attualità, economia, politica italiana

"Signor dietrofront", di Massimo Giannini

Ci sono molti modi per naufragare. Giulio Tremonti lo sta facendo alla sua maniera. Inseguito dal fantasma di Marco Milanese, che è per lui come un morto che afferra il vivo, il ministro scompare e riappare, simula e dissimula, dice e non dice.
Schiacciato dal peso di una crisi economica che ha saputo fiutare ma non ha voluto affrontare, schiantato dai vecchi patti e dai nuovi ricatti subiti dal suo ormai nemico Cavaliere, l´ex “genio dei numeri” alterna le solite fughe nei cieli stellati dell´alta filosofia kantiana alle discrete sortite negli scantinati della bassa macelleria italiana.
Oggi alla Camera sarà convertita in legge la manovra più confusa e contraddittoria del dopoguerra. Uscita da ben quattro pasticciati rifacimenti, su ciascuno dei quali il ministro è stato costretto a piazzare il suo imbarazzato cappello, la maxi-stangata da 54 miliardi non ci salva dal feroce verdetto quotidiano dei mercati e non ci basta a raggiungere il pareggio di bilancio nel prossimo triennio. Lo hanno capito tutti, e prima di tutti lo ha capito la Commissione europea, che già ci avverte dell´opportunità di pensare fin da ora a un pacchetto di misure aggiuntive perché i tagli di spesa non reggono e le entrate da evasione non garantiscono.
E Tremonti? Cosa dice? Cosa pensa? Nessuno lo sa. A Cernobbio e a Marsiglia ha divagato, parlando di Heidegger e di Habermas. Ma ora scopriamo che, nel frattempo, ha anche lavorato a due importanti dossier. Il primo dossier riguarda le privatizzazioni. Si annuncia un nuovo, gigantesco piano di cessione del patrimonio pubblico. Si vocifera addirittura di un “Britannia 2”. Cioè di un bis di quanto accadde il 2 giugno 1992, quando il governo Amato alla canna del gas, e con il Paese a un passo dalla bancarotta, avviò un piano di dimissioni che dieci anni dopo avrebbe fruttato circa 180 miliardi di vecchie lire. Allora fu Mario Draghi, direttore generale del Tesoro, a spiegare ai signori della City riuniti sul panfilo della Regina Elisabetta in rotta tra Civitavecchia e l´Argentario, il grande saldo di fine stagione per lo Stato Imprenditore. Oggi, a quanto pare, ci risiamo. Si parla di cessioni pubbliche per 400 miliardi di euro, tra quote di Eni ed Enel, Terna e Poste, Rai e beni immobili.
Benissimo. È una soluzione buona e giusta, che semmai andava fatta all´inizio della legislatura, in un progetto ragionato e organico, non con l´acqua alla gola della tempesta finanziaria e delle elezioni anticipate. Ma è un´operazione credibile? No, non lo è. Soprattutto perché il ministro che la patrocina è lo stesso che in tutti questi anni ha criticato le privatizzazioni degli Anni Novanta, e ha rinfacciato al Draghi del “Britannia 1” di aver svenduto le aziende pubbliche per pagare il prezzo dell´entrata italiana nel club di Maastricht.
Il secondo dossier riguarda la Cina. Si apprende ora che il ministro dell´Economia, in questi ultimi giorni, ha ricevuto in via riservata una vasta delegazione del Cic, ricchissimo fondo sovrano di Pechino, interessato a comprare i nostri gioielli di famiglia (meglio se energetici) e disposto ad acquistare (quasi fosse una contropartita) tanta parte dei nostri titoli di Stato.
Benissimo. La Cina e un interlocutore prezioso, anche se ingombrante. Una delle poche economie mondiali che tirano, e che dispongono di risorse finanziarie pressoché illimitate. Averla come “socio” nelle privatizzazioni, in un rapporto di partnership equa e vigilata, può aiutarci. Così come può aiutarci averla come compratore di ultima istanza dei nostri Btp, quando la Bce smetterà prima o poi di esserlo.
Ma oggi è un´operazione credibile? No, non lo è. Soprattutto perché il ministro che la sovrintende è lo stesso che in questi anni ha additato la Cina come il nostro nemico peggiore. Lo stesso che nel suo fortunato best-seller La paura e la speranza con il quale ha orientato a favore della destra la campagna elettorale del 2008, scriveva: «I cinesi fanno piani strategici… Piani imperiali. Farli non è colpa della Cina. I cinesi fanno i cinesi. Subirli e invece una colpa dell´Occidente e soprattutto dell´Europa, che ne riceverà il danno maggiore. Una colpa che, in Europa, e anche specificamente propria di quella quinta colonna costituita dagli eurocinesi…». Tremonti ha sempre indicato la Cina come una minaccia. Al punto di considerare il via libera all´ingresso di Pechino nel Wto il «peccato originale» dell´Occidente, l´inizio della sua fine. Al punto di considerare la data di quel via libera, l´11 dicembre 2001, alla stessa stregua simbolica dell´11 settembre 2001, quando l´America subì l´attacco alle Torri Gemelle e cominciò lo scontro di civiltà. Al punto da costruire su questo teorema il cuore del processo a Romano Prodi, allora presidente della Commissione Ue e dunque «quinta colonna» degli «eurocinesi».
Travolti dagli eventi epocali, sconvolti dai risentimenti personali, i politici possono anche cambiare idea. Basta aver l´onestà di ammetterlo. Basta avere il coraggio di riconoscere di aver sbagliato. E basta, soprattutto, non pretendere che l´opinione pubblica dia ancora credito a chi ha commesso errori così numerosi, così gravi, così imperdonabili. In questi giorni si parla di un governo dei migliori. Non sappiamo se esistono. Ma siamo certi che questo, ormai, e solo il governo dei peggiori.

