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Il razzismo raccontato dalla seconda generazione «Insultati e discriminati», di Mariagrazia Gerina

Sentinelle dell’integrazione, i giovani immigrati raccontano un razzismo all’italiana, che si manifesta a scuola come sul lavoro, al Nord come al Sud. Oggi in tutta Italia la raccolta firme per la legge di cittadinanza. «Appena ti avvicini sui mezzi ti guardano male, forse pensano che vuoi rubargli qualche cosa», racconta Luana, 21 anni, brasiliana di Milano. «Ad una fermata un vecchietto mi ha chiamata: “straniera di merda”», le fa eco Sonia, 21 anni anche lei, egiziana di Messina: «Però mi dà fastidio fino a un certo punto». «I bambini italiani a volte dicono che noi stranieri puzziamo», riferisce, dall’alto dei suoi 15 anni M., messinese venuto dalla Cina. Ragazzi di seconda generazione si raccontano. E le loro storie di discriminazione quotidiana, raccolte dall’indagine Arci-Unar Spunti di Vista, diventano uno specchio del paese che «non ha ancora pienamente accettato il suo ruolo di terra di immigrazione». E allora discrimina. Un razzismo all’italiana, che si manifesta a scuola come al lavoro. Sul treno, come alla fermata dell’autobus. Al Nord, come al Sud.
Il luogo dove più di ogni altro si manifesta la banalità della discriminazione sono proprio i mezzi pubblici. Le due città prese a campione, Milano e Messina, su questo concordano. La metà circa degli intervistati (quasi 500 ragazzi di seconda generazione, nati in Italia o arrivati da piccoli, ma anche giovani immigrati) conferma che è soprattutto sui mezzi pubblici che gli italiani sfogano i peggiori istinti.
NEL LABIRINTO ITALIA
Subito dopo, però, viene la questura. Molti, in attesa che il paese in cui vivono o sono nati riconosca loro la cittadinanza, raccontano le «attese fuori dall’edificio» sotto la calura o al gelo, i rinvii da un appuntamento all’altro, la mancanza di spiegazioni. E poi i documenti, chiesti per strada «solo perché sei straniero». A Messina, dove la maggior parte dei ragazzi è arrivata per ricongiugersi alla famiglia, si fa sentire di più la precarietà lavorativa, a Milano, dove sono di più i ragazzi arrivati per lavorare, quella “giuridica” di chi fatica ad avere il permesso di soggiorno. Anche i luoghi di svago marcano una differenza: a Messina il 49% li indica come spazi di discriminazione, a Milano solo il 16%. Ma il dato più preoccupante riguarda la scuola. Il 29% degli intervistati, a Milano come a Messina, la indica come teatro di discriminazioni personalmente subite. «Alle medie ero trattato come un pirla del terzo mondo, che non poteva imparare un ca…», racconta A., 16 anni, nigeriano di Milano. «Non ti metto la sufficienza perché sei straniera», si è sentita dire dalla prof di storia Maria, di origine albanese: «Alla fine la preside l’ha cacciata».
Ragazzi che si sentono «guardati male». Insultati: «schiavo», «straniera di merda». Che si sono visti lanciare sassi, tirare dietro bottiglie. E che quando diventano un po’ più grandi si vedono discriminati anche sul lavoro. Mai pagato o pagato meno che ai colleghi italiani: «Tanto voi siete già poveri». Alcuni hanno interiorizzato lo schema . «Posso capire che si sentano minacciati e abbiano paura che prendiamo il loro lavoro», dice Sonia, 21 anni, messinese di origine egiziana. «Non è razzismo, forse è fare attenzione», si lancia in ipotesi Lux, che invece vive a Milano, raccontando di quelle signore che «quando ti vedono con la faccia scura, si tengono la borsa più stretta». Microstorie del paese visto dai ragazzi «G2», sentinelle dell’integrazione. Alcuni di loro hanno anche preso anche in mano la telecamera. Ne è nato un lungometraggio. Si intitola «Libera tutti». Prodotto dall’Arci che oggi organizza una nuova giornata di raccolta firme per il riconoscimento della cittadinanza ai giovani G2 e del voto amministrativo.

