ambiente, politica italiana

"Corsi deviati e lavori mai fatti e i torrenti sono bombe a orologeria", di Fabio Tonacci

Per la manutenzione le risorse tagliate dell´84% in cinque anni. Solo metà dei piani di emergenza per l´evacuazione dei cittadini è aggiornato. Nessun cantiere per ridurre la pericolosità della rete fluviale è stato aperto. «La verità è che non ci sono nastri da tagliare né cerimonie da presenziare quando si costruisce un invaso di trattenimento dell´acqua». La spiegazione del perché nel 2011 un nubifragio, violento ma annunciato, riesca a mettere in ginocchio una città intera, con torrenti che straripano e persone che muoiono, è anche nelle parole amare del decano dei professori di sicurezza idraulica, Luigi D´Alpaos, ordinario all´università di Padova. Dal 1966 studia le centinaia di alluvioni che hanno colpito l´Italia. «La politica, a tutti i livelli, non ha mai voluto imparare dai disastri del passato – dice – non finanzia la difesa del territorio perché non porta voti. È un problema culturale, e oggi anche economico». Cosa bisognerebbe fare, dunque?
Già nel 2005 i Piani di assetto idrogeologico hanno elencato, regione per regione, gli interventi per ridurre la pericolosità della rete fluviale italiana. Sono indicati centinaia di invasi di trattenuta temporanea dell´acqua da costruire a monte dei centri abitati, per controllare le piene e ridurre la velocità dell´acqua. «Un invaso da 60 milioni di metri cubi – spiega D´Alpaos – risolverebbe ad esempio il problema delle piene per fiumi come il Piave e il Bacchiglione. Costa 150 milioni di euro». Nei Pai sono indicate le dighe di laminazione per controllare lo straripamento e le aree golenali da ripristinare spostando case e aziende. Una mappa fiume per fiume. In tutto servono 44 miliardi di euro. E quanto ha stanziato il ministero dell´Ambiente? I fondi straordinari per le opere di difesa del territorio – si legge in un dossier dell´Ance, l´associazione dei costruttori – ammontano sulla carta a 2 miliardi, tra Stato e Regioni. In realtà nessun cantiere di quelli previsti è stato aperto. Sono stati erogati appena 300 milioni di euro, e solo per tamponare le emergenze dell´ultimo biennio.
Per la manutenzione dei corsi d´acqua (la pulizia degli alvei e il rimboschimento delle sponde, per aumentarne la solidità e la capacità drenante delle acque) va ancora peggio. I fondi ordinari assegnati dal ministero sono stati ridotti, negli ultimi 5 anni, dell´84%. Erano 550 milioni nel 2008, saranno 84 nel 2012. Briciole. «La manutenzione spetta agli enti locali – spiega l´ingegnere Paola Paglia, della Protezione Civile – senza l´aiuto dello Stato nessuna amministrazione riesce trovare risorse nel proprio bilancio per la cura dei canali».
L´Italia poi oggettivamente è un paese difficile. L´82 per cento dei comuni è ad “alta criticità idrogeologica”, in Valle d´Aosta, Umbria, Molise e Basilicata lo sono tutti. Sono a rischio circa 3,5 milioni di italiani. «Nonostante ciò – dice Giorgio Zampetti di Legambiente – e nonostante nubifragi sempre più frequenti a causa dei cambiamenti climatici, le amministrazioni concedono permessi a costruire in aree vietate dai PAI, quelle ad alto rischio a ridosso dei fiumi. A volte anche sopra. A Reggio Calabria ci sono cantieri nella Fiumara dell´Annunziata, a Milano il Seveso è stato coperto da edifici e strade, a Genova c´è un palazzo che ha i pilastri portanti nell´alveo del torrente Chiaravagna».
Quando la piena arriva in città come queste, sfondando gli stretti canali sotto le strade e le case, c´è poco da fare. «Bisognerebbe “stombare” i torrenti sotterranei come il Fereggiano a Genova – propone Zampetti – rimuovendo le coperture dove possibile, alzando ponti e gallerie, allontanando le strade dagli argini». Significa rivoltare l´assetto urbanistico della città. In casi di calamità, poi, dovrebbero scattare i piani di emergenza per l´evacuazione e la sicurezza dei cittadini. Il 70 per cento dei comuni italiani ne ha uno, ma solo nel 50 per cento dei casi è aggiornato a norma di legge. E sulla comunicazione ai cittadini c´è ancora molto da fare.

La repubblica 06.11.11

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