La Repubblica 14.09.11

******

“La retromarcia di Tremonti su Pechino da pericoloso dragone a cavaliere bianco”, ROBERTO MANIA

Pecunia non olet. Non è alta filosofia, ma è la filosofia che un po´ muove il mondo. Giulio Tremonti dopo aver circumnavigato tra i classici del pensiero economico, essersi inerpicato sulle vette della teologia e aver attraversato con leggerezza la politologia novecentesca concedendosi incursioni in souplesse tra i giuriconsulti, è sceso a terra. Molto a terra. La Cina non è più il suo incubo diurno, ma forse la sua salvezza, il suo Cavaliere bianco. Le privatizzazioni non sono più roba da post-comunisti parvenu alleati di un pugno di nostalgici azionisti, ma uno dei modi per ridurre la montagna di debito pubblico accumulato negli anni dei governi del Caf e che lui – retrocesso da super a ministro semplice con lettera autografata dai tecnocrati che albergano all´Eurotower di Francoforte – non è mai riuscito ad abbassare nella seconda Repubblica.
Se non è un dietrofront quello dell´autore dei due best seller “Rischi fatali” e “La paura e la speranza”, che tanto piacquero alla destra nostrana in cerca di una identità nell´epoca della globalizzazione fino a da farne un Manifesto, certo è un ripensamento profondo. Poco filosofico e molto dettato dalla realpolitik. Addio ai dazi e al neoprotezionismo rancoroso forzaleghista. Viva i cinesi.
«I cinesi fanno i cinesi», ha detto più volte senza molta originalità. Ma i cinesi, nel frattempo, sono cambiati. Ora, dopo aver copiato le nostre scarpe e i tessuti pratesi, possono comprare: titoli di Stato (ne possiedono già il 21 per cento di quelli a stelle e strisce) e quote di industrie e multiutility tricolori. Ecco il ripiegamento tremontiano. Già anticipato, peraltro, nelle conclusioni del suo “Rischi fatali”: «Per avere un pezzo di futuro dobbiamo rinunciare ad un pezzo di passato». Anche del pensiero del passato, evidentemente. Dunque non è più come nel 2005 quando Tremonti scriveva: «La Cina minaccia oggi pressoché tutti i nostri principali settori di specializzazione. La guerra commerciale tra Cina e Italia non è solo minacciata. È già iniziata». Ora siamo all´armistizio che prepara la pace. E probabilmente, oggi, il nostro ministro dell´Economia non citerebbe più Napoleone Bonaparte: «Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà». Piuttosto: viva Pechino, dove nel dicembre di due anni fa parlò con orgoglio per la prima volta agli studenti della scuola del partito comunista.
E pace anche con le odiate privatizzazioni. Con tanto di retromarcia storico-politica. Diceva, sempre nell´anno di grazia 2005: «Il ciclo storico delle privatizzazioni è quasi completato. Di grosso restano le aziende locali, ma si tratta di un patrimonio collocato nel retroterra, nelle Regioni, nei Comuni, non gestito dal potere centrale». Ora Giulio Tremonti, in piena emergenza e con lo spread che peggiora e che esprime anche il voto dei mercati sul suo operato, corteggia il fondo sovrano “China investment corporation”. Ora Giulio Tremonti che prepara il “Britannia 2” (sul primo, quello del ‘92, iniziò la stagione delle privatizzazioni), vuole vendere quel che ancora controlla e che non pochi guai gli ha procurato anche per via del suo ex consigliere politico Marco Milanese. Che è un po´ come dire: Primum vivere, deinde philosophari.

