cultura

"Ci salveremo con la cultura", di Federico Orlando

Fermo al semaforo, guardo il manifesto che annuncia da questa mattina, per tre giorni, il convegno nazionale del Pd sulla cultura. Nel frattempo, la radio trasmette in diretta la relazione del ministro degli esteri Giulio Terzi in una sede parlamentare.
Mi colpisce, nell’eloquio del diplomatico, la bellezza della lingua italiana: tanto più che in mattinata, ascoltando una rassegna stampa, ero rimasto allibito alla notizia che sulla prima pagina di Libero campeggiava una gigantesca vignetta, il presidente Monti “vestito da vescovo con un gigantesco mitra sulla testa”.
Una precauzione in vista di altri incontri con la Merkel? Forse, solo analfabetismo di ritorno, il virus che colpisce un italiano su tre, giornalisti compresi. Me lo conferma poco dopo un’altra collega, che annuncia la ripresa del question time alla camera, e ricorda che l’interrogante ha un minuto per illustrare la sua questione, e altri due minuti dopo la risposta del ministro per spiegare «se è fiducioso o no». Voleva dire «soddisfatto o no».
Comunque sia, il Pd organizza il convegno nazionale sulla cultura, il Corriere informa che l’Italia «è il quarto paese al mondo ad alimentare il traffico di opere d’arte rubate», e il ministro Terzi dice che fra le grandi risorse dell’Italia per la ripresa c’è la sua cultura, il numero crescente di studenti stranieri che imparano l’italiano, la volontà del governo di promuovere l’“economia culturale”. Ottimo.
Perciò mi ha colpito negativamente, nel recente rapporto della Fondazione Agnelli sulla scuola media inferiore – buco nero del sistema formativo, fra le elementari ancora validissime e le medie superiori in ripresa – la proposta di allungare l’orario scolastico al pomeriggio, per consentire ai ragazzi di studiare le materie opzionali, «concentrando nelle ore del mattino le materie fondamentali: matematica, scienza, lingue, comprensione del testo».
E l’italiano? E la storia? Opzionali anche loro? Il guaio delle medie inferiori, dice il responsabile del rapporto Agnelli, Andrea Gavosto, sono i programmi enciclopedici e i professori vecchi, cioè cinquantenni, che occorrerebbe svecchiare. Magari «con un concorso riservato o con chiamata diretta da parte delle scuole». E magari, aggiungiamo, senza pulizia etnica per fasce di età, così da evitare il tribunale dell’Aja.
Voglio precisare che non ho ancora il rapporto, e le notizie di cui parlo le apprendo da cronache giornalistiche: poche e scarne, in verità, perché i giornali debbono far spazio alla maestra Concetta Riina, figlia di Totò, entrata nel consiglio di circolo delle scuole elementari di Corleone; e al professor Giovanni Scattone, che è stato cinque anni in carcere per aver provocato la morte della studentessa Marta Russo, e destinato dalla graduatoria dei precari a supplire – proprio nel liceo dove a suo tempo aveva studiato Marta – un professore arrestato per stalking.
Motivi meno eccitanti per parlare di scuola i giornali non riescono a trovarne. Per fortuna, un inserto “speciale Toscana” del Tempo ci parla di “Cultura e formazione ecco l’Italia che va”: un viaggetto a Pisa e dintorni, tra le scuole d’eccellenza che preparano i giovani alle sfide del futuro. Nella terra di Dante, Petrarca, Leonardo, Michelangelo, Machiavelli e via ascendendo, pare che le politiche regionali siano sempre le prime in Italia ad applicare modelli nuovi, «come la gestione privatizzata dei servizi idrici» (?); mentre ad università celebri e alla Normale di Pisa si affianca nella stessa città la Scuola superiore Sant’Anna, all’avanguardia nella formazione, nella ricerca e anche nell’economia.
Un “incubatore di imprese spin-off”, un vero e proprio polo d’eccellenza a Valdera, cui s’aggiungono quello tecnologico di Navacchio e quello di Lucca Innovazione; nonché centri di geotermia ed energie rinnovabili in provincia di Pisa e di Grosseto.
E un’enorme biobanca, ossia deposito di campioni biologici a esclusivo scopo di ricerca, e a Siena la Biotech, che accoglie esperti farmaceutici da tutto il mondo. Un impegno nei saperi che si è subito proiettato nell’imprenditoria, simbiosi innovazione-applicazione. Oltre diecimila imprese a notevole contenuto tecnologico, con più di 70 mila occupati, imprese giovani con meno di dieci anni.
È questa l’“economia culturale” di cui parla il ministro degli esteri? Per esportarla e per competere? Come esempio è convincente. Se a Prato è rimasto un unico artigiano italiano del telaio, tutto il resto essendo una enclave cinese (come al tempo delle guerre dell’oppio le “concessioni” italiane in Cina), il sistema tecnologico-scientifico sopra descritto ci indica la via della crescita e della competizione: produrre non più le cose che altri producono col lavoro schiavistico, ma le cose di altissima tecnologia per le quali le grandi economie, miliardarie di uomini e di titoli del debito pubblico altrui, non sono ancora attrezzate.
Ma io credo che quando il ministro Terzi parla di un’“economia culturale” da sviluppare nel nostro sistema economico complessivo, intenda anche riferirsi ai valori “tradizionalmente” umanistici, in cui da sempre sta la forza della nazione italiana. La lingua italiana e la storia, l’arte e la filosofia, sono scienze non riducibili ai licei classici, come sembra intendere la separazione che il rapporto Agnelli fa, nella scuola media inferiore, tra materie del “nucleo forte”, essenzialmente scientifiche, e materie opzionali.
L’Italia non è l’America, con le sue dimensioni continentali e coi suoi 300 milioni di abitanti a piramide: dalle folle senza volto di ispanici e asiatici alle classi medie radicate o precarie e alle élite di vertice. L’Italia deve trovare attraverso la cultura – a cominciare dalla lingua nazionale – quell’unità di popolo, che è forza anche economica e politica e che non abbiamo mai avuto del tutto. Un paese dove, come racconta il film tormentone di Bruni, una parola come Scialla, ossia “stai sereno” detta dal figlio al padre, è lo slang giovanile di vaste periferie, e ci riporta ad altri slang: per esempio, quello dei nostri immigrati in America, nei ghetti dove non solo il razzismo altrui, ma la loro autarchia linguistica, li tennero prigionieri per un secolo. L’integrazione venne solo quando scoprirono l’inglese. Perciò c’è poco da scherzare con cavolate che sarebbe troppo onore definire post-pasoliniane.
E la scuola è fatta per questo, per salvaguardare tutto quel che c’è stato finora in Italia, a cominciare dalla lingua, per proiettare nuove generazioni in un presente e in un futuro diversamente caratterizzati.

da Europa Quotidiano 02.12.11

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