attualità, politica italiana

"Voltare pagina", di Ezio Mauro

“Consapevolezza”, “preoccupazione” e infine “dimissioni”. Tre parole che sono mancate per anni nel vocabolario berlusconiano, e che il premier ha dovuto pronunciare ieri davanti a Napolitano, annunciando la fine del suo governo dopo aver perso alla Camera la sua maggioranza. Finisce un´epoca durata 17 anni e si apre una crisi che passa interamente nelle mani del capo dello Stato: senza più spazio per furbizie e manovre sulla pelle del Paese.
Berlusconi ha annunciato che si dimetterà un minuto dopo l´approvazione della legge di stabilità, con le misure di risanamento imposte dall´Europa. Quelle misure sono indispensabili, a due condizioni: che si badi all´essenziale, sfrondando dal pacchetto le norme ideologiche volute dai Sacconi e dai Brunetta – cercando così un percorso concordato con le opposizioni – e soprattutto che si agisca con la massima urgenza, dopo che i mercati ci hanno già fatto pagare duramente le incertezze e le contraddizioni di Berlusconi.
Ieri, mentre il premier incontrava i dissidenti cercando di resistere, l´Europa ci dava una settimana di tempo, ci chiedeva 39 chiarimenti e ci avvertiva che probabilmente servirà una nuova manovra. Lo spread, arrivato a quota 500, sembra avere addirittura più fretta.
Lo spazio – politico e temporale – è ormai molto stretto. Si può ancora salvare il Paese se Berlusconi lascia il campo al più presto, dopo aver dimostrato di essere un elemento di debolezza nella crisi. L´Italia avrebbe bisogno subito di un governo autorevole, capace di ripristinare la fiducia dei mercati, della Ue e soprattutto dei cittadini, cambiando la legge elettorale e dimezzando i costi della politica, con la Costituzione, l´Europa e il Quirinale come riferimento.
Se non sarà possibile, si andrà al voto. Per il Cavaliere, dopo aver perso un patrimonio di consensi enorme, sarà l´ultima ordalia per giocarsi la partita della vita, mettendo a ferro e fuoco il Paese. Per l´opposizione, potrà invece essere la prima occasione per ricostruire la Repubblica, dopo un´avventura temeraria che finalmente è stata battuta dalla democrazia delle istituzioni, dell´Europa, della pubblica opinione.

La Repubblica 09.11.11

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“L´ultimo sogno: candidarsi ancora”, di CLAUDIO TITO

«ADESSO puoi fare come Zapatero. Gli spazi ci sono». L´ultimo consiglio prima di salire al Quirinale glielo ha dato Umberto Bossi. Silvio Berlusconi ha raccolto il suggerimento. dAVANTI alle due opzioni che il vertice del centrodestra gli aveva sottoposto ieri pomeriggio, sceglie quella studiata insieme a Gianni Letta, Fedele Confalonieri e i suoi figli. Non il passaggio di testimone a favore di Angelino Alfano o Renato Schifani, ma le dimissioni annunciate e non rassegnate per rinviare lo scontro finale almeno di un mese.
Di fronte alla cruda verità dei numeri, il premier ha preso tempo. La maggioranza alla Camera non c´è più, ma come un giocatore di poker ha fatto slittare l´ultima puntata. Perché la vera paura del Cavaliere in queste ore non erano le dimissioni, ma la nascita di un «governo per l´Europa» guidato da Monti e con un programma economico costruito sulla lettera inviata da Palazzo Chigi a Bruxelles. E quindi difficilmente criticabile dal Pdl. La legge di Stabilità, allora, verrà approvata con ogni probabilità la prima settimana di dicembre. A Palazzo Chigi sperano addirittura di tirarla per le lunghe e arrivare a metà del prossimo mese. Il tutto per rendere più complicato il percorso per un esecutivo di larghe intese e agevolare lo scioglimento delle Camere. Con una campagna elettorale pilotata dal Cavaliere – ancora seduto sulla poltrona della presidenza del consiglio – e affrontata dal Pdl come il partito che ha varato la manovra “europeista” anti-crisi.
Del resto, nel disegno di Berlusconi la traiettoria è chiara: andare a votare a febbraio facendo balenare la possibilità di candidare Angelino Alfano. Ma lo schema che ancora sogna è un altro: ripresentarsi come aspirante premier, spiegare al segretario Pdl che non c´è più il tempo per le primarie che tutto il partito invoca. Quindi “correre” di nuovo sperando nella ricorsa nei sondaggi e avendo in mente l´elezione del successore di Napolitano fissata per la primavera del 2013.
Ma il progetto berlusconiano sembra al momento solo una tattica studiata a tavolino. Perché il capo dello Stato non ha fornito alcuna garanzia al presidente del consiglio sul voto anticipato. L´opposizione – che ha ben capito gli obiettivi del premier – sta cercando di giocare di anticipo. Stringendo, come ha chiesto il presidente della Repubblica, i tempi di approvazione della legge di Stabilità. Il Pd e l´Udc hanno bisogno di fare avviare le consultazioni del Colle a novembre e non a dicembre. E anche la mossa che ha portato ieri all´astensione sul Rendiconto dello Stato mirava proprio a compattare il momento della verifica.
Ma soprattutto da qui alle prossime settimane, il Pdl rischia di dover fare i conti con una nuova slavina di fuoriusciti. Il Terzo polo, che i sondaggi quotano oltre il 15%, è una calamita. Il plotone di parlamentari del centrodestra contrari alle urne tocca quota cinquanta secondo i calcoli di un uomo esperto di numeri come Denis Verdini. Ma l´ostacolo maggiore per le elezioni anticipate è costituito dai mercati e dall´Unione europea. Prova ne sono le pressanti richieste che ancora provengono da Bruxelles per un ulteriore intervento italiano sul debito pubblico. Una nuova correzione dei conti che sembra comprendere anche il richiamo a un governo tecnico di larghe intese. Le oscillazioni dello spread tra i Btp e Bund tedeschi, insomma, appaiono in questa fase molto più decisivi della dialettica politica nostrana.
Nel partito del Cavaliere, poi, molti – a cominciare da Formigoni e Scajola – vogliono evitare la tagliola elettorale. Preoccupati che Alfano gestisca le liste elettorali – con il Porcellum – costruendosi i gruppi parlamentari a sua immagine e somiglianza. Lo stesso allarme è scattato nella componente maroniana della Lega. Il ministro dell´Interno, infatti, teme che l´”epurazione” minacciata dal cosiddetto “cerchio magico” bossiano prenda corpo proprio nelle candidature alla Camera e al Senato. Non a caso Maroni da qualche giorno spinge per il ritorno al Mattarellum: un sistema elettorale che sottrae alle segreterie il dominio delle candidature. Sono quindi ancora tante le barriere che deve superare Berlusconi. A meno che nel centrosinistra qualcuno non abbia la tentazione di abbassarle sperando di lucrare sulle attuali posizioni di vantaggio per andare ad incassare nelle urne.

