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"Borsa, spread, disoccupati, è la tempesta perfetta. Lunedì nero per l´Italia. L´inflazione schizza al 3,4%", di Ettore Livini

Volano oltre la soglia d´allarme del 6% i tassi sui Btp, crolla Piazza Affari (-3,82%), la disoccupazione sale all´8,3% e l´inflazione (+3,4%) balza ai massimi dal 2008. La tempesta finanziaria e la crisi economica regalano all´Italia un lunedì da incubo. L´euforia seguita al vertice di Bruxelles è durata appena 24 ore. Poi i nodi sono arrivati subito al pettine: il fondo salva-Stati è, per ora, un´arma caricata a salve. La lettera di Silvio Berlusconi alla Ue – lo dicono i numeri di Borsa e bond – è considerata poco più di un rosario di buone intenzioni. E i mercati, come racconta la cronaca della seduta di ieri, hanno ripreso a vendere a piene mani tutti i titoli del Belpaese.
Sale il rischio Italia Il buongiorno (se così si può dire) dell´ennesimo lunedì nero parte dal mattino. Alle 8.30 – appena aperte le contrattazioni – i rendimenti sui Btp decennali mettono il turbo e si arrampicano oltre quota 6%. Non è la prima volta: era successo a inizio agosto quando l´Europa ballava sull´orlo del crac e il giorno del declassamento di Moody´s. Adesso però ci stiamo facendo del male da soli: i mercati, spiegano gli operatori, non credono alle promesse del governo italiano. E per prestarci soldi pretendono interessi sempre più alti. «Servono fatti – sintetizza Angelo Drusiani, responsabile gestioni di Banca Albertini Syz – e dopo due manovre con effetti modesti, non basta una missiva a Bruxelles a far girare il vento». Infatti. Poco prima delle dieci – con Piazza Affari maglia nera d´Europa a meno 2% – il cds, la polizza d´assicurazione sul rischio-tricolore, costa già il 10% più di venerdì. «La spia dell´allarme è accesa», ammettono preoccupati i trader. Sui monitor i rendimenti dei Btp decennali continuano a salire: siamo a quota 6,11%, 407 punti base in più dei Bund. Dati da brivido per un Paese che nel 2012 dovrà chiedere al mercato 290 miliardi per rifinanziare il suo debito. Le Cassandre gettano benzina sul fuoco: «La storia dei crac continentali ci rema contro – vaticinano – . Una volta sfondata la soglia psicologica del 6% in pianta stabile, Portogallo, Grecia e Irlanda hanno marciato spedite verso default e salvataggio Ue».
Disoccupazione recordC´è da incrociare le dita e allacciare le cinture di sicurezza. Anche perché, come sempre quando le cose vanno male, piove sul bagnato. Alle dieci arriva dall´Istat la prima mazzata: la disoccupazione a settembre in Italia è cresciuta all´8,3%. Ma soprattutto il 29,3% dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni non trova lavoro. Quasi uno su tre, il record dal 2004. Tempo di riprendersi un attimo che, un´ora dopo, arriva la botta da ko: l´inflazione a ottobre è al 3,4%, il dato più alto dal 2008. C´è l´effetto-Iva al 21%, d´accordo. Ma la benzina è cresciuta del 17,8% in un anno e il gasolio del 21,2%. Roba da far saltare i conti di casa: tra aumento dei prezzi e tripla manovra, calcolano Federconsumatori e Adusbef, ogni famiglia italiana vedrà calare quest´anno il suo potere d´acquisto di 2.031 euro. A metà giornata la Borsa prova resistere a meno 2% mentre il Btp perde altro terreno. Lo spread sui bund tedeschi flirta con quota 4,1%. «Sono fiducioso nelle capacità di ripresa dell´Europa», prova a consolarci il presidente cinese Hu Jintao. Belle parole, pochi fatti: Pechino – che ha in portafoglio 360 miliardi di bond Ue – appoggerà il fondo salva stati (salva-Italia, dice qualcuno) solo quando saranno più chiari i suoi meccanismi. Stesso discorso per la Russia: l´”amico di Dacia” Vladimir Putin è pronto a mettere sul piatto 10 miliardi per l´Efsf. Ma anche lui rimanda a novembre, data prevista del suo decollo.
Una zavorra da 5 miliardi Al capezzale dell´Europa arriva pure Barack Obama: «L´accordo di Bruxelles getta le basi per il salvataggio del continente», assicura, annunciando che prima del G20 di giovedì e venerdì incontrerà Angela Merkel e Nicolas Sarkozy per fare il punto della situazione. I mercati – che tra un vertice e l´altro hanno già assistito al quasi tracollo di tre paesi Ue – non si impressionano. E Piazza Affari (-3% alle 16) consolida il titolo di maglia nera del continente.
Giovanni Bazoli, presidente di IntesaSanPaolo e uno dei pochi banchieri che misura le parole con il bilancino, è preoccupato: «Non possiamo sostenere spread così alti né nel medio né nel breve termine». I conti sono presto fatti: con i Btp al 6%, lo Stato pagherebbe 5 miliardi di interessi in più solo nel 2012. «E la colpa – ammette il prudentissimo supermanager bresciano – è anche della perdurante incertezza politica italiana». Chi ha orecchie per intendere intenda.
La chiusura in rosso La campanella di chiusura degli scambi issa a meno 3,82% il passivo di Piazza Affari. I Btp a due anni rendono più del 5% (il massimo dal 2000) segno che i mercati vedono nero per il futuro immediato del nostro paese. Quelli di Madrid, dove il governo in difficoltà ha già convocato le elezioni anticipate per il 20 novembre, sono al 3,88%. Pier Carlo Padoan, italianissimo capo economista dell´Ocse, chiude la giornata in bellezza: «Non si può scherzare con il fuoco: chi pensa che l´Italia sia troppo grande per essere lasciata fallire fa un gioco pericoloso». Ci mancava solo lo spettro del default tricolore. Mario Draghi giovedì prenderà la guida della Bce. Con questi chiari di luna, è difficile invidiarlo.

