cultura

"Beni culturali, cambiare ora", di Vittorio Emiliani

Tutti riconoscono che la più grande ricchezza del nostro Paese è quella che si sostanzia in oltre 3.500 musei, in quasi 100.000 fra chiese e cappelle, in 40.000 torri e castelli, in 20.000 centri storici di cui almeno mille strepitosi (italici, etruschi, greci, romani), ecc. e in paesaggi tanto belli e diversi, “fatti a mano” (una «seconda natura», scrisse Goethe) che, malgrado una demenziale cementificazione, affascinano ancora tanti turisti.
Tutti lo riconoscono, però questo Ministero che una volta saggiamente ricomprendeva anche i beni ambientali -, già cenerentola dei Ministeri, coi tagli feroci del governo Berlusconi-Tremonti vede ridotte al lumicino le risorse finanziarie e quelle umane e tecniche: gli archeologi di ruolo sono 341, al pari degli storici dell’arte e degli architetti.
Perché si arresti questa suicida spoliazione e il dilagare dell’ignoranza nelle scuole di ogni grado ribadita dal ministro Gelmini («ex» per sempre speriamo), un gruppo di associazioni e di persone che si battono per la salvezza di tanto patrimonio hanno rivolto un appello al presidente Napolitano sempre tanto sensibile ai problemi della cultura. Si tratta, oltre a chi scrive, di Desideria Pasolini dall’Onda (fondatrice di “Italia Nostra”), dell’urbanista Vezio De Lucia, del sociologo Luigi Manconi per il Comitato per la Bellezza, della presidente della storica “Italia Nostra”, Alessandra Mottola Molfino, di Marisa Dalai, importante storica dell’arte, presidente della Bianchi Bandinelli, di Fulco Pratesi fondatore e presidente onorario del Wwf-Italia, dell’urbanista Edoardo Salzano e dell’archeologa Maria Pia Guermandi che animano Eddyburg, sito battagliero.
Chiedono che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (ma il discorso vale pure per l’Ambiente) venga affidato «a una persona di alto profilo culturale e morale, di sicura competenza politico-amministrativa e di provata autonomia rispetto alle due più recenti, negative gestioni del Ministero stesso». Cioè rispetto alle gestioni Bondi e Galan. Il MiBAC affermano è al disastro: risorse per la mera sopravvivenza, investimenti ormai inesistenti, tecnici ministeriali, in assenza di concorsi, pochi e anziani, promosse ad alti incarichi persone bocciate nei rari concorsi ledendo ogni meritocrazia, decine di Soprintendenze gestite ad interim, commissariamenti diffusi e dannosi, co-pianificazione Ministero-Regioni per il paesaggio bloccata mentre la speculazione imperversa, educazione all’arte sempre più inadeguata, ecc.
Da qui l’indispensabilità che, per risalire da tanto disastro e per sanarlo, al Collegio Romano vada una persona di alta competenza e moralità che nulla abbia a che fare col recente devastante passato che ha pure disattivato alcune buone leggi. Un nome potrebbe senz’altro essere quello di Salvatore Settis, studioso di fama, già al Getty e alla Normale di Pisa, dimessosi dalla presidenza del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e subito sostituito da Bondi. In questo mondo non mancano personaggi qualificati.
Uno di questi è certamente l’archeologo Stefano De Caro appena nominato, primo italiano, direttore generale dell’ICCROM, istituto internazionale per il restauro, malgrado l’opposizione udite, udite del delegato italiano inviato a fare quella figura barbina dal Gabinetto dell’ormai perente ministro Giancarlo Galan. Presumibilmente dallo stesso Salvo Nastasi che a Venezia ha spalleggiato l’improvvida scelta di Galan di non confermare alla Biennale Internazionale di Venezia il presidente in scadenza Paolo Baratta (che ha fatto benissimo) per metterci un amico del Cavaliere. Quel Malgara che, davanti a 4.500 firme contrarie da tutto il mondo e a un parere negativo della Camera, ha almeno avuto la dignità di farsi da parte.
Due episodi fra i tanti che confermano l’indispensabilità di imprimere una svolta che salvi insieme il patrimonio di competenze pubbliche, di tecnici tanto bravi quanto sottopagati (1.700-1.800 euro per dirigenti con trenta’anni di carriera) e una fonte di cultura che è anche economica (se la si tutela): il turismo fornisce una quota di PIL vicina a quella della tanto decantata edilizia e una bella fetta di essa viene dal turismo culturale.

L’Unità 14.11.11

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