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"La strage del clima impazzito", di Pietro Greco

Ogni anno si contano migliaia di morti a causa delle mutazioni climatiche. Ma intervenire si può. Ecco le ricette di scienziati ed economisti. Ogni anno, ormai, si contano decine di migliaia di morti causati da eventi meteorologici estremi, il 95% dei quali nei paesi in via di sviluppo. Mentre ogni 12 mesi i danni economici causati da picchi di temperature, onde di calore, piogge torrenziali, cicloni e inondazioni ammontano a 200miliardi di dollari. Un conto che è di due ordini di grandezza più grande rispetto a quello che l’umanità pagava solo una ventina di anni fa.
L’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), il gruppo di scienziati ed economisti che studia i cambiamenti climatici per conto delle Nazioni Unite, ha pubblicato nei giorni scorsi un nuovo rapporto sulla gestione del rischio generato da eventi meteorologici estremi e da disastri ambientali e ha preso atto di questi due dati di fatto. In molte regioni del mondo dal 1950 a oggi si è già verificato un aumento dei fenomeni meteorologici estremi. In particolare sono aumentati i picchi di temperature, mentre le onde di calore sono diventate più lunghe e frequenti. D’altro canto è aumentata la velocità media dei venti dei cicloni, anche se non ci sono evidenze che sia aumentata la loro frequenza. Questi eventi estremi sono collegati ai cambiamenti climatici. E c’è un’elevatissima probabilità – la quasi certezza – che nel prossimo futuro saremo tutti chiamati a fronteggiarli più spesso e più a lungo. Aumenterà, in particolare, la frequenza delle precipitazioni intense, con conseguente rischio di inondazioni e frane. Nel medesimo tempo molte regioni del mondo sperimenteranno siccità e desertificazione, mentre l’aumento del livello dei mari determinerà un’erosione sempre più massiva delle coste.
L’Ipcc non ci dice esattamente quanti siano stati in passato i morti a causa di questi fenomeni. Ma una recente valutazione del Wwf parla di circa 650.000 morti negli ultimi 20 anni a causa di 14.000 eventi meteorologici estremi. In Italia, si calcola, sono stati almeno 2.000. L’Ipcc ci dice, tuttavia, che solo il 5% delle vittime appartiene ai paesi ricchi. La gran parte appartiene ai paesi più poveri. Inoltre sostiene che misureremo questi danno in decimi se non in unità di Pil.
Le perdite umane e i danni economici possono essere minimizzati, attraverso una saggia gestione del rischio. Che, secondo i tecnici dell’Ipcc, deve essere fondata su politiche
di adattamento, oltre che di mitigazione dei cambiamenti climatici. Adattamento significa: monitoraggio, ricerca scientifica, innovazione. Comporta politiche di intervento «no regret», il che significa a costo zero o con investimenti ampiamente ripagati. Si fondano sul miglioramento delle condizioni di vita delle persone (povere) più esposte o sulla conservazione della biodiversità. Altre misure sono «low regret», che costano poco in termini economici e organizzativi: come allestire sistemi di allarme più veloci ed efficaci, programmare una migliore gestione del territorio (e dei fiumi), organizzare un migliore sistema sanitario, una più saggia politica edilizia, una maggiore educazione. Naturalmente le politiche di adattamento devono essere molto più articolate e tener conto delle circostanze locali. Non sono le stessi in Svezia, in Italia o in Bangladesh. Ma sono assolutamente necessarie. Il messaggio è, dunque, chiaro. Ogni anno ci sono migliaia di morti evitabili e miliardi di dollari di danni che potremmo risparmiare. Possiamo intervenire con azioni a costo nullo o molto basso. Dobbiamo solo vincere la cultura dell’inerzia e del fatalismo e affermare la cultura della gestione del rischio. La ricetta che l’Ipcc indica per il mondo è più che mai valida per l’Italia.

L’Unità 21.11.11

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