cultura

"Il sacco di Pompei", di Francesco Erbani e Stella Cervasio

Ecco i soldi europei e tutti corrono al capezzale della città fantasma. Il commissario Hahn ha visitato Pompei la scorsa settimana e ha promesso di vigilare su come verranno spesi i fondi Ue. Ma nella partita, complicata dalle polemiche tra soprintendenza e esponenti del ministero, si agitano interessi politici e affaristici. Perché l’area archeologica è una delle “industrie” più appetite dell’intera provincia napoletana.
A Pompei attendono i soldi europei: 105 milioni. Sono tanti, ma non bastano a fugare le ansie che gravano sul sito archeologico più bello, più celebre e più complicato che ci sia al mondo. I lavori di messa in sicurezza – ha garantito il commissario di Bruxelles Johannes Hahn – cominceranno nel primo trimestre del 2012. Il che può voler dire anche a marzo, se tutto va bene. E questo è il primo motivo d’ansia. Si guardano in cielo le nuvole. Potrebbero addensarsi e diventare nere. E le piogge a Pompei recano l’incubo dei crolli. L’acqua stagna fra le bàsole della pavimentazione e imbeve pericolosamente i terrapieni che premono dietro i muri delle domus.

E poi i soldi non sono tutto. Chi e come li spenderà? La Soprintendenza, senza rimpolpare i suoi ranghi, difficilmente può farcela. Ma di nuove assunzioni non c’è traccia. Tante promesse a vuoto. Si affollano invece una quantità di soggetti interessati a mettere in qualche modo le mani su Pompei. Fino a creare una specie di ingorgo che, visto da qui, fa molta confusione e quasi più paura della pioggia. Non è la prima volta che accade, anzi è una costante, raccontano a Pompei, una delle industrie più appetite dell’intera provincia napoletana, al centro di un territorio dalle consolidate ramificazioni affaristiche e clientelari. E persino criminali. E poi c’è la crisi di governo, che potrebbe complicare o, al contrario, snellire tutto.

La regola vorrebbe, dicono a Pompei, che i soldi entrassero nelle casse della Soprintendenza, la quale li spenderebbe sulla base di un piano preparato nel frattempo. Troppo semplice. La partita su Pompei, dopo un anno di completa inazione seguito al crollo della Schola Armaturarum, si è improvvisamente agitata nelle ultime settimane. Annunci, promesse. Lotte fratricide dentro il ministero. Fra i più attivi a immaginare scenari complessi c’è il sottosegretario ai Beni culturali Riccardo Villari, napoletano, una carriera politica movimentata (dalla Dc al Ppi, quindi l’Udc, l’Udeur, la Margherita e il Pd, che lo espelle, dopodiché lui fonda un gruppo di “responsabili” al Senato). Diventato sottosegretario nel maggio 2011 e nonostante senta vacillare la propria poltrona, attacca senza mezzi termini l’attuale soprintendente, Teresa Cinquantaquattro, la stessa che dovrebbe gestire i 105 milioni. La accusa di non saper spendere i soldi che ha in cassa (ventidue milioni l’anno, grosso modo, che per metà se ne vanno in spese correnti), di non averlo avvisato del crollo avvenuto due settimane fa e di altro ancora.

Il sottosegretario, quasi ex, ha mobilitato le università napoletane e altri archeologi, e poi si è fatto paladino di un gruppo di imprenditori, sempre napoletani, interessati più che a salvare Pompei, a costruire fuori degli scavi, forti di un articolo del decreto varato dal governo nella scorsa primavera che prevede si possano realizzare interventi anche in deroga al piano regolatore della città. Alberghi, ristoranti, strade, parcheggi: qualcuno sogna una scorpacciata di cemento. Villari poi si è proposto come l’interlocutore dell’Unesco, che nei mesi scorsi ha redatto un rapporto molto critico su come il ministero è intervenuto a Pompei (ha contestato, per esempio, i commissariamenti stile Protezione civile e ha criticato l’eccesso di attenzione per la valorizzazione a scapito della tutela). E non solo dell’Unesco, con il quale a Parigi il ministero dovrebbe firmare un accordo a fine novembre, ma anche di un’altra cordata di imprenditori, stavolta francesi, disposti a spendere fino a 200 milioni a Pompei. A condizione – ha più volte ribadito Villari, non si sa quanto interpretando i desideri d’oltralpe – che ciò avvenga in sintonia con i loro colleghi napoletani.

