attualità, politica italiana

"La verginità della Lega", di Gad Larner

Se l’astuto Di Pietro cerca spazio mascherandosi da improbabile succedaneo dell´anticapitalismo indignado, mentre il trio Ferrara-Feltri-Sallusti strattona il suo Oligarca di riferimento affinché guidi un´improbabile rivolta contro la tecnocrazia europea, tocca invece alla Lega vivere il risveglio più amaro. Contro il governo Monti «ci rifacciamo la verginità», è scappato detto a Umberto Bossi. Una metafora che si presta a fin troppo facili controdeduzioni.
Perché quella metafora riconosce la perdita dell´innocenza; e il rimpianto in politica è sinonimo d´impotenza. Non è un caso se la forza più accreditata a guidare l´opposizione sociale contro le ricette amare del risanamento, cioè la sinistra critica di Vendola, fornisce una prudente apertura di credito a Monti e preserva l´alleanza col Pd: la sfida globale al monetarismo e alla grande finanza nulla hanno a che spartire con la goffa convergenza populista Di Pietro-Bossi-Ferrara, destinata al flop.
Benché ostenti sollievo, l´uscita dal governo nazionale rappresenta per la Lega una grave sconfitta; difficilmente rimediabile asserragliandosi nelle tre grandi regioni del Nord. Rifarsi una verginità non è dato in natura. E neanche in politica. Per quanto l´Italia rifugga il puritanesimo de La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, il popolo ti chiederà sempre perché, e con chi, hai sacrificato l´illibatezza di cui menavi gran vanto. Questo è il punto: gli elettori vanno e vengono, ma la Lega ha perduto il popolo mitico, trasfigurato, della sua fondazione. Nel governo di Roma e degli enti locali ha consolidato un ceto politico desideroso di perpetuarsi, ma l´età dell´oro, la Lega delle origini, esiste solo nel passato remoto di quelle biografie.
Un dramma simile si era consumato allorquando i post-comunisti si distaccarono non solo dall´ideologia, ma anche dall´universo proletario che li aveva generati. Mai più l´ha ritrovato. Magari bastasse il revival, la scimmiottatura dei linguaggi, perfino un´improbabile rottura dell´alleanza col Pdl senza cui peraltro decadrebbero le amministrazioni leghiste. Il ceto politico del Carroccio ha rivelato notevoli capacità manovriere di allargamento delle sue quote di potere, ma intanto la storia correva: nessuna delle opzioni politiche leghiste – il federalismo, la xenofobia, la rivolta fiscale, il paganesimo, il cattolicesimo reazionario – è stata in grado di preservare nei tempi nuovi la sintonia con quel popolo. Nel mondo in subbuglio, da una parte l´imprescindibile Unione europea e dall´altra l´imprevisto delle rivoluzioni mediterranee svelavano la fragilità delle soluzioni localiste. Semmai restavano da giustificare i troppi compromessi imbarazzanti con la malapolitica, l´ultimo dei quali – sostituire Berlusconi con Alfano – è apparso solo un espediente maldestro.
Il progetto di travasare nella Lega l´elettorato berlusconiano deluso al Nord ha subito una battuta d´arresto alle amministrative di primavera, non solo a Milano. Mirava a completare con la conquista della regione Lombardia una supremazia padana che, giunti a questo punto, si rivela problematica. Il ceto politico leghista non si può permettere di andare da solo a elezioni nazionali col premio di maggioranza, né può separarsi dal Pdl in Piemonte, Veneto e Lombardia. Il bluff di Bossi – la parola al popolo, subito al voto – ormai è scoperto. La carta Tremonti è divenuta inservibile. Il banchiere Ponzellini? Meglio far finta di non conoscerlo.
La Lega che nel 2008 raddoppiò i suoi voti presentandosi come interprete di un territorio, tre anni dopo si mette in cerca della verginità perduta in un passato irripetibile perché non ha saputo corrispondere alle incognite dei tempi nuovi. Serpeggiano ancora per il “suo” territorio le inquietudini da cui fu generata, ma un ceto dirigente compromesso col peggior potere italiano non ha più nemmeno le credenziali per incarnare l´antipolitica. È probabile che debba presto fronteggiare nuovi competitori a destra, sul suo stesso terreno.
Se anche l´operato di un eventuale governo Monti susciterà reazioni anti-élitarie, non tutte fondate su istanze di giustizia sociale, ma invece esasperate nel solco della protesta localista, pare improbabile che si affidino ai vecchi “leghisti romani”. Reduci da una stagione indecorosa di cui sono stati fra i peggiori protagonisti. Comprendo la sofferenza di Bossi, un uomo che non si è arricchito con la politica, anche se si è macchiato del peggiore clientelismo familista. Ma nessun popolo potrà riconoscergli l´innocenza, la verginità perduta.

