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"I pilastri: patrimoniale e rispetto per il lavoro", di Ronny Mazzocchi

Per superare una situazione di emergenza qualcuno farà sacrifici maggiori Ma anche seguendo la Costituzione si potrà dare fiducia ai mercati. La sempre più probabile formazione di un nuovo governo guidato da Mario Monti
costituisce un passaggio cruciale di questa fase politica e forse dell’intera Seconda Repubblica. Il clima di emergenza nazionale in cui sta avvenendo questo cambio della guardia non deve però farci perdere di vista un punto fondamentale. Le cure da cavallo che il nuovo governo dovrà somministrare al Paese per riacquistare la fiducia dei mercati e sottrarci all’azione devastante degli speculatori non solo non saranno indolori, ma non saranno nemmeno socialmente neutrali. Qualsiasi politica economica presenta infatti costi di aggiustamento differenti per le diverse categorie sociali e almeno nel breve e medio periodo ci sarà sempre qualcuno che ci perderà e qualcuno che ci guadagnerà. Le situazioni “win-win”, quelle in cui tutti traggono vantaggio da un provvedimento, sono assai rare nella teoria economica e ancor di più nella realtà di tutti i giorni.
Stendere un programma di governo, soprattutto in questa delicata fase, significa quindi avere ben presente che per raggiungere gli obiettivi del risanamento dei conti pubblici e del rilancio della crescita economica non vi è una sola ricetta a disposizione. La scelta di una o l’altra delle opzioni disponibili avrà dunque un contenuto politico che determinerà anche chi dovrà sostenerne i costi. Su queste basi risulta evidente che il giudizio sul nuovo governo non potrà prescindere dal progetto che questo presenterà al paese su due temi fondamentali: fisco e lavoro. Si tratta di elementi che già da mesi sono oggetto di un acceso dibattito pubblico e che sono finiti nel mirino delle missive che da Bruxelles e Francoforte sono state spedite al precendete esecutivo. Se è vero come ormai hanno riconosciuto tutti che un approccio unicamente fiscale al problema del debito sovrano rischia di costituire una cura peggiore della malattia, non si può sicuramente prescindere dal trattare il problema delle entrate come un tema secondario. Così come è vero che il lavoro, con le sue implicazioni sociali, non potrà che essere sottratto alla dittatura giuslavoristica a cui da anni si trova sottoposto, quasi che la disoccupazione e la precarietà fossero un problema di design contrattuale e non una questione economica. Fisco e lavoro si muovono su due binari paralleli e fra loro inscindibili. Comunque si intenderà agire su questi temi non si potrà non tenere conto da un lato di una maggiore equità nella redistribuzione del carico fiscale fra contribuenti e tipologie di redditi e, dall’altro, nell’individuazione di una politica economica capace di garantire un lavoro decente e sicuro così come garantito dalla nostra Costituzione.
Per quanto riguarda il fisco, due sono i pilastri su cui bisognerà muoversi: per prima cosa sarà necessario riequilibrare la tassazione da chi paga a chi evade, perché in Italia l’evasione fiscale ha raggiunto livelli patologici ed è profondamente ingiusto che una parte della popolazione possa sottrarsi in questa fase allo sforzo di risamento del Paese. Il secondo è che l’imposizione fiscale dovrà essere spostata dal lavoro alla rendita, perché il fisco dovrà premiare la partecipazione al processo produttivo, l’assunzione di rischio e l’imprenditorialità, mentre dovrà essere scoraggiata in ogni modo la rendita parassitaria e improduttiva. Sempre nell’ottica di una maggiore equità, accanto a questi due elementi si potrà poi prevedere una imposizione sul patrimonio, che si preoccupi comunque di salvaguardare le piccole ricchezze da una tassazione eccessivamente invasiva. Per quanto riguarda il lavoro, sarà invece necessario prendere le mosse dai positivi passi avanti costituiti dagli accordi che le parti sociali hanno recentemente raggiunto sul potenziamento della contrattazione di secondo livello pur nella cornice insostituibile del contratto nazionale. È sulla strada del dialogo che si potrà ottenere anche un allungamento della permanenza dei lavoratori nel mercato del lavoro, attraverso forme di incentivazione o di pensionamento parziale.
Muoversi, invece, sulla strada già inaugurata dal ministro Sacconi, spingendo ad esempio per una maggiore facilità di licenziamento, oltre ad essere inutile allo scopo di aumentare il numero di occupati, rischia di avere ricadute negative. Rischia di essere difficile da spiegare a tutti quei lavoratori che, ancora una volta, si sentirebbero gli unici a doversi far carico di una crisi di cui non si sentono però colpevoli ma soltano vittime.

