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Profumo archivia la Gelmini: «Comincerò da studenti e ricercatori», di Pietro Greco

L’ex rettore del Politecnico di Torino, da pochi mesi presidente del Cnr chiarisce subito le priorità: «La scuola pubblica in Italia è molto importante». Da cosa comincerò? Dagli studenti e dai giovani ricercatori: è necessario sentire le loro ragioni e aspirazioni». Basterebbero queste parole, rispondendo ai giornalisti dopo il giuramento al Quirinale, per capire la distanza tra Maria Stella Gelmini e Francesco Profumo, da ieri alla guida del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
Un’ottima scelta, per almeno tre motivi: è una persona competente ed esperta; gode del riconoscimento e del consenso sia della comunità scientifica che di quella universitaria; ha un’idea chiara del ruolo dell’istruzione («La scuola è la scuola, e la scuola pubblica in Italia è
molto importante», ha detto ieri) e di quello che la scienza e l’alta educazione rappresentano nella società e nell’economia della conoscenza.
Per capire che sia una persona esperta e competente basta sfogliare il suo curriculum. Nato a Savona nel 1953, si è laureato nel 1977 in ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Torino, dove è poi diventato professore, preside di dipartimento e (dal 2005) rettore. Ha fatto parte del primo comitato di valutazione dell’università e della ricerca (Civr). Del mondo dell’università conosce davvero tutto. Compreso il valore dei suoi docenti, dei suoi ricercatori e dei suoi studenti. Profumo vanta anche una notevole esperienza internazionale: ha frequentato atenei e centri di ricerca negli Stati Uniti, in Giappone, in Argentina, nella Repubblica Ceca. E ha conosciuto direttamente il mondo dell’industria: ha infatti iniziato la sua carriera come ingegnere progettista all’Ansaldo di Genova. Ha poi col-
laborato con giganti mondiale dell’hi-tech, come Motorola e Microsoft. Infine, anche se da pochissimi mesi, è il presidente del nostro massimo Ente di Ricerca, il Cnr.
Francesco Profumo vanta anche il “riconoscimento dei pari” e il consenso del mondo accademico. Non solo è stato eletto rettore dai suoi colleghi al Politecnico di Torino, ma è diventato presidente del Cnr scelto da un “search commitee” da una commissione di colleghi ricercatori esperti che ne ha valutato le capacità scientifiche e gestionali. Inoltre gode nel mondo universitario di un apprezzamento trasversale, che va dai suoi colleghi rettori al mondo sindacale.
C’è infine una terza ragione che rende ottima la scelta di Francesco Profumo. La piena consapevolezza, più volte manifestata, del valore strategico della scienza e dell’alta educazione nell’economia della conoscenza; dei limiti del sistema produttivo italiano, che a causa della sua specializzazione produttiva questa consapevolezza nei fatti non ce l’ha. Ma Profumo, come docente, preside e rettore del Politecnico di Torino ha dimostrato anche di saper creare un rapporto reciprocamente vantaggioso tra industria, università e ricerca. Preservando l’indipendenza e i caratteri di ciascuno. Lui non ama parlare di differenza tra ricerca di base e ricerca applicata, perché oggi questa differenza è molto sfumata. Ma conosce bene l’importanza sia della ricerca libera e curiosity-driven che si conduce nei laboratori pubblici sia dello sviluppo tecnologico che è necessario per innovare il sistema produttivo.
Alla luce di queste cose, possiamo porgli una domanda e tre richieste. Come intende risolvere il problema della guida del Consiglio Nazionale delle Ricerche che aveva appena assunto? Non è un problema da poco. E dalla sua soluzione dipenderà anche la capacità del ministro di conservare il consenso avuto come docente, ricercatore e dirigente della ricerca. Le tre richieste sono queste. Non semplici da soddisfare, in un periodo di crisi finanziaria drammatica. Primo: abbia il coraggio di chiedere non meno soldi, ma più soldi per l’università pubblica (e laica) e per la ricerca scientifica pubblica. Secondo: abbia la forza di affermare principi di merito, ma anche di equità e di indipendenza dell’università e della ricerca italiana. Terzo: abbia il coraggio di pretendere che il nuovo governo acceleri con ogni mezzo il cambiamento della specializzazione produttiva del nostro paese. Perché è solo partendo dal lavoro e dall’economia reale che possiamo sperare di uscire dal tunnel della crisi finanziaria.