Che cosa resti di questa complicata architettura, una volta dimesso il governo Berlusconi, non è chiarissimo. Ma molti temono che non svanisca nel nulla. E non è tutto. Nella partita Pompei entra anche Invitalia, società del ministero dell’Economia, esperta nell’attrarre investimenti. Si dice debba occuparsi di gare d’appalto e di bandi. Invitalia a un certo punto ha sostituito un’altra società che avrebbe dovuto lavorare a Pompei, l’Ales, che almeno era di proprietà del ministero dei Beni culturali.

A Pompei si guarda con preoccupazione a questi scenari. Tornano a profilarsi i fantasmi di una gestione commissariale sotto altre vesti, di soprintendenti molto volatili (ce ne sono stati quattro in due anni) e anche per questo molto deboli. Si agitano personaggi di primo e secondo piano della politica che qui, avvicinandosi elezioni, giocano destini personali. La settimana scorsa è venuto il commissario Hahn. Non aveva mai visitato Pompei. L’ha girata incantato per ore, fino al tramonto, sconvolgendo il protocollo. I soldi arriveranno, ha ripetuto, ma la commissione vigilerà che vengano spesi bene. Un po’ come il Fmi per i conti pubblici italiani.

Ma, come se non bastasse la vigilanza europea, ecco che si annuncia la costituzione di una “cabina di regia” formata dagli archeologi del Consiglio superiore dei Beni culturali (Andrea Carandini; Giuseppe Sassatelli; Francesca Ghedini, sorella di Niccolò, l’avvocato di Berlusconi; il direttore generale delle Antichità, Luigi Malnati). “Potremo seguire e controllare tutte le attività che si svolgono a Pompei – ha spiegato Carandini, che del Consiglio superiore è presidente – e tutti gli atti verranno messi a conoscenza della cabina di regia”. Ma appena poche ore dopo quell’annuncio, il ministero tira il freno: il Consiglio superiore può esprimere pareri e atti di indirizzo, non sovrapporre nuove strutture. La “cabina di regia” pare abortita prima di nascere.

Sugli scavi di Pompei hanno sempre governato o voluto governare in molti. Dai sindaci della città al vescovo. Senza contare il peso di alcune sigle sindacali che sembrano altrettanti clan familiari. E non dimenticando il ruolo dei potenti bancarellari o dei posteggiatori. L’attuale primo cittadino, Claudio D’Alessio (Udc), per non restare fuori dai giochi, ha chiesto di entrare anche lui nella fantomatica “cabina di regia”. Il vescovo Carlo Liberati, che regge il Santuario della Madonna e una vasta rete di proprietà immobiliari, guarda con occhio vigile a ciò che accade dentro gli scavi, pronto a proporre uomini graditi alla curia, come accadde nel 2007 quando festeggiò con un calore che non passò inosservato la nomina a direttore amministrativo di Antonio De Simone, professore di archeologia all’Istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli.

E proprio De Simone è una di quelle figure che, in questa effervescenza, potrebbe riproporsi. Non si capisce in che ruolo, ma la voce di un suo interesse a tornare a Pompei circola con insistenza. Villari, per esempio, lo ha sponsorizzato apertamente. De Simone ha lavorato molto a Pompei negli anni Ottanta e nel 2007 si è dato terribilmente da fare per diventare direttore amministrativo, una carica che non c’entrava granché con la sua qualifica di archeologo. Per ottenere l’incarico si rivolse a un consigliere regionale del Pd, Roberto Conte, considerato molto vicino all’allora ministro Francesco Rutelli. Le loro telefonate furono intercettate, perché Conte poco dopo fu arrestato per associazione camorrista (poi, espulso dal Pd, è transitato nel centrodestra). Venne fuori uno spaccato di smodate ambizioni personali, ma anche quanto contasse in certi ambienti politici avere un proprio uomo in un posto cruciale alla Soprintendenza di Pompei.