L’Unità 19.11.11

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“Il sogno delle «Meriche» che ha cambiato l’Italia
Trionfi e dolori degli emigranti in Argentina, Brasile e Usa”,
di Gian Antonio Stella

«Una notte la sentii gemere, sudava freddo, tremava; cercai di scaldarla e tenermela vicino, ma all’improvviso smise di tremare. Era morta. Morta. Forse perché non c’erano medicine, forse perché il medico non c’era; non so. Forse aveva preso una febbre mortale. Me la strapparono dalle braccia, la fasciarono stretta stretta da capo a piedi e le legarono una grossa pietra al collo; di notte, alle due di notte, con quelle onde così nere, la calarono giù, in mare. Io urlavo, urlavo, non volevo staccarmi da lei, volevo annegare con la mia piccola… Quel tonfo in acqua, non posso dimenticarlo».
Amalia Pasin, che nel 1923 partì per il Brasile e avrebbe raccontato la sua tragedia a Francesca Massarotto Raouik, non poteva immaginare che tante altre donne avrebbero rivissuto il suo strazio sui barconi diretti verso l’Italia che lei aveva lasciato. Come la giovane liberiana che nel 2004 raccontò la sua storia alla «Mobile» di Siracusa: «Eravamo imbarcati da un paio di giorni. Alla partenza, in Libia, ci avevano fatto portare solo una bottiglia d’acqua a testa. La sete, la fame, il sole. Un inferno che si è portato via il mio unico figlio, un maschietto di un anno. È stato tra i primi a morire. Non c’è stato niente da fare. Io e mio marito lo abbiamo sollevato e adagiato in mare…».
I dolori dell’una e l’altra madre e di tanti uomini e donne partiti in cerca di fortuna e finiti a «campar d’angoscia in lidi ignoti», per dirla con Edmondo De Amicis, solo celebrati finalmente da un grande museo italiano.
Nella scia del successo della mostra «La Merica!» sui viaggi da Genova a New York dal 1892 al 1914, anni dell’emorragia migratoria italiana, il MuMa, il Museo del mare e della navigazione di Genova ha aperto il MeM, «Memorie e Migrazioni».
Un percorso straordinario, che si apre con la ricostruzione di una stamberga come quelle descritte dalla commissione parlamentare di Stefano Jacini: «Nelle valli delle Alpi e degli Appennini, ed anche nelle pianure, specialmente dell’Italia meridionale, e perfino in alcune province fra le meglio coltivate dell’Alta Italia, sorgono tuguri ove in un’unica camera affumicata e priva di aria e di luce vivono insieme uomini, capre, maiali e pollame».
Dalla «Merica», raccontano lettere che un affascinante gioco elettronico permette di aprire, leggere e ascoltare, arrivavano notizie di fortune stupefacenti, mangiate pantagrueliche… Le contrade, scrisse padre Pietro Maldotti, erano battute da ciarlatani che tuonavano «intorno alle ricchezze straordinarie, alle fortune colossali preparate a coloro che si fossero diretti in America». Come potevano non sognare di andarsene? Vendevano tutto, mettevano poche cose in un fagotto e partivano.
Prima tappa, per quanti sognavano le Americhe e venivano dal centro-nord: Genova. Dove andavano a ficcarsi, scrisse «Il Caffaro», in locande spesso «oscure e fetenti con letti di una sporcizia inaudita». Nella piazzetta Vittorio Emanuele ricostruita al MeM, rivive grazie a un attore Gerolamo Caselli, il padrone dell’Albergo del Nuovo Porto, chiuso nell’aprile del 1894 perché, dice il rapporto delle guardie sanitarie, aveva la licenza per tenere 29 ospiti ma ne aveva 134 «coricati per terra e in camere mancanti d’aria e latrine guaste piene d’escrementi umani».