L’Unità 17.11.11

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Scuola, ricerca e imprese serve un nuovo patto”, da lastampa.it

Nelle sue prime parole da ministro, Profumo ha ribadito l’importanza della scuola pubblica ma soprattutto la necessità di ascoltare gli studenti per capirne difficoltà e aspirazioni. Una delle priorità sarà il rilancio di innovazione e ricerca, non solo cercando di far tornare in Italia i «cervelli» fuggiti, ma lavorando per attrarre sempre più giovani stranieri, attuando quella «mescolanza del sangue che è fattore essenziale per crescere, acquisire saperi, competenze e conoscenze». Se non altro è un ottimista. E, vista l’impresa che l’attende, è una qualità che non guasta. Ieri, prima di giurare al Quirinale ed entrare a far parte del governo che dovrà salvare l’Italia dal crack, ha detto quel che di questi tempi nessun italiano oserebbe pensare. «La crisi? È la più grande benedizione per le persone e le nazioni. Nella crisi nascono l’inventiva, le scoperte, le grandi strategie». Inutile dire che Francesco Profumo, neoministro dell’Istruzione, è convinto che la chiave di volta sia da cercare nel palazzo di viale Trastevere che da oggi è la sua nuova casa: «Ricerca e innovazione sono una condizione essenziale per lo sviluppo». Ed è sicuro che la strada non sia poi così in salita: «Il Paese è meglio di ciò che appare. I nostri giovani sono bravissimi».

Detto da chi è da poche settimane alla guida del Cnr suona confortante, a maggior ragione se la nomina è arrivata sull’onda dei risultati del Politecnico di Torino, di cui è stato rettore per sei anni, giudicato la migliore università italiana, con più studenti stranieri, la più aperta alle imprese e alla ricerca di alta qualità. Merito, in buona parte, di questo savonese di 58 anni, che da quaranta vive a Torino, figura per certi versi anomala nell’accademia italiana. Metà intellettuale e metà manager, come duplice è stata la sua vita professionale: prima nell’industria, in Ansaldo, poi al Politecnico, ma sempre con un piede nel mondo produttivo come dimostrano gli incarichi in molti consigli d’amministrazione, tra cui Pirelli, Telecom e Unicredit Private Bank.

Mancava la politica, sfiorata appena qualche mese fa, quando il centrosinistra voleva candidarlo a sindaco di Torino. Offerta respinta dopo molto tentennare. «Preferisco continuare a occuparmi dei miei studenti».

Nelle sue prime parole da ministro ha cercato di rassicurare proprio loro. Lasciando intendere che tutelerà la scuola pubblica, «molto importante in Italia». Ma, al tempo stesso, chiarendo che non si può solo giocare in difesa. Ad esempio: non cercherà di riportare in Italia i «cervelli» fuggiti. Non solo, almeno, convinto che la ricchezza risieda nel «mescolare il sangue», non nel restare «ciascuno a casa propria». La sfida è duplice: aumentare il numero dei ricercatori, 3,4 ogni mille abitanti, il valore più basso d’Europa. E farlo attraverso la mescolanza: «L’internazionalizzazione è fondamentale. Bisogna creare le condizioni affinché i giovani possano fare esperienze all’estero o lavorare in Italia con colleghi provenienti da altre parti del mondo». Dell’internazionalizzazione Profumo ha fatto una bandiera, professionale e di vita: ha lavorato in Giappone e negli Stati Uniti. Ha aperto ai cinesi le porte delle università italiane. Ha tre figli: due lavorano all’estero, Cina e Stati Uniti.

A un mondo che spesso ha vissuto con insofferenza le riforme degli ultimi anni, lancia segnali distensivi: «Gli studenti hanno bisogno di certezze. Da noi si aspettano indicazioni per poter crescere nel miglior modo possibile». Oggi i giovani saranno in piazza contro le misure di rigore chieste da Unione europea e Bce. Gli universitari già chiedono lo stralcio della riforma Gelmini. Profumo non si sbilancia, ma tende una mano: «Li ascolterò. Visiterò scuole e università. Voglio parlare con i ragazzi, capire quali sono le loro aspirazioni, le difficoltà». A quel punto getterà le basi per un disegno che non sia di piccolo cabotaggio ma provi a lasciare il segno: «Serve un programma di medio termine, una strada su cui muoversi senza strappi, dando l’idea che il Paese ha un progetto».

Il suo l’ha tracciato poco dopo la prima riunione del consiglio dei ministri: «Dobbiamo ridisegnare la relazione tra ricerca, formazione e sistema delle imprese, tornare a presidiare settori ad alta tecnologia ed elevato valore aggiunto, con aziende di dimensioni adeguate che valorizzino la conoscenza». Sa che chi l’ha preceduto ha dovuto spesso fare i conti con risorse in costante riduzione. Sa che le esigenze di risanamento difficilmente permetteranno di riempire i forzieri dell’Istruzione. «Io, però, spero che al rigore sui conti pubblici si affianchino altre strade coraggiose e incisive capaci di innovare nel profondo il sistema produttivo italiano».

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