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Cantieri evento e visite multimediali le troppe spese dell’ultimo commissario

Vita e miracoli di Marcello Fiori, commissario dall’agosto 2008 al luglio 2010, venuto dalla Protezione civile con la scusa dell’emergenza poi cancellata dalla Corte dei Conti. Un turbine di idee per il rilancio del sito archeologico, tutte finanziate e tutte più o meno svanite, mentre l’organico di manutentori e archeologi calava inesorabilmente.
POMPEI (NAPOLI) – Le orrende grate che portano incisa nel metallo la scritta “Pompei Viva” restano come le epigrafi con la dicitura SPQR scolpite al tempo dei romani da questo o quel console. E’ il segno di Marcello Fiori, ultimo commissario dell’era Berlusconi spedito a Pompei per preparare il terreno a una fondazione che i terremoti di quello stesso governo hanno fatto abortire più volte nel tempo. Il sogno di sempre, l’intesa pubblico-privato, che porta molte firme e ripropone periodicamente l’intento di regalare l’area archeologica vesuviana al migliore offerente. Un sogno che spesso ha valicato i confini dell’imprenditoria, per incunearsi all’interno dello stesso governo del Paese. Dimentico del fatto che Pompei è governata da un suo ministero, quello dei Beni culturali. A un certo punto, quando si è capito che lo strumento del commissariamento poteva traghettare questa reverie nella giusta direzione, qualcosa è cambiato. E dall’affiancamento di un city manager al soprintendente, la dicitura è cambiata ancora, e si è cominciato a sgranare un rosario di commissari dalle storie e curriculum più vari.

Ma mai commissariamento ha portato a tante spese come quello di “Supermarcellino”, come i fedelissimi chiamano Fiori. Tanto che anche la Corte dei Conti si è preoccupata, e ha annullato con la delibera numero 16 del 4 agosto 2010 (a cose purtroppo già fatte) gli atti della Protezione civile. Veniva così a mancare l’emergenza che aveva motivato l’entrata in campo a Pompei dell’esperto del G8 dell’Aquila. Un’emergenza invocata già altre volte, sostanzialmente sempre per gli stessi motivi: la sicurezza, la sanità pubblica che veniva meno soprattutto a causa dei cani randagi, e poi, in ordine sparso, le bancarelle, le guide turistiche. Fiori, aiutato dalla Lav e in cambio di una cifra di circa 110mila euro, ha agito efficacemente sul randagismo, anche se non sui pompeiani, che continuano ad abbandonare e a non sterilizzare i loro cani. Perciò, per contenere le nascite, nel dopo-Fiori sono archeologi e volontari cinofili ad autotassarsi. E per accudire i cani, anch’essi cittadini di Pompei, si danno da fare come sempre i custodi di buon cuore.

Chiusa la questione randagi, restano molti punti interrogativi. Tanto che sul commissariamento si sta accanendo ora anche la Ragioneria di Stato regionale, passando al setaccio le spese e, dopo aver mosso rilievi sull’attività di Fiori nel 2009, proprio in questi giorni lo fa anche su quella del 2010. Ottanta milioni di euro erano toccati in sorte a Renato Profili, ex prefetto morto nel 2009, e al suo successore, braccio destro di Bertolaso, Marcello Fiori, rimasto in carica a Pompei dal 28 agosto 2008 al 31 luglio 2010. Le grate e i cancelletti che hanno invaso le domus, di cui parlavamo prima, tanto per fare un esempio, sono costati 200mila euro e, oltre a essere tanto piaciuti a Fiori, hanno unito a un design per il quale forse non c’era bisogno di scomodare un architetto, una certa invadenza della grafica, contrastante con quella discretissima realizzata, per concorso e non per assegnazione diretta, dallo studio Zelig negli anni Novanta.

