attualità, politica italiana

"Gli scatoloni del Cavaliere", di Carmelo Lopapa

«Questa casa non l´ho mai sentita mia, credetemi, lasciarla non mi suscita alcuna emozione», va ripetendo il Cavaliere ai suoi in queste ore, ostentando disinteresse per esorcizzare il più amaro dei traslochi. Vero è che Palazzo Chigi l´abbia amato poco e frequentato meno, durante i suoi «regni», in questi 17 anni. Giusto l´indispensabile. Casa e ufficio e parco divertimenti.
Tutto insomma per lui è sempre stato e continuerà ad essere Palazzo Grazioli. Pochi effetti personali da portar via, racconta chi chiude gli ultimi scatoloni nelle stanze di fronte allo studio presidenziale del primo piano, ad angolo tra Piazza Colonna e via del Corso. L´operazione di repulisti più delicata, la cancellazione di ogni traccia su tutti i pc, il prelievo di dati e documenti, è stata completata con decine di chiavette sabato sera dallo staff di gabinetto. Un rapidissimo blitz mentre fuori impazzavano i festeggiamenti per l´addio. Saranno stati pure pochi effetti personali, sta di fatto che alle 15 di ieri pomeriggio, nel cortile sul retro della Presidenza del Consiglio, gli operai della ditta di traslochi rivelavano di aver caricato già una sessantina di grandi cartoni (come testimonia la foto di fianco). A sovrintendere alle operazioni, Berlusconi ha lasciato l´unica persona della quale si fidi fino in fondo, vera custode della sua vita pubblica e privata, prima ancora che segretaria di sempre: Marinella Brambilla. Anche lei, come il portavoce Bonaiuti, in transito verso Palazzo Grazioli. E con loro il cuoco Michele che, a conti fatti, aveva frequentato poco le cucine dell´appartamento da 300 metri quadri al terzo piano. E poi il maitre Adelmo, «maggiordomo ai drink e alle tartine», per dirla con uno dei collaboratori, unico interista ammesso a corte, sempre alla ricerca di “Ciociaria oggi”. Negli imballaggi col timbro “fragile” sono finite le uniche tre foto che il premier uscente ha tenuto nello studio-salotto, in un trionfo di damascato giallo, tra divanetti e carta da parati baroccheggianti. Nulla di familiare, né figli né nipoti. Le tre foto sono quelle che lo ritraggono con Giovanni Paolo II, con Papa Ratzinger e infine con George Bush. L´ultimo e unico presidente Usa che abbia sempre sentito come amico. Con “Mr Obamaaa” come lo chiamava lui, proprio no: no-feeling, no picture. Niente libri, alle spalle della scrivania collocata al di qua della finestra sul Corso. A Marinella, piuttosto, ha raccomandato di far imballare e spedire due soli doni tra i mille ricevuti in questi anni. La scimitarra regalata dal presidente-dittatore kazako Nazarbayev, oggetto di sperticati elogi da parte di Berlusconi nel suo viaggio ad Astana. Quindi, quel sontuoso vaso Ming portatogli in dono a Palazzo Chigi pochi mesi fa dalla delegazione cinese. In Presidenza ricordano ancora le facce dei diplomatici della Repubblica popolare quando il Cavaliere fece finta che il prezioso “ovone” gli cascasse dalle mani. E soprattutto dopo la sua battuta a corredo: «Belli questi fiorellini, la prossima volta però portatene uno con raffigurazioni del kamasutra», senza che qualcuno facesse in tempo ad avvertirlo che il celebre trattato di arte amatoria sarebbe indiano e non cinese.
Ad ogni modo. L´ultimo ad andar via e a spegnere le luci, ieri sera, è stato Gianni Letta. Come sempre, neanche a dirlo. Era rimasto giusto il sottosegretario, per il disbrigo degli affari correnti. E per presidio. D´altronde, la nota del Cerimoniale del Quirinale aveva già avvertito la Presidenza del Consiglio che sarebbe stato necessario liberare i locali tra lunedì e ieri al massimo. La puntata di domenica sera nello studio al primo piano con bandiera Ue e italiana dietro la scrivania per registrare il video messaggio all´indomani delle dimissioni al Colle, ecco, era apparsa un tantino fuori tempo massimo. Tocca abbandonare il palazzo che è stato delle famiglie Chigi-Aldobrandini fino al 1917 e sede del ministero degli Esteri con Mussolini, ma soprattutto quel che l´edificio nel cuore di Roma simboleggia: il potere in Italia, dal 1961 ad oggi. Lì, nonostante l´appartamento da 300 metri quadri, Berlusconi ha dormito solo due notti durante tutto il mandato, nel novembre 2009. Per «ragioni di sicurezza» dicono alcuni, per una febbre altissima, altri. Grazioli è stata la vera Presidenza. A chi glielo rinfacciava, il 18 aprile 2009 ha replicato con tanto di nota ufficiale, per dire che lui preferiva Grazioli perché aveva molte telefonate da fare e preferiva farle a proprie spese. Noemi e Ruby e la D´Addario sarebbero arrivate poco dopo.
Quando rimette piede nel maggio 2008 nelle stanze appena lasciate – e parecchio vissute – da Prodi e dal suo staff, il Cavaliere fa una smorfia: «Questa sistemazione non mi piace e poi queste stanze puzzano». E fa partire la rivoluzione. Una rivoluzione tardo-imperiale. Arrivano da vari musei capitolini il suo dipinto preferito, “Bacco e Arianna”, e un blocco marmoreo di Marte e Venere che Berlusconi fa restaurare con tanto di pene mancante, applicato con calamita in occasione di una delle recenti visite di Medvedev. Un candelabro con angeli che l´inquilino considera il suo portafortuna. Ma soprattutto, a lui caro, un busto di Nerone di scuola fiorentina del ‘400, collocato sontuosamente nella Sala delle Galere. Sinistro presagio di un destino, a volerci pensare in questi giorni in cui vignette e copertine di mezzo mondo raffiguravano un Nerone che suona la lira mentre Roma brucia. L´imperatore con la faccia del Cavaliere.

La Repubblica 16.11.11

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