L’Unità 11.11.11

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“Privatizzare con giudizio. Non svendere Eni e Enel”, di Rinaldo Gianola

Privatizzare è come andare in guerra» disse il ministro del Tesoro, Piero Barucci, nella tremenda estate del 1992 quando l’Italia, proprio come oggi, rischiava il default tra la corsa incontrollata del debito, il fallimento dell’Efim, la caduta della fiducia internazionale. Forse questa volta nonsi farà la guerra sulle privatizzazioni come avvenne nel 1992 quando davvero il governo Amato, con la trasformazione degli enti pubblici in società per azioni e con l’impostazione delle prime dismissioni poi realizzate da Carlo Azeglio Ciampi dal 1993, interruppe un pezzo di storia del dopoguerra. Certo è, però, che se Mario Monti assumerà la guida del prossimo governo la questione delle privatizzazioni sarà al centro della sua attenzione, un po’ perchè da tempo l’Unione Europea ci chiede, con lettere e avvertimenti, di ridimensionare la presenza pubblica nell’economia e un po’ perchè la riduzione del debito può passare anche dalla cessione di cespiti dello Stato. La stagione non è propizia per
avviare una nuova fase di privatizzazioni. I mercati finanziari attraversano un momento molto difficile, la Borsa di Milano ha perso circa metà della sua capitalizzazione, emissioni e collocamenti sono stati rinviati o hanno incontrato molti ostacoli. Inoltre gli impegni assunti dal governo Berlusconi con l’Europa in tema di dismissioni hanno prodotto cifre differenti nel corso degli ultimi mesi.
Siamo passati dagli 8 miliardi di euro di possibili incassi derivanti dalla cessione del patrimonio immobiliare fino ai 5 miliardi all’anno per i prossimi tre anni indicati nell’ultima lettera di intenti inviata a Bruxelles. Ma è possibile che il futuro governo, viste le condizioni di emergenza del debito, proponga un piano pluriennale più ambizioso.
Le privatizzazioni possibili possonoessere divise in tre capitoli: la vendita del patrimonio immobiliare, la cessione di quote di aziende industriali e di servizi strategiche per il Paese (Eni, Enel, Finmeccanica, Poste, Ferrovie), l’apertura del capitale o la totale dismissione delle aziende dei servizi pubblici locali. In queste settimane, mentre il governo Berlusconi preparava ipotesi di vendite, economisti e commentatori hanno ipotizzato quanto lo Stato potrebbe incassare dalle cessioni del suo patrimonio e delle sue partecipazioni. Si è parlato di decine, centinaia di miliardi, ma si tratta di cifre che, se non c’è la prova del mercato, non hanno alcun fondamento.
Tuttavia ci sono alcuni principi che l’Italia dovrebbe difendere alla
luce della passata esperienza delle vendite di Stato. L’Italia, nonostante le rituali lamentele di Confindustria, è stata protagonista assoluta negli anni Novanta realizzando solo tra il 1993 e il 1997 vendite di attività pubbliche per un controvalore di
circa 80mila miliardi di vecchie lire.
Sono state vendute le banche di interesse nazionale, le assicurazioni, la siderurgia, l’auto e le telecomunicazioni. Poi ci sarebbe l’Alitalia, ma non pare un esempio encomiabile di privatizzazione. Ci si potrebbe interrogare se questa stagione sia stata positiva oppure no, se ha portato i risultati sperati per allargare edemocratizzare la nostra economia. Le privatizzazioni hanno senso se, oltre a ridurre il debito pubblico, possono alimentare un nuovo clima economico, favorire la nascita e il rafforzamento di gruppi imprenditoriali, sviluppare i mercati e la concorrenza. Il semplice trasferimento della proprietà dallo Stato ai privati non è garanzia di efficienza, sviluppo, competizione. Anzi, ci sono esempi davvero poco edificanti.
Cosa venderà l’Italia? È bene che l’ipotesi di cedere quote di capitale di imprese strategiche come Eni, Enel e Finmeccanica, che possono essere alla base di una forte politica industriale, venga allontanata dal programma di qualsiasi governo. Lo Stato detiene il 31% dell’Enel, il 30%dell’Eni e il 32% di Finmeccanica: scendere sotto queste soglie significherebbe mettere in pericolo il controllo di aziende decisive per lo sviluppo del Paese. Più praticabile appare la vendita del patrimonio immobiliare e dei terreni demaniali (compresi i terreni
agricoli ai giovani per attività imprenditoriali), anche se prima di arrivare alla cessione di edifici, caserme, scuole o altro sarà necessaria una selezione, una valorizzazione, in collaborazione con gli enti locali e la conferenza Stato-Regioni, anche per evitare operazioni di semplice speculazione o di ulteriore cementificazione di cui proprio non si sente il bisogno.
Restano i servizi pubblici locali. In questo campo è bene ricordare che i cittadini si sono appena espressi in modo chiarissimo escludendo certe privatizzazioni, come l’acqua. Tra le municipalizzate ci sono casi di imprese forti e in utile, altre in difficoltà e inefficienti. I comuni, che hanno bisogno di soldi, possono beneficiare dei dividendi delle loro controllate. Se ci sono imprese che non funzionano perchè non cercare di risanarle, rafforzarle, accorparle, e poi lasciare ai comuni la scelta di cosa farne? A ben vedere prima di procedere con le privatizzazioni, forse avremmo bisogno di una bella “lenzuolata“ di liberalizzazioni.

L’Unità 11.11.11

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