Grava un’inchiesta della Procura di Torre Annunziata sul commissariamento più spendaccione della storia della soprintendenza di Pompei. Soldi che avrebbero potuto essere impiegati per la manutenzione che ora tanto si invoca. Numerosi i beneficiari di progetti non sempre comprensibili. Come quello della Tess Costa del Vesuvio, che ha ricevuto 156mila euro per l’implementazione del piano di gestione del sito Unesco, un lavoro che però a Pompei non sanno spiegare che cosa sia. 275mila euro sono andati invece a Legambiente per un progetto “Pompei accademia internazionale per la formazione di volontari nei siti archeologici”. Ma di volontari in giro non se ne vedono. I due “fiori” all’occhiello nelle intenzioni del commissario dovevano essere la visita multimediale alla casa di Giulio Polibio e il cantiere evento dei Casti amanti. Adesso entrambe le domus sono chiuse. Per la visita alla prima, a Civita sono andati 950mila euro. 550mila euro circa invece all’Idsn, Istituto per la diffusione delle scienze naturali che doveva aiutare i non vedenti a visitare la stessa casa del Polibio pompeiano e anche altre domus. Un progetto che non si può inscrivere nell’area delle emergenze.

Sempre in vista della valorizzazione e non della tutela, venuta poi alla ribalta con furore al primo crollo del 6 novembre 2010, i 185mila euro assegnati da Fiori a CO2, la onlus fondata da Giulia Minoli, Paolo William Tamburella, Daniele Ciccaglioni, Rachele Bonani, Giovanna Corsetti, Simone Haggiag e Sara Tardelli, figlia del calciatore, che negli scopi aveva la rifondazione della comunicazione a Pompei. A leggere la presentazione della onlus, si capisce che CO2 nasce per migliorare l’immagine di realtà depresse, in “crisi”. Peccato che l’area archeologica di Pompei sia una delle poche “aziende” in attivo della Campania. All’interno del pacchetto “Pompei Viva”, comprensivo delle brutte cancellate di cui sopra, CO2 ha lasciato in eredità dopo Fiori una nuova segnaletica, sovrapposta a quella già esistente, promuovendo tra l’altro una Pompei di notte (che già era attivata) e il progetto Pompei in bicicletta. Una iniziativa che prevedeva l’acquisto di biciclette per ottomila euro. Rimaste in deposito, da quando la pista ciclabile è ridiventata un bel percorso panoramico a piedi.

Come per questa ed altre trovate del commissariato, la soprintendenza avrebbe dovuto impiegare nuovi fondi per dar seguito ai progetti avviati da Fiori. Qualche cantiere in più (ma senza le scavatrici impiegate ai Casti amanti) e qualche operazione da servizi aggiuntivi in meno forse avrebbero anche evitato parte dei crolli. Invece solo da un anno a questa parte è stata ripresa la buona pratica della conservazione, messa in atto fino all’agosto 2009. Vaste aree erano già state monitorate e attendevano restauro, ma l’attenzione del commissario Fiori è stata rivolta a progetti come quello della telesorveglianza e servizi web e multimediali affidato a Wind – anche se una videosorveglianza esisteva già – per oltre 10 milioni di euro. Le spese per l’area dei teatri e gli spettacoli ammontano a oltre 7 milioni, e su questa che tra le spese è la più macroscopica è appuntata l’attenzione della Procura.

Intanto, fra multimedialità e duplicazioni – la spesa più eclatante quella del sito web – il personale a Pompei calava, senza che alcun commissario muovesse un dito: come addetti alla manutenzione e restauro sono rimasti 6 operai e 3 restauratori. E con questo organico, per evitare i crolli sui 66 ettari dell’area archeologia, altro che fondazione: ci vorrebbe un supereroe.

