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"Tutto in mano a Draghi", di Gianni Del Vecchio

Il primo novembre 2011 rischia di passare alla storia come la data in cui Berlusconi e il suo governo perdono definitivamente la presa sulle leve della politica e dell’economia italiana. Due fatti hanno stretto il presidente del consiglio in un’ideale manovra a tenaglia, costringendolo a un’ultima riunione della disperazione, convocata in fretta e in furia nella tarda serata di ieri. Stiamo parlando della nota del presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, con cui si aprono di fatto delle consultazioni per un eventuale esecutivo di responsabilità nazionale sostenuto anche dalle opposizioni, ma soprattutto dell’insediamento di Mario Draghi a capo della Bce.
Con l’avvento dell’ex governatore della Banca d’Italia a Francoforte e il contestuale sfondamento della soglia psicologica 450 dello spread fra titoli di stato italiani e tedeschi, ora più che mai la sorte dell’Italia e di Berlusconi è appesa alla volontà e alla capacità di Draghi di convincere il consiglio direttivo a continuare nell’acquisto dei nostri bond.
Sembra ormai evidente come il nostro paese non possa fare a meno della “droga” europea per evitare che la speculazione finanziaria faccia saltare il banco, facendo schizzare i rendimenti dei Btp (e quindi gli interessi da pagare ogni anno per il servizio del debito). Morgan Stanley ha valutato che i titoli decennali italiani si troverebbero sul groppone altri 70 punti base senza l’intervento dell’Eurotower. Il che significa uno spread sopra i 500 punti, ovvero ben oltre i livelli attuali che lunedì scorso il banchiere di Intesa, Giovanni Bazoli, ha indicato come «insostenibili nel breve e nel medio periodo» per le banche e lo stato.
Con questi livelli, per gli istituti di credito diventa più difficile finanziarsi e quindi, di conseguenza, elargire credito alle imprese, mentre per il Tesoro aumentano le risorse da destinare al pagamento degli interessi sul debito, cosa destabilizzante visto che nei prossimi due anni si troverà a emettere titoli per 363 miliardi di euro.
Insomma, in questo momento è indispensabile per la sopravvivenza del governo arrestare la folle corsa dello spread, ma l’unica istituzione che può farlo (non ce ne sono altre) è la Bce. Ossia Draghi. Infatti l’unico strumento a impatto zero per i conti dei paesi dell’Eurozona è il Securities markets programme, il programma d’acquisto dei titoli dei paesi in difficoltà sul mercato secondario.
I soldi spesi per aiutare Grecia, Irlanda, Spagna e Italia non si ripercuotono sui bilanci di tutti gli stati dell’euro e quindi non peggiorano la situazione complessiva.
Cosa che invece non avverrebbe se a farlo fosse il fondo salva-stati, che invece scaricherebbe sulle casse dei singoli paesi il costo del salvataggio, con la conseguenza paradossale di far perdere a Francia e Germania la tripla A gelosamente difesa.
Che la Bce continui nel programma di acquisti è quindi una necessità condivisa, anche se è più sentita dai paesi in crisi che da quelli più solidi, Germania in primis. Toccherà a Draghi convincere i tedeschi dell’urgenza dell’intervento dell’Eurotower già a partire da domani, quando ci sarà la riunione mensile del consiglio direttivo della Bce. Magari proseguendo e rafforzando la china intrapresa dal suo predeccessore, Trichet, che però ha portato alla dimissione di due “falchi” del calibro di Axel Weber e Jurgen Stark.
Altro compito tutt’altro che facile per l’ex numero uno di Bankitalia è anche quello di portare a casa un taglio dei tassi, fermi all’1,5 per cento a causa della tradizionale politica conservatrice e anti-inflazionistica targata sempre Germania e sempre Bundensbank.
Altra misura molto invocata da banchieri, trader e analisti di mercato italiani per dare un po’ di sollievo alla nostra economia, sull’orlo di una nuova recessione.
È evidente quindi come i destini italiani ormai passano per le mosse di Draghi e Napolitano, con Berlusconi politicamente fuorigioco. Ma il premier è l’unico che ancora fa finta di non essersene accorto.

da Europa Quotidiano 02.11.11

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