La Repubblica 11.11.11

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Rivolta web anti Di Pietro: no all’Aventino

La base critica lo stop al neosenatore. Il leader: siamo come San Tommaso. «Tonino ripensaci è un gioco pericoloso, in questo momento non possiamo permettercelo». Voci di rivolta dal web, con il sito di Antonio Di Pietro e il suo profilo Facebook presi d’assalto da centinaia di commenti critici. Molti solidali con la sua scelta di dire no al governo Monti, moltissimi indignati, se non furibondi, contro «l’irresponsabilità» dell’Italia dei Valori. Scontro che si accende anche dentro il partito, con l’ex girotondino Pancho Pardi che scrive una lettera di dissociazione: «Siamo sicuri che per evitare la macelleria sociale il metodo migliore sia escludersi a priori? Se non appoggiamo Monti faremo la fine di Bertinotti, che fu punito dal suo elettorato ed ebbe pessimi risultati alle urne. Per noi sarebbe un Aventino sterile e improduttivo».
Di Pietro, per difendere le sue posizioni, non rinuncia al suo lessico consueto: «Noi dell’Idv siamo come San Tommaso, diamo fiducia solo a quello che vediamo: al buio non diamo la fiducia a nessuno». Gli tiene bordone Leoluca Orlando: «Un esecutivo Pd-Pdl, che non preveda un limite di tempo per le elezioni, sarebbe indecoroso». Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, anche lui con il consueto lessico, avverte: «L’Idv non può andare per funghi durante il governo tecnico e poi tornare per la campagna elettorale». Come dire, chi non è responsabile ora, fa saltare il patto di Vasto tra Pd, Idv e Sel.
Ma più che le alleanze future, ora a preoccupare la dirigenza dell’Italia dei Valori è il forte malcontento che ha creato la presa di posizione di Di Pietro. Su Facebook l’ex pm ha scritto: «Un governo Monti avrebbe una faccia pulita ma noi non staremo mai insieme a Berlusconi e ai suoi portaborse. Sarebbe assurdo». Unica concessione: il voto a favore di una riforma della legge elettorale e di norme anti casta.
Seguono, a tarda sera, circa duemila commenti, ovviamente non tutti attribuibili a sostenitori dell’Idv. Ma, certo, le grida di allarme e di protesta sono molte e tante sembrano provenire dalla pancia del partito. C’è, per esempio, chi lo accusa di «inseguire il consenso sulla pelle della gente, esattamente come fa la Lega». Un altro avverte: «Antonio non pensi solo pro domo sua, come faceva Silvio». Tra i consueti allarmi — «cancellano i commenti dei dissidenti» —, e contrattacchi, «chi sono questi inciucisti dalemiani», si svolge il piccolo psicodramma di una base tormentata. Psicodramma che comincia in mattinata con la telefonata al programma di Maurizio Belpietro su Canale 5. Chiamata annunciata su Facebook e subito criticata. Con la solita accusa: «Tonino, perché vai sulle tv di Berlusconi?». Ma è solo una parentesi in una giornata in cui l’Italia dei Valori viene accusata di scegliere un Aventino utile solo a ricostruirsi un pacchetto di voti per le elezioni, specularmente alla Lega.
Ma c’è anche chi difende le scelte di Di Pietro. Come le 1700 persone che cliccano «mi piace». E come il commentatore che scrive: «Fai bene Antonio, ormai i banchieri stanno prendendo il potere scavalcando i loro camerieri incapaci (i politici)». Ma il dibattito tra i commentatori continua anche sul sito di Di Pietro. Dove un commentatore chiosa così: «Gli elettori puniranno severamente alle prossime elezioni chi non ha sostenuto il governo di salvezza nazionale, facendo fare il lavoro “sporco” ma necessario agli altri, per poi vantarsi di avere le mani pulite».

Il Corriere della Sera 11.11.11

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