La Repubblica 01.11.10

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Grido d´allarme delle banche italiane “Spread insostenibile, il governo agisca”, di Elena Polidori

Bazoli: costretti a restringere i finanziamenti all´economia. L´intervento davanti a Giorgio Napolitano e Letta “La posta in palio è molto elevata”. «Spread così elevati non sono sostenibili. L´incertezza politica pesa sul merito di credito dell´Italia. Bisogna che il governo faccia subito vere riforme, per ridurre il debito e rilanciare la crescita». Le banche italiane affidano alla voce di Giovanni Bazoli il loro grido d´allarme. Così, davanti al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano e al sottosegretario Gianni Letta, il presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo fa un intervento che ruota intorno a due parole-chiave: «Gravissimo deterioramento». Dice cioè che il peggiorare del «merito di credito» dell´Italia – «icasticamente rappresentato» proprio dagli spread impazziti – è anche colpa «della perdurante incertezza della situazione politica interna». Le scelte per ripristinare la fiducia «comportano sacrifici e perdite di rendite di posizione, esigono disponibilità al cambiamento». Se non si fanno, il paese rischia «di compromettere il proprio futuro di sviluppo nella libertà e nella democrazia».
Bazoli è un signore che per ruolo e per stile è abituato ad essere sempre molto misurato. Stavolta ci tiene a rimarcare tutti i guasti che derivano dalla crisi che è «crisi di fiducia», beninteso: nella sostenibilità dei conti pubblici come nella tenuta del debito sovrano. E dunque, negli ultimi mesi i mercati hanno sottoposto le banche «a pressioni e penalizzazioni pesantissime». I sobbalzi degli spread (differenziali di rendimento tra i titoli italiani e i Bund tedeschi) soffocano gli istituti. Il loro costante allargamento, fino ai record di questi giorni, «si ripercuote sui costi della raccolta bancaria». Il loro livello «insieme alla necessità di mantenere adeguate riserve di liquidità» non è sostenibile. Sotto questo profilo genera «ulteriore preoccupazione» la richiesta Ue per aumentare la patrimonializzazione degli istituti. Napolitano ascolta in silenzio. E Bazoli: «A questo punto non possiamo più tacere che la posta in gioco è molto elevata. Se l´Italia continuasse a incontrare difficoltà e quindi a sopportare costi insostenibili nel collocamento del proprio debito, un restringimento del credito all´economia diventerebbe ineluttabile, con conseguenze sulla crescita e l´occupazione».
Alle banche non va giù che, in questo contesto così delicato, devono pure adeguare ancora i propri coefficienti patrimoniali: altri 14,7 miliardi, il doppio delle consorelle francesi, il triplo delle tedesche. Ebbene, qualora gli istituti non riuscissero a raccogliere i fondi sul mercato, l´unica prospettiva per Bazoli sarebbe un intervento dello Stato. «Il ritorno ad un sistema bancario pubblico ci riporterebbe indietro di trent´anni». Si potrebbe anche aprire la strada a grandi gruppi stranieri.
Bazoli, ma non solo. Al convegno organizzato dall´Abi per presentare il volume “Le banche e l´Italia” tutto il sistema spera in un dialogo con l´Eba, l´autorità di controllo europea che porti, ad ´ammorbidire´ i criteri per valutare il capitale. Il presidente dell´Acri Giuseppe Guzzetti si dice «arrabbiato per decisioni che penalizzano noi e fanno salvi gli interessi dei francesi». L´Ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, nota come i bilanci delle banche italiane siano meno rischiosi. Il presidente dell´Abi Giuseppe Mussari chiude così: le preoccupazioni espresse sono «gravi e urgenti. Siamo certi che l´Italia saprà reagire. Diversamente i gravi scenari delineati non saranno scongiurabili».

La Repubblica 01.11.11

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