anche le seconde, l’anno prossimo si arriverà alle terze e così via. Della questione, però, si torna a discutere perché proprio sulla storia dell’arte al ministero dell’Istruzione è stato creato un tavolo tecnico. Certo, è una formula burocratica che può partorire un aggiustamento o un nulla di fatto. Ma in ogni caso se ne parla di nuovo.
«Speriamo che ci possa essere una marcia indietro» dice Clara Rech, presidente dell’Anisa, l’associazione nazionale degli insegnanti di storia dell’arte. A suo tempo erano stati proprio loro a battagliare per limitare i tagli, arrivando a coinvolgere anche il presidente della Repubblica che, pur senza entrare nel merito, aveva fatto sentire la sua voce: «Per quanto mi consentiranno le mie competenze — aveva scritto Giorgio Napolitano in una lettera — non mancherò di sostenere la validità e la sempre maggior diffusione dell’insegnamento di questa materia nelle scuole».
Ma cosa ha cambiato la riforma per la storia dell’arte? Poco nei licei. Al classico le ore di lezione sarebbero addirittura aumentate. Ma solo in teoria perché moltissimi licei prevedevano questa materia in forma sperimentale anche al ginnasio dove adesso non c’è più. Stesso discorso per il linguistico mentre allo scientifico le cose sono rimaste uguali. La vera batosta è arrivata per gli istituti tecnici e commerciali dove, con poche eccezioni, è praticamente sparita. Persino all’istituto professionale del turismo dove pure avrebbe il suo perché in un Paese come l’Italia dove il turismo è anche Venezia, Firenze, Roma, e le altre città d’arte. «È stato un vero non senso per quel museo a cielo aperto che è l’Italia», dice la professoressa Rech, la presidente dell’associazione. Anche perché, a suo giudizio, le conseguenze non sarebbero solo scolastiche: «Se nella formazione di un geometra ci fossero alcuni elementi di storia dell’arte nel nostro Paese avremmo qualche scempio e bruttura in meno».
Passata la riforma alcune scuole si stanno riorganizzando. Tre classici di Roma, ad esempio, hanno deciso nella loro autonomia di reintrodurre questo insegnamento anche nei primi due anni, al ginnasio, proprio come avveniva prima della riforma in modo sperimentale. Sono il liceo Augusto, il Giulio Cesare e l’Anco Marzio e il progetto potrebbe essere esteso l’anno prossimo ad altre scuole. Così la storia greca viene studiata in parallelo alla storia dell’arte greca. E la cosa sembra piacere ai ragazzi e alle loro famiglie. Non è un caso che pochi anni fa, quando la Francia decise di introdurre questa materia nel suo ordinamento, il ministro dell’Educazione Luc Chatel disse di voler prendere a modello proprio l’Italia.
Adesso quel modello non c’è più. Con ricadute che si fanno sentire anche sugli insegnanti. Fino all’anno scorso la professoressa Nellina Sciurba insegnava storia dell’arte all’Istituto tecnico Varalli di Milano. «Ma con la riforma ho perso la cattedra — racconta — e a 58 anni mi sono dovuta rimettere a girare, come una ragazzina. Per quest’anno ho avuto un’assegnazione provvisoria in un liceo artistico».
L’anno prossimo si vedrà. Sempre meglio di Vincenza D’Amico da Caltanissetta, neoassunta a 63 anni dopo 40 di precariato. Lei insegna alle medie, educazione artistica, e tra due anni andrà dritta in pensione. Un altro segnale che l’arte va messa da parte. Anche a scuola.

Il Corriere della Sera 13.09.11

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