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"Scommettere su qualità e preparazione", di Irene Tinagli

E’ prassi comune, soprattutto tra i politici, additare gli economisti come i responsabili della crisi, della precarietà e dei milioni di giovani senza prospettive. Eppure molti economisti da anni non fanno che ripetere, proprio ai nostri politici, la necessità di investire di più nella formazione e nell’integrazione dei giovani nel mercato del lavoro. Lo ha fatto anche ieri il neo Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nell’intervista a La Stampa mettendo in evidenza tutte le contraddizioni dell’Italia.

Un Paese che per reagire alle pressioni di un’economia globalizzata ha scaricato le sue debolezze sui più giovani. Col risultato paradossale che in un’economia mondiale sempre più trainata da conoscenza e innovazione, in cui la domanda ed il valore di competenze fresche tendono ad aumentare, l’Italia vede diminuire i salari d’ingresso dei suoi giovani laureati, persino di quelli di cui ha più bisogno, come gli ingegneri. Ma Visco non cerca di accattivarsi le simpatie dei movimenti studenteschi o dei sindacati.

Nessuna condanna della legge Biagi, nessuna invocazione per posti fissi o salari minimi e università gratis per tutti. Il problema è investire per dare qualità e valore all’istruzione dei giovani, in modo da renderli più forti sul mercato del lavoro. Il dramma dell’Italia non è stata l’introduzione di strumenti di flessibilità, ma l’incompletezza delle riforme e l’uso che ne è stato fatto. Quegli strumenti avrebbero dovuto aiutare le imprese ad investire in tecnologie e formazione. Ma così non è stato, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Ora è tempo di rimboccarsi le maniche e invertire rotta. Il tempo e’ scaduto e gli alibi pure.

La Stampa 27.11.11

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“Più premi per trattenere i migliori”, di WALTER PASSERINI

Precaria, pagata poco e perduta. La generazione under 30 vive in Italia la sua peggiore stagione, tagliata fuori dall’idea di progresso e di promozione che ha sempre innervato il ricambio tra generazioni. Fa bene il governatore della Banca d’Italia a mettere sul piatto nella sua prima uscita pubblica il tema dei giovani, priorità e cartina di tornasole della nostra capacità di costruire futuro. Rispetto agli altri Paesi, il lavoro dei giovani in casa nostra è meno pagato, sia all’inizio della carriera che lungo la crescita.

Delle due l’una: o le imprese ritengono di scarso valore le competenze e la formazione dei giovani o non apprezzano il valore del loro entusiasmo. Sotto accusa un sistema formativo debole e ondivago, non più ascensore sociale. La seconda questione è il sistema premiante. Sul breve il diplomato guadagna più di un laureato, ma dopo cinque anni i dottori rimontano. In ogni caso è sempre poco: un laureato under 35 prende la metà di un dottore over 50. La terza questione è l’ingresso in azienda dei giovani talenti. La filiera del merito, della motivazione e della competenza s’inceppa subito, travolta da proposte mediocri e dal mordi e fuggi.

Fa bene il governatore a parlare di contratti a tutele crescenti, ma è solo una cornice: va cambiata la cassetta degli attrezzi per premiare i migliori e i più promettenti; altrimenti i 70mila che scappano ogni anno diventeranno 100mila e oltre, stranieri in Italia troveranno fortuna all’estero. Ma oltre al dialogo tra domanda delle imprese e sistema formativo serve una campagna a favore dello studio meglio orientato. Perché studiare paga di più e allunga la vita, come rivela l’ultimo studio Eurostat: a 25 anni la speranza di vita di un laureato è di 58 anni, cinque anni di più di chi ha solo la scuola dell’obbligo.

La Stampa 27.11.11

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