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Mancano operai, falegnami e marmistiCosì frena la necessaria manutenzione

Il retro di uno degli edifici crollati: la Schola Armaturarum
Dal 1997 al 2011, i dipendenti dedicati al sito sono diminuiti di circa un terzo, la maggior parte custodi. Colpite soprattutto quelle figure che servivano a “curare” in maniera continuativa gli edifici. Il ricorso a ditte esterne. E così scende la qualità degli interventi
Manutenzione e ancora manutenzione. La parola d’ordine che circola a Pompei viene ripetuta come un ritornello. Soltanto una cura metodica, programmata e prolungata nel tempo può evitare danni agli edifici antichi. E soltanto guardando agli edifici come pezzi di una città, un organismo complesso, senza abitanti, ma con tanti problemi tipici di una struttura urbana. A Pompei si racconta di manovali che conoscevano lo stato di salute di un muro meglio di un archeologo. Di falegnami che capivano a colpo d’occhio se la piattabanda di una porta avrebbe retto. Queste persone sono quasi sparite.

Nel 1997 lavoravano a Pompei 279 persone (erano 711 i dipendenti di tutta la Soprintendenza, divisi fra Pompei, Ercolano, Stabia e Oplonti). C’erano 189 custodi, 10 archeologi, 4 architetti e 54 operai: dai muratori ai falegnami ai marmisti fino ai capicantiere. Nel 2011 la Soprintendenza comprende anche Napoli, ma fra Pompei, Ercolano, Stabia e Oplonti il personale si è ridotto a 494 unità (il 30 per cento in meno). A Pompei lavorano in 197 (anche qui il 30 per cento in meno). Ma mentre gli archeologi sono rimasti in 9 e gli architetti sono cresciuti a 7, i custodi sono 155 (20 per cento in meno) e i tecnici sono appena 9, ai quali si possono aggiungere 4 addetti al restauro di oggetti e 8 al restauro di muratura, di cui 5 attualmente esentati per malattia.

I dati sui dipendenti di Pompei conservano margini di incertezza persino per il ministro Giancarlo Galan, che nei giorni scorsi li ha quantificati in 310 sulla base di un criterio non chiarissimo. Ma la questione più evidente è che si sono ridotti enormemente gli operai, per cui è diventato obbligatorio rivolgersi a ditte esterne, i cui lavori fino a qualche anno fa venivano controllati da capicantiere della Soprintendenza. Ora sempre meno.

Dopo il crollo della Schola Armaturarum (novembre 2010) il governo nella primavera 2011 ha approvato un decreto legge con misure urgenti per Pompei. Erano previste anche assunzioni, che finora non ci sono state. Più volte annunciati, i rinforzi non sono mai arrivati. Inoltre non si è mai capito con certezza quante persone sarebbero arrivate (le voci si sono rincorse, da 70 fino a 20/25), né in che ruolo. C’è stato due anni fa un concorso per archeologi, che ha prodotto una graduatoria di idonei. Ma da lì non si è attinto nessuno. E poi: è davvero di tanti archeologi che ha bisogno Pompei?

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Infiltrazioni, radici e cemento in pericolo duemila anni di storia
Il crollo della Schola Armaturarum ha lanciato il primo avvertimento. Servono interventi urgenti per il sito: due terzi dell’area deve ancora essere messo in sicurezza. Camminano tra il Foro e via dell’Abbondanza frotte di turisti cinesi. I visitatori sono dieci, dodicimila ogni giorno anche ora che sta per arrivare l’inverno. Da dicembre diminuiscono, fino a marzo, ma sono sempre due milioni e mezzo ogni anno. Via dell’Abbondanza sfila dal Foro fino alla Porta di Sarno. Qui si affaccia la Schola Armaturarum crollata un anno fa. Poche decine di metri prima c’è la Casa dei Casti Amanti, chiusa da un parete di vetro, con le passerelle sulle quali sarebbero dovuti sfilare i turisti per osservare il restauro. Più di un milione di euro è costato l’allestimento voluto dal commissario Marcello Fiori. Ma adesso la domus è sbarrata, i lavori sono interrotti. Sulla stessa via dell’Abbondanza, appena usciti dal Foro ecco un cantiere, uno dei pochi aperti con i pochi soldi che sono nelle casse della Soprintendenza. Si riassesta la malta dei muri, che è la più delicata. Le pietre resistono bene anche al dilavamento, la malta no. E se viene meno, il muro va giù. Per proteggerlo meglio a volte si costruisce sul colmo una piccola tettoia che fa scivolare l’acqua lontano dalla malta. Dannatissima acqua.

