attualità, politica italiana

"Gli orfanelli di Berlusconi e noi", di Stefano Menichini

Non si dica che la democrazia è sospesa e che il governo Monti nasce senza opposizione. Perché, quanto a questo necessario ingrediente democratico, si può opinare sulla qualità ma la quantità è garantita. Di opposizione ce ne sarà sia in parlamento – tra leghisti che leggono come macelleria sociale ciò che facevano fino all’altroieri da ministri, e frattaglie di destra animate da una inquietudine che esploderà – che nelle piazze. Addirittura ieri il governo ha avuto il battesimo delle uova spiaccicate sui muri del senato da parte di lucidi Cobas e studenti in confusione: prima ancora di essersi insediato, neanche fosse davvero una giunta golpista. Sia nella scelta dell’arma che nella motivazione, chiaramente lettori di Giuliano Ferrara.
Ciò che soprattutto è sicuro è che Monti potrà vantarsi di avere una sua personale stampa d’opposizione. Il sostegno da parte dei grandi gruppi editoriali è forte, ma il circuito mediatico è una strana bestia dove spesso le copie vendute, più che contarsi, si pesano. E dove magari ci sono giornali leggeri che pesano più dei grandi giornaloni.
Ecco allora schierato, fin dal primo giorno anzi fin dalla vigilia, il fronte trasversale di quelli che chiamerei gli orfani di Berlusconi: sinistra e destra unite dall’obbrobrio per il governo di transizione, in realtà alleate nel riempire con l’avversione a Monti il vuoto lasciato dal Cavaliere come tabù da difendere o come totem da abbattere.
Una svolta interessante, che ci aiuta anche a definire, per differenza, il ruolo che Europa nel suo piccolo cercherà per sé nella stagione che si apre.
Quel che colpisce maggiormente dell’accoglienza negativa riservata a Monti dai nostalgici a vario titolo sono gli argomenti. Che illuminano retrospettivamente il ruolo che certi giornali hanno ricoperto fino a pochi giorni fa, nel regime politico precedente.
Per esempio basta confrontare i giornali della destra non famigliare (Il Tempo, Libero) con quelli affidati alle cure editoriali di Paolo Berlusconi, cioè Giornale e Foglio. Si scoprirà che, per questi ultimi, l’asserita vocazione liberale doveva essere davvero leggera, se non ha resistito al cambio della guardia a palazzo Chigi. Tutto ciò che chiedevano al loro editore di fare in economia (perfino col tono della fronda, quando il premier soccombeva davanti a Tremonti), nel momento stesso in cui viene enunciato come programma da Mario Monti diventa «nulla», sono «ovvietà politicamente inadeguate all’emergenza» (Ferrara), presto potrebbe diventare macelleria sociale dovesse accendersi una rivalità col noto liberale Calderoli.
In chiave anti-tecnocratica l’agile Foglio arruola di corsa intellettuali, commentatori e testimonial internazionali. Alcuni, come Piero Sansonetti, s’erano già distinti nel soccorso azzurro; di altri (dal Nyt al Guardian fino addirittura a Barbara Spinelli) si soprassiede sulla circostanza di averli fino all’altroieri considerati l’anima della cospirazione mondialista contro l’Italia di Berlusconi.
Il massimo si raggiunge però nella lode speciale dedicata all’arcinemico Marco Travaglio, ripreso e ammirato da Ferrara per il ruvido trattamento che sa riservare al professor Monti. Qui gli estremi si toccano e forse si specchiano, speriamo non fino al punto di dover leggere sul Foglio anche l’elogio dell’editoriale travagliesco sul Fatto di ieri. «Da Patonza a Passera» è infatti il manifesto di un antiberlusconismo che, per stupirci, vuole dimostrare di sapersi benissimo ricollocare nell’universo postberlusconiano.
Solo che, anche in questo caso, la manovra è rivelatrice. Perché il gioco di parole volgare, finalmente, non parla più dell’oggetto della satira, il vecchio sporcaccione di Arcore, bensì di colui che la satira la scrive. È come se, accantonato Berlusconi, l’istinto spinga Travaglio a rilanciare la vocazione oppositrice rifugiandosi comunque in qualche recesso delle parti intime femminili.
La promessa che fa Antonio Padellaro di voler vigilare sul nuovo potere politico è degna di rispetto, anzi da condividere. Contro il governo Monti però l’attacco è preventivo, prescinde da programmi e scelte, si infiamma quando trova possibili conflitti d’interesse laddove – com’è sempre stato da quando esiste la politica – ci sono competenze che dal privato si riversano sul pubblico. Condotta alle sue estreme conseguenze, l’intransigenza contro chiunque abbia combinato qualcosa nella propria professione avrebbe una sola conseguenza: che la politica possono farla solo i funzionari di partito.
Dice molto di come siamo ridotti male quanto a cultura politica che a sinistra, e in genere nel panorama della stampa politica, il Fatto sia l’unico indiscutibile (e invidiabile) caso editoriale di successo. Naturalmente il fronte trasversale dell’opposizione a Monti è più ricco e attinge anche ad altri argomenti oltre che a Patonza-Passera.
Per esempio il manifesto ha deciso subito, giorni fa, che dal berlusconismo si stava uscendo in favore di nemici più antichi e conosciuti: i banchieri cattolici. Al momento dell’insediamento di Monti, però, c’è un sussulto, anche qui un impulso che viene dal passato: il giornale allora di Luigi Pintor nel 1994 decise, soffrendo, che baciare il rospo del governo Dini sarebbe stato meglio che tenersi Berlusconi. In un veloce flash-back Marco Revelli torna a calarsi in quel contesto e decide (coraggiosamente, vista l’aria che tira dalle sue parti) di ripetere oggi l’atto metaforico, condendolo con tanti dubbi sulla rottura della consuetudine democratica operata da Napolitano, ma anche con una dichiarazione estetica: quella dell’intellettuale torinese che in qualche modo si riconosce nello stile dei suoi colleghi neoministri.
Veniamo a noi, però.
Come i lettori di Europa sanno, la nascita di un governo di transizione è un obiettivo che ci convinceva da mesi e per il quale, per il pochissimo che contiamo, ci siamo battuti.
Il Partito democratico ha avuto per un certo periodo un’altra linea, che era logica ed è stata a tratti anche convincente: davvero l’attuale parlamento non sembrava un luogo che meritasse di essere difeso, dove si potessero compiere scelte adeguate alla gravità della crisi. Della linea delle inevitabili elezioni anticipate, che abbiamo rispettato perché realistica, erano alfieri coerenti, fino a pochissimi giorni fa, i cugini de l’Unità.
Non stiamo in parlamento, non facciamo scelte politiche. Ma il fatto che le cose stiano andando in un modo diverso (avendo Bersani saputo compiere col suo gruppo dirigente scelte lucide e generose al momento giusto), carica in un certo senso anche noi di una responsabilità maggiore.
Al lavoro, tutto sommato facile, di stiracchiare sul bordo riformista la foto di Vasto, si sostituisce un impegno più rischioso ma che in caso di successo riserva un premio più alto.
Che cosa significa lavorare (criticamente) dentro l’avventura del governo Monti, perché oltre a salvare l’Italia dal baratro raggiunga almeno una frazione degli obiettivi di modernizzazione che si è prefisso ieri? Significa scommettere che, quando la fase dell’emergenza sarà conclusa, il Pd si ripresenti più di ogni altro come l’interprete credibile della stessa esigenza di cambiamento enunciata da Monti (che noi chiamiamo rivoluzione sociale e liberale). E come il partito depositario naturale della speranza che in questi giorni torna a percorrere il paese senza più argini, finalmente, fra elettori dell’una e dell’altra parte.

da Europa Quotidiano 18.11.11

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