attualità, politica italiana
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"Il tempo della laicità", di Miguel Gotor

Mario Monti, in occasione della prima udienza ufficiale al cospetto di Benedetto XVI, è apparso attenersi a un invisibile registro di sobrietà e di laicità.Valori che certo appartengono allo stile dell´uomo, ma che sono richiesti anche dallo spirito del tempo e che marcano una netta distinzione dai comportamenti tenuti in analoghe circostanze dal suo predecessore Silvio Berlusconi.
Come ha insegnato la migliore antropologia del Novecento, tutto ciò è rivelato dai gesti, dai riti e dai doni più che dalla sostanza del colloquio privato tra le due personalità o dal comunicato ufficiale della diplomazia che lo imbozzolerà tessendo una serie di prevedibili frasi protocollari. Ma la forma è sostanza e nulla rivela di più che lo scarto esistente tra una plurisecolare cerimonialità e l´inclinazione dell´individuo, il suo personale contributo al teatro della vita.
Anzitutto è l´incontro tra due professori, il teologo tedesco e il più tedesco dei nostri uomini di governo e la sobrietà si esprime nella gestualità che assume la forma di una confidenziale, ma rispettosa riverenza. Monti è solito muovere accademicamente le mani per accompagnare il fluire dei suoi concetti come se volesse rafforzarli. Ora, davanti al Papa, le mani sono immobili sul grembo, accenna un movimento ma le riallunga subito sui braccioli per poi riportarle intrecciate davanti a sé: questa volta non deve spiegare, vuole soprattutto ascoltare.
La laicità e la sobrietà promanano già dal primo incontro col Papa, davanti alla porta della sua biblioteca privata. Un franco sorriso, un reciproco sguardo dritto negli occhi, ma nessun baciamano, alcun inchino, neppure accennato, da parte del premier. Siamo assai lontani dal contegno baciapilesco di Berlusconi che, in analoga occasione, il 6 giugno 2008, si esibiva in un baciamano degno di un vassallo: le mani giunte a ghermire quelle del pontefice, il busto proteso in avanti, il capo esageratamente chino, le labbra irritualmente poggiate sulle mani di Benedetto XVI, come avrebbe fatto con il dittatore Gheddafi, un anno prima della sua fine. I giornali di famiglia subito pronti a riprendere l´immagine per venderla sul mercato elettorale italiano.
Mai come in quella circostanza l´ipertrofia dei gesti denotava l´atrofia della coscienza: Berlusconi avrebbe trascorso quell´estate tra decine «di vergini che si offrivano al drago», come avrebbero rivelato le intercettazioni del lenone Tarantini. Monti, invece, tiene la schiena dritta perché sa di essere, in quel momento, non un privato cittadino o un fedele cattolico in visita al Papa, ma il capo del governo italiano. Non ha nulla da farsi perdonare o da nascondere e dunque non necessita di esibizioni barocche, né si profonde in servili pronunciamenti come quello in cui Berlusconi dichiarava che «l´attività del governo non può che compiacere il Papa e la sua Chiesa».
Anche la presentazione della signora Elsa segue il medesimo misurato registro: a differenza di Veronica Lario, e come già la cattolica Flavia Prodi nell´ottobre 2006, la moglie del premier non porta il velo, obbligatorio soltanto per regine e ambasciatrici, bensì ha il capo scoperto e indossa un «rigorosissimo tailleur nero con gonna sotto il ginocchio», come registrato dall´Avvenire.
Una maggiore sobrietà e senso dell´opportunità, infine, traspaiono anche dal rituale scambio dei doni. Il Cavaliere nel 2008 offrì al papa un pettorale, una croce d´oro e smalti, cesellati per l´occasione. Il premier volle spiegare a Benedetto XVI che ogni tassello aveva un significato legato alla storia della Chiesa e pretese di consegnargli un foglio con le spiegazioni, suggerendogli – così recitano le cronache – «se mai avesse il tempo, di leggerlo». Non è dato conoscere la risposta del Papa, né i suoi reconditi pensieri.
Monti, invece, può permettersi un vero e autentico lusso, quello di regalare al pontefice un suo libro del 1992, che ha definito «una riflessione sull´Italia e sull´Europa molto nello spirito del nostro incontro». E un´edizione antica di mappe geografiche: «anche simbolica» ha commentato il Papa con pronta arguzia perché mai come in questa fase storica l´Italia procede in mare aperto e ha bisogno di ritrovare la giusta rotta, ma sembra finalmente in buone mani.

La Repubblica 15.01.12

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La nuova normalità fra Stato e Chiesa

Il cambio secco dello stile