Questi, spiegano alla Soprintendenza, sono alcuni fra i lavori più urgenti che occore fare perché Pompei non caschi a pezzi. Manutenzione straordinaria e poi tanta manutenzione ordinaria. Quella che si è ripresa a fare da poco, dopo l’euforia dei restauri-spettacolo voluti dai commissari e dopo i crolli. In una mappa del rischio avviata anni fa, poi interrotta, ora ripresa e portata a termine, Pompei è stata divisa in zone colorate. Quelle tinte di rosso hanno bisogno di lavori immediati.

Una delle aree più fragili è il tratto di via dell’Abbondanza dalla Casa dei Casti Amanti fino almeno alla Schola Armaturarum. La strada è transennata, si procede quasi in fila indiana. Le domus sono appoggiate a un terrapieno alto tre metri, che copre una parte di Pompei non scavata. Sul terrapieno, intorno alla settecentesca Casina dell’Aquila, ora sono coltivate fave e friarielli (i broccoli amari). Si sale da un cancello, di solito chiuso con una catena. Il panorama toglie il fiato. Sotto uno strato sottile di terra ci sono lapilli, un materiale incoerente e drenante. Quando piove, i pendii si inzuppano e premono sui muri.

Finché ha lavorato alla Soprintendenza, Annamaria Ciarallo, di professione biologa, ha curato i bordi del terrapieno, ha sistemato una specie di terrazzamento, ha piantato rosmarino strisciante le cui radici trattengono il terreno. Ma c’era bisogno di un lavoro costante e soprattutto fatto a regola d’arte. E invece, racconta la Ciarallo, si sono cimentate anche ditte poco esperte. Poi durante gli anni del commissariamento, 2006-2008, qui sono salite le ruspe e altri mezzi pesanti per restaurare la Casa dei Casti Amanti. L’equilibrio è saltato. E sono arrivati i crolli.

Dalla mappa, spiega la soprintendente Teresa Cinquantaquattro, si deve partire per mettere al sicuro tutto il sito (quarantaquattro ettari scavati, come la città di Rovigo, su sessantasei dell’intera area archeologica). Una corretta regimazione delle acque è il primo degli obiettivi. Le infiltrazioni corrodono le fragili fondazioni delle murature. E poi preoccupano molti restauri compiuti nel primo dopoguerra, quando a Pompei si fece largo uso del cemento armato, convinti che fosse il materiale più duraturo. E invece le anime di ferro si sono arrugginite e interi pezzi di solaio sono diventati improvvisamente più fragili dell’antica muratura. Il peso di quelle strutture con il passare del tempo è diventato insopportabile per le pietre e la malta di duemila anni. Parte del cemento armato viene ora sostituito con travi e con legno lamellare, molto più leggero e molto più resistente alle sollecitazioni. Casa dopo casa, questo è il lavoro che attende Pompei. Sempre che arrivino i soldi. E i rinforzi.

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Visitatori di nuovo in crescita Dai biglietti 22 milioni di euro

I dati che definiscono il sito come una delle maggiori attrazioni turistico-culturali italiane. Il calo del 2009 era dovuto alla questione spazzatura a Napoli. Poi c’è stata la ripresa.

66 ettari La superficie totale del sito archeologico

44 ettari La superficie scavata

11 euro Il costo del biglietto per la visita a Pompei

22 milioni di euro Il ricavo medio da biglietti degli ultimi anni

2 milioni 100 mila I visitatori del sito nel 2000

2 milioni 370 mila I visitatori del sito nel 2005

2 milioni 87 mila I visitatori del sito nel 2009

2 milioni 310 mila I visitatori nel 2010

279 Il personale del sito di Pompei nel 1997

197 Il personale del sito di Pompei nel 2011

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Quando c’era Bertolaso, gli affari della cricca (qui)

da repubblica Le Inchieste

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