La Repubblica 14.09.11

******

“Pechino fa shopping”, di Romeo Orlandi

In via di principio, l’acquisto da parte della Cina di titoli pubblici italiani è una notizia verosimile, ragionevole, potenzialmente vantaggiosa per i due contraenti.
L’Italia ha un debito pubblico che si avvicina al 120% del Pil, mentre la Cina detiene le riserve più cospicue al mondo, 3.200 miliardi di dollari.
Una parte di esse è gestita dal Cic, China Investment Corporation, il fondo sovrano di Pechino e uno dei più grandi al mondo. È normale che le cicale chiedano aiuto alle formiche.
Appartiene alla logica della globalizzazione trovare nuovi clienti quando i vecchi impongono uno spread insostenibile per le casse dello stato.
La Cina ha notevoli interessi ad accrescere la sua presenza in Italia. Innanzitutto amplia l’impiego delle risorse, erodendo il dominio del dollaro. Si tratta di una semplice diversificazione del portafoglio per non subire ricatti da parte statunitense.
La minaccia di un Q3, un terzo quantitative easing da parte della Casa Bianca, avrebbe il risultato di indebolire il valore del dollaro e con esso quello delle riserve cinesi. Un euro forte è dunque nell’interesse di Pechino, anche per fini commerciali: la ricca Europa è la principale destinazione delle merci cinesi.
L’Italia, infine, ha uno scrigno di valore da offrire. I gioielli di famiglia di Eni ed Enel, la tecnologia delle multinazionali tascabili, l’amicizia della terza economia dell’area euro sono asset preziosi per Pechino. Ora che la missione di Grilli in Cina e di Lou Ji Wei in Italia non sono più ammantate di riservatezza, è possibile delineare alcune considerazioni al di là di quelle in punta di teoria economica.
Siamo agli estremi rimedi? L’Italia ha compiuto una spettacolare virata nei confronti della Cina. Sono sbiaditi i richiami alla dittatura, alle invasione delle merci cinesi, agli allarmi per la chiusura delle fabbriche nel Nord. L’attenzione non è più imperniata sulla protezione dell’industria nazionale, con la denuncia delle condizioni di lavoro in Cina. Scompaiono il Tibet, i diritti umani, e ritorna il pragmatismo.
Se l’economia vince sulla politica, significa che la situazione è seria. Il regista di questa operazione, Giulio Tremonti, era ironicamente il più accanito anticinese. Sulla via di Damasco, ha appreso che pecunia non olet. Però ora l’Italia ha minore peso negoziale, è poco sorretta da un’Europa comunque divisa ed ha come interlocutore un paese che la crisi internazionale ha reso relativamente più solido.
Cosa e quanto comprerà la Cina? È prevedibile un approccio prudente. I primi investimenti negli Stati Uniti del Cic sono stati negativi, a conferma dell’inesperienza cinese. Le critiche in patria hanno ridimensionato gli acquisti.
Anche se le dichiarazioni a sostegno dell’euro sono costanti, gli acquisti di titoli greci, portoghesi e spagnoli sono stati ridotti, più eclatanti che sostanziosi. La quota del debito pubblico italiano detenuta da Pechino è riservata.
Fonti del Tesoro la valutano intorno al 4% del totale, ma alcuni analisti stimano un valore più alto. Esistono comunque margini di aumento, ma l’esperienza induce a ritenere che la Cina non sarà il cavaliere bianco delle finanze italiane.
Le dichiarazione cinesi sono sintomatiche: «Il Cic conserva un rigoroso orientamento commerciale ed è guidato da interessi puramente economici e finanziari». Cosa dirà l’Europa? Forse è accaduto involontariamente, ma il calendario dell’incontro tra Lou e Tremonti non poteva essere meno opportuno.
La Bce aveva appena affermato che i suoi acquisti di Btp non sarebbero stati né automatici, né infiniti. Le dimissioni del falco Jürgen Stark sono state cristalline nell’evidenziare le tensioni nel board di Francoforte. Nel momento in cui Angela Merkel, finora alleata di Roma pur tra molte esitazioni, vince una battaglia in Europa, l’Italia trova un altro cliente in Asia.
Le prime reazioni dei mercati allo scoop di ieri del Financial Times sono state tiepide, lo spread con i titoli tedeschi è sempre attestato sui valori massimi. L’esempio della Grecia non sparge ottimismo. Pechino ha comprato titoli ellenici (e si è impossessata del Pireo), ma questo non ha impedito ad Atene di vacillare sulla soglia del default.
In conclusione, gli interrogativi sull’iniziativa del Tesoro mettono in secondo piano la sua efficacia. La Cina da molti anni ha guardato con interesse al nostro paese. Assenze, ritardi, incomprensioni hanno acuito una distanza che non ha oggettivamente ragione di esistere.
Aprirsi alla Cina richiede capacità gestionale e lungimiranza, qualità disperse in antagonismi sterili. Aprire una trattativa per vendere Btp a Pechino può essere un’operazione tanto giusta quanto necessaria. Bisognerà lavorare per non farla diventare preda di mercati spietati che potrebbero giudicarla insufficiente e tardiva, too little, too late.

da Europa Quotidiano 14.09.11

Condividi