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"Escludere la scuola dal patto di stabilità”, di Andrea Rossi

Chissà se è vero, come dice il nuovo ministro all’Istruzione Francesco Profumo, che «la crisi è una benedizione» perché favorisce l’emergere «delle grandi strategie». Di sicuro costringe a ripensare, cercare nuove strade, se non altro perché impone di lavorare con risorse sempre minori. Ci voleva la crisi più dura dal dopoguerra per vedere seduti intorno allo stesso tavolo gli assessori alla scuola di Torino, Milano, Bologna e Napoli, un quartetto di donne impegnate nel cercare soluzioni comuni.

Ieri hanno elaborato una piattaforma, riassunta in un documento che sarà inviato al ministro Profumo. Un grido di dolore che si può riassumere in uno slogan: si chiuda l’epoca dei tagli, si apra l’era degli investimenti.

Non reclamano soltanto soldi, per non vedere affondare la qualità dei servizi. Chiedono, più che altro, una nuova fase, un recupero della centralità della scuola. E un rapporto solidale tra Stato ed enti locali. A cominciare dal patto di stabilità. «I Comuni gestiscono una serie di servizi che sarebbero di competenza statale, come le scuole materne», spiega il vicesindaco di Milano Maria Grazia Guida. «A Milano, l’85 per cento delle materne è comunale, a Bologna l’83, a Torino il 60, a Napoli il 50. Per farle funzionare investiamo risorse che vengono conteggiate nel patto di stabilità. Non è logico». E non è tutto. Il patto di stabilità imbriglia anche le assunzioni di personale, gli interventi edilizi, le manutenzioni, gli investimenti. «Le regole sul turnover sono ferree», racconta l’assessore torinese Maria Grazia Pellerino. «Solo il 20% di chi va in pensione può essere sostituito: una regola che mette in difficoltà le scuole, dove l’età media degli insegnanti è alta».

I tagli lineari stanno creando gravi problemi anche in una regione come l’Emilia Romagna, da sempre capofila nel sistema educativo. «È diventato difficilissimo restare all’altezza delle nostre tradizioni: ci sono sempre meno risorse e sempre più vincoli», dice Marilena Pillati, assessore a Bologna. «Le carenze nelle scuole comunali, di organico e strutturali – aggiunge Pellerino sono causate da norme dello Stato che vincolano gli enti locali, ma ricadono sui Comuni cui i cittadini imputano il peggioramento dei servizi». Senza contare le disparità di trattamento tra scuole dello stesso tipo gestite dallo Stato o dagli enti locali: nel maxiemendamento approvato una settimana fa, ad esempio, si prevede che per i contratti a tempo determinato gli enti locali possano spendere nel 2012 il 50 per cento di quanto sborsato nel 2009. Per il comparto scuola c’è una deroga, ma vale solo per gli istituti gestiti dallo Stato. «Ci dettano le regole, ma poi non ci mettono in condizione di poterle rispettare», dice Anna Maria Palmieri, assessore a Napoli. «La scuola invece è la principale forma in cui si realizza il Welfare: è un servizio alle famiglie, un diritto e un luogo di aggregazione sociale. Il risparmio non può essere il fine della politica; lo Stato deve sostenere gli enti locali nei comparti in cui offrono servizi essenziali».

La Stampa 20.11.11

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