La Repubblica 09.11.11

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“Legge di stabilità entro 10 giorni” è corsa contro il tempo alle Camere, di Alberto D’Argenio

Ma del maxi-emendamento del governo al Senato ufficialmente non c´è ancora traccia. E ora la battaglia è tutta sui tempi. Il premier Silvio Berlusconi si dimetterà dopo l´approvazione della Legge di Stabilità chiamata a tradurre in provvedimenti parte degli impegni che il Cavaliere ha preso in Europa per rispondere agli attacchi dei mercati ed evitare quel crollo italiano che segnerebbe la fine dell´euro e dell´Unione europea.
Il maxi-emendamento approvato d´urgenza dal governo mercoledì scorso – giusto in tempo per permettere al premier di non presentarsi a mani completamente vuote al G20 – per ora al Senato non s´è proprio visto, bloccato dalla crisi del centrodestra e dall´intenzione del premier di non mollare, scardinata solo ieri dal voto alla Camera sul Rendiconto dello Stato. Originariamente i tempi di approvazione della Legge di Stabilità erano il 15 novembre al Senato e la fine del mese alla Camera. Non basta. Bisogna fare prima: l´Unione europea vuole misure subito per mettere fine all´ecatombe di Piazza Affari e dei titoli di Stato italiani. L´opposizione chiede di accelerare i tempi per mettere fine quanto prima all´epoca berlusconiana: più si avvicina Natale, più facile per il premier ottenere le elezioni, saltando il governo tecnico.
Ecco perché ieri sera su iniziativa del capogruppo centrista Giampiero D´Alia, i partiti dell´opposizione al Senato hanno scritto una lettera al presidente Renato Schifani chiedendo l´approvazione della Legge di Stabilità entro dieci giorni tra Palazzo Madama e Montecitorio. L´opposizione, spiegano dietro le quinte, è pronta a facilitare l´iter della legge (pur non approvandone i contenuti) come fatto ad agosto sulla manovra da 50 miliardi o ieri sul Rendiconto dello Stato alla Camera. Si va dunque dall´astensione al non voto, pur di fare in fretta. È fattibile? Tecnicamente ci vorrebbero almeno sette giorni per sbrigare la pratica a Palazzo Madama.
Ma con un po´ di buona volontà, anche della maggioranza, si potrebbe far prima. Basterebbe licenziare in commissione già domani il testo – fanno notare le minoranze – e votarlo in aula entro venerdì. Passaggi che Pd, Terzo Polo e Idv chiederanno alla riunione dei capigruppo (organo che può cambiare l´agenda) che dovrebbe essere convocata per oggi.
Ma è facile prevedere che proprio sul calendario maggioranza e opposizione andranno allo scontro. Basta rifarsi alle parole del capogruppo leghista a Palazzo Madama, Massimo Garavaglia, che non rinuncia ad annunciare emendamenti padani al provvedimento in commissione Bilancio. Poi parla anche di sub-emendamenti e indica in dieci giorni i tempi di approvazione solo per il Senato. Dopo il testo passerà alla Camera e «si avvierà lo stesso iter». Conferma La Russa: «Bisogna aspettare almeno venti giorni». D´altra parte del maxi-emendamento del Governo ufficialmente a Palazzo Madama non c´è traccia, mentre ad aggiungere confusione non mancano le bozze che sono circolate, spesso in contraddizione l´una con l´altra.

La Repubblica 09.11.11

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