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"L'altro italiano", di Massimo Gramellini

Ma è davvero italiano? mi chiedeva con malizioso candore un collega straniero a proposito di Mario Draghi. E già: parrà impossibile a chi trova più comodo rappresentarci tutti come macchiette, ma anche Mario Draghi è italiano. L’altro. Quello che sa di cosa parla e che parla solo di ciò che sa. Quello che non cerca immediatamente di trasformarti in suo complice. E che sta sempre attento a non attirare l’attenzione, tanto che molti ne ignorano l’esistenza. Eppure c’è. Nelle imprese, nei mestieri, nelle università (straniere, di solito): dappertutto, tranne che in politica, perché i politici non lo metterebbero in lista e gli elettori emotivi non lo voterebbero mai.

L’altro italiano non è un santo (Draghi, per esempio, ha lavorato da Goldman & Sachs, cattedrale della finanza che non dà molti punti per il concorso di santità). Ma è una persona affidabile e la sua serietà non gli impedisce di essere creativo. Di svolgere, nella scacchiera del mondo, la parte del cavallo: mentre le altre pedine si muovono sui sentieri dell’ovvio – orizzontale e verticale lui imprevedibilmente scarta. Diventa presidente della Banca Europea e ti piazza subito una riduzione del costo del denaro che ai suoi predecessori sarebbe stato possibile estirpare soltanto con le pinze. Tanti vorrebbero che l’altro italiano lasciasse le imprese, i mestieri e le università per la politica. Ma l’esperienza di Draghi ci dimostra che non è così indispensabile: si può migliorare la reputazione dell’Italia facendo cose diverse dalla politica. Ci vengono anche meglio.

La Stampa 04.11.11

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“Draghi, il pragmatico ha convinto i tedeschi” di STEFANO LEPRI

Bel colpo per Mario Draghi: debuttare con una decisione rapida e coraggiosa, ottenendo l’appoggio unanime del consiglio Bce, tedeschi compresi. A suggerire un calo dei tassi nell’area euro erano il Fmi, l’Ocse, dietro le quinte anche gli Usa. Ma se non fosse riuscito a portare dalla propria parte anche il rappresentante della Bundesbank, forse il neo-presidente avrebbe preferito rinviare di un mese.

Per carattere Draghi tende a conciliare, fin che sembra possibile, e anche dopo.

Fare presto occorreva, perché l’area euro, come ha detto, si sta avviando a una lieve recessione (l’Italia, c’è purtroppo da temere, a una recessione e basta). Abbassare i tassi può attenuare la frenata della produzione. Occorreva però contrastare il riflesso condizionato del dogmatismo alla tedesca: l’inflazione è al 3%, troppo sopra il livello desiderato del 2%, dunque non possiamo ancora muoverci. Draghi è riuscito a convincere anche perché ragiona di economia con più scioltezza del suo predecessore Jean-Claude Trichet.

Dal vertice di Cannes giunge voce che la cancelliera Angela Merkel non sarebbe entusiasta della decisione Bce. Può darsi, dato che spiegarla agli elettori tedeschi è difficile. Nei primi commenti sui siti Internet, emergono paura dell’inflazione, sconcerto, rafforzamento di pregiudizi. Però nel vasto mondo i commenti sono tutti positivi, compresi quelli di diversi economisti tedeschi. Se reputata prematura, la mossa avrebbe potuto innervosire i mercati («per caso la Bce sa qualcosa di grave che ancora ignoriamo?»); così non è stato.

Ben altre purtroppo sono le sfide che il neo-presidente si troverà davanti d’ora in poi, nel suo studio al trentacinquesimo piano dell’Eurotower. Nella crisi che minaccia l’euro, la strada da percorrere va inventata senza poter appoggiarsi su precedenti. Poiché una parte grossa dei rischi viene in questo momento dal suo Paese, l’Italia, Draghi ieri è restato sul sicuro: si atterrà al mandato della Bce, seguirà i Trattati europei.

Sull’acquisto di titoli pubblici dei Paesi sotto attacco dei mercati – il soccorso che in queste ore trattiene l’Italia dall’essere trascinata in un vortice greco – nulla più delle formule concordate finora dal consiglio Bce, se non addirittura un pochino meno. Draghi qui è ben cosciente di essere tirato per la giacca da due parti opposte.

All’apparenza, si scorge una battaglia di idee. Economisti anglosassoni lo incitano a rivoluzionare il ruolo della Bce, schierandola a difesa dell’euro con tutti i suoi mezzi, anche se significasse sostenere Paesi poco competitivi o troppo spendaccioni; economisti tedeschi al contrario vedono la Bce già destabilizzata da ciò che ha già fatto, incapace di mantenere stabile la moneta se le cose dovessero volgere al peggio.

Nella sostanza, il conflitto divide il duo che cerca di far da guida all’area euro: la Francia sta da una parte, la Germania dall’altra. Riguarda quali pericoli si possono correre, e quali no, per salvare l’euro. Draghi, da buon pragmatico, diffida di entrambe le tesi contrapposte; pensa che occorrano azioni politiche, da parte dei governi. Ma la Bce è sempre più sola, se l’Efsf, il Fondo per soccorrere i Paesi euro in difficoltà, è costretto a rinviare la raccolta sui mercati dei fondi che gli servono. Difficilmente potrà sottrarsi alla stretta senza tentare di dare lui la risposta alla domanda che, ieri, ha preferito ritorcere sul giornalista inglese che gliela poneva.

La Stampa 04.11.11

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