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"Riforme invece dell'antipolitica: ecco come tagliare" di Maria Zegarelli

Rigore, sobrietà, efficienza della spesa pubblica, costi della politica, enti da eliminare, razionalizzazione dell’apparato pubblico: da quanti anni se ne parla? Troppi. Eppure, malgrado i buoni propositi e i molti disegni di legge depositati in Parlamento – e mai calendarizzati – nulla è cambiato. Quello che è cambiato negli ultimi mesi, però, davanti all’acuirsi della crisi, è l’umore degli italiani, che ora in vista dei «sacrifici» annunciati da Mario Monti chiedono conto alla politica. Compito non facile nel Paese degli oltre 8mila comuni, delle 235 Comunità montane, delle migliaia di società a partecipazione pubblica con relativi cda, di un esercito di parlamentari. Tanto meno facile nell’Italia dove ormai la demagogia e il populismo sono moneta corrente e dove, nella babele della politica-spettacolo, spesso si invocano tagli che rischiano di produrre aumenti di costi anziché riforme incisive e risparmi duraturi. Abbiamo così provato a tracciare un insieme di misure che potrebbero da subito permettere un migliore utilizzo delle risorse e restituire alle istituzioni la credibilità perduta.

Oltre il bicameralismo
Dimezzare il numero dei parlamentari, come propongono alcuni sull’onda dell’antipolitica, lasciando intatto il bicameralismo sarebbe una soluzione conservatrice. Dopo anni di federalismo incompiuto, è arrivato il momento di superare il bicameralismo perfetto attraverso l’istituzione del Senato delle Autonomie locali, con rappresentanti (eletti in secondo grado) di Comuni, Province e Regioni, e una Camera legiferante (con eletti in primo grado) composta da un ridotto numero di onorevoli – intorno a 500, rispetto agli attuali 630 – attestandosi sulla media europea e rafforzando il legame tra deputato e territorio. Su questa ipotesi di riforma nei mesi scorsi ha lanciato una petizione Legautonomie.

Doppio stipendio
Altro fronte su cui si può intervenire subito dando un segnale concreto di dignità della politica è quello dell’incompatibilità: no ai doppi incarichi e alle doppie retribuzioni per i parlamentari. In commissione Affari costituzionali al Senato è depositata una proposta di legge bipartisan presentata Follini, Augello, D’Alia e Sanna sulle incompatibilità parlamentari. Prevede, tra l’altro, l’impossibilità di «ricoprire le cariche di sindaco di Comune con popolazione superiore a 20.000 abitanti e di presidente di giunta provinciale, ove assunte durante il mandato parlamentare». Con una proposta di legge costituzionale (a firma Follini e Agostini, entrambi Pd) si stabilisce, invece, che non si può svolgere durante l’attività parlamentare nessuna prestazione remunerata, né pubblica né privata. Luciano Violante propone anche l’istituzione di un’Autority che regoli questa delicata materia che potrebbe provocare squilibri privilegiando chi, tra i parlamentari, ha redditi provenienti da rendite rispetto a coloro che ne hanno solo dal lavoro.

Riordino degli enti locali
Comuni, Province, Regioni, Comunità montane: chi va tagliato? Secondo alcuni le Province, secondo altri sarebbe un danno eliminarle tout cour. In ogni caso bisogna ridurre e razionalizzare i livelli intermedi. Lo facciano le Regioni in sei mesi. Riducano al massimo a due i livelli loro sottostanti. Secondo uno dei grandi esperti del tema, il professor Vincenzo Cerulli Irelli, nelle zone rurali, le Province svolgono un ruolo che sarebbe difficilmente sostituibile, mentre andrebbero eliminate nelle cosiddette “città metropolitane” (circa dodici quelle individuate) che interessano complessivamente circa il 50% della popolazione. Istituire la città metropolitana vorrebbe dire eliminare tutti i livelli intermedi e creare un unico ente di governo. E arriviamo ai piccoli Comuni. Parlare di soppressione in Italia, dove rappresentano la fetta maggiore, è praticamente impossibile. Ma si potrebbe, mantenendo intatti identità e vessilli, istituire le Unioni di Comuni per la gestione dei servizi. Idem per le Comunità montane: oggi ce ne sono 235 (alcune nate dove le montagne neppure ci sono): eliminando quelle fasulle, le altre potrebbero essere amministrate dai sindaci dei Comuni che le compongono, superando così l’attuale livello intermedio di poteri, poltrone e costi.

Società miste
Benché la polemica pubblica troppo spesso le risparmi, ecco dove la politica “costa” di più: le società a partecipazione pubblica. Secondo una ricerca dell’Assonime, più di 5000, 400 delle quali a partecipazione diretta o indiretta dello Stato (con circa 2000 consiglieri): alla fine degli anni Ottanta erano 1000. Le società a partecipazione locale, invece, sono proliferate a tal punto che la Corte dei conti ne ha fatto oggetto di una specifica indagine (anni 2005-2008). Ecco i risultati: 5928 gli enti locali interessati; 5860 organismi partecipati da 5928 tra Comuni e Province, il 34,67% dei quali si occupa di servizi pubblici locali, mentre il 65,33 di altri servizi. La Corte conferma che molto spesso la partecipazione in società da parte di enti locali viene utilizzata «quale strumento per forzare le regole poste a tutela della concorrenza» e per «eludere i vincoli di finanza pubblica». Il fenomeno della proliferazione delle partecipate nei piccoli Comuni ha portato al divieto, dal 2010, di costituirne di nuove, ma il tema resta attuale. Come quello di snellire all’essenziale i relativi consigli di amministrazione.

Uffici territoriali del governo
Attualmente in ogni capoluogo di Provincia ci sono sei uffici territoriali delle Amministrazioni centrali. Il governo Berlusconi entro il 20 novembre avrebbe dovuto presentare in Parlamento un piano di riassetto, così come previsto dalla manovra di agosto (in seguito al recepimento di un emendamento a firma Morando, Pd). La palla adesso è passata al governo Monti che dovrà presentare le linee guida per «l’integrazione operativa delle agenzie fiscali, la razionalizzazione di tutte le strutture periferiche dell’amministrazione dello Stato e la loro tendenziale concentrazione in un ufficio unitario a livello provinciale, il coordinamento delle attività delle forze dell’ordine, l’accorpamento degli enti della previdenza pubblica, la razionalizzazione dell’organizzazione giudiziaria civile, penale, amministrativa, militare e tributaria a rete, la riorganizzazione della rete consolare e diplomatica».

Vitalizi dei parlamentari
Altro giusto segnale di sobrietà della politica: la sostituzione dei vitalizi dei parlamentari con forme previdenziali sulla scia delle norme previste per gli altri lavoratori. A promettere impegno in tal senso è stato il presidente della Camera, Gianfranco Fini. L’Emilia Romagna ha già adottato la riforma per i propri consiglieri: facciano altrettanto tutte le Regioni italiane.

L’Unità 24.11.11

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