«Gli emigranti fecero la fortuna di molti genovesi — spiega Pierangelo Campodonico, il curatore del museo — Dagli albergatori ai bottegai, dagli agenti di viaggio agli armatori, che sparagnini avevano continuato a insistere sui velieri quando già gli altri puntavano sul vapore e solo grazie al traffico di “tonnellate umane” ebbero la possibilità di riconvertire le loro flotte».
Superato il posto di controllo col «tuo» passaporto utile a ricostruire attraverso giochi multimediali le storie di una ventina di emigranti realmente vissuti (gente comune o celebre come Rodolfo Guglielmi alias Rodolfo Valentino), al MeM ci puoi salire su una di quelle navi, «La città di Torino». Sederti in una camerata di terza classe ricostruita in ogni dettaglio. Dare un’occhiata all’infermeria. Guardare il mare scorrere dagli oblò. E sbarcare infine in tre delle principali destinazioni degli italiani.
La prima è una capanna di una fazenda brasiliana, dove i nostri contadini («se proprio non è dotato di una grande sveglianza d’ingegno o se manca completamente d’istruzione», diceva una relazione consolare parlando del veneto, «è però laborioso, sobrio, onesto, tranquillo») furono importati a sostituire i neri dopo la fine della schiavitù. La seconda è un vicolo della Boca di Buenos Aires, dove i liguri di Varazze costruirono le prime casupole col legno delle barche dismesse dai colori sgargianti. La terza è Ellis Island, dove chi visita il museo può affrontare i famigerati test di intelligenza che costarono cari a tanti nostri nonni: il puzzle, il «Cubo di Knox», le prove di lettura dagli stampati originali che falciavano gli analfabeti. Metteva spavento, Ellis Island. Bastava poco per essere ributtati indietro. Come successe a Lorenzo di Renzo, che dopo essere stato respinto, scrive l’italiano Edoardo Corsi, negli anni Trenta direttore del centro di selezione, «disse ai compagni che avrebbe voluto morire piuttosto che ritornare in Italia dopo le promesse che avrebbe avuto successo in America. Dopo aver detto così premette il grilletto e pose fine alla sua vita».
La visita al MeM è un bellissimo viaggio multimediale attraverso i sogni, le angosce, i successi, i lutti dei nostri nonni. Rivissuti dai protagonisti dell’ultima sezione, gli immigrati che da una quarantina di anni (è solo nel 1976 che gli immigrati sono uno in più degli emigranti) vengono a cercare fortuna da noi. Un passaggio naturale e insieme scioccante, che non piacerà a chi cocciutamente rifiuta ogni parallelo ma del tutto naturale e obbligatorio. È una barca, il cuore di questa sezione. Una barca vera, vecchia e sgangherata, portata qui dopo un delirio burocratico («Ne siamo usciti solo grazie alla nostra testardaggine», dice Maria Paola Profumo, presidente del MuMa) da Lampedusa dove aveva deposto il suo carico di umanità ammaccata e sognante. Il giusto suggello per legare la «loro» migrazione alla nostra, unite dalle stesse speranze, le stesse fatiche, le stesse tragedie. Come ricorda il «gioco» più affascinante che chiude il percorso museale: la cabina di un piroscafo dove il visitatore può mettersi alla ruota del timone e pilotare la nave, grazie alla simulazione di enormi schermi digitali, rivivendo l’ingresso nel porto di New York, il passaggio di Gibilterra, lo scontro con l’iceberg del Titanic, il tragico affondamento del Sirio sugli scogli di capo Palos. Quello ricordato in una canzone struggente: «E da Genova il Sirio partivano / per l’America, varcare, varcare i confin / Ed a bordo cantar si sentivano / tutti allegri del suo, del suo destin / Urtò il Sirio un orribile scoglio / di tanta gente la misera fin…».

Il Corriere della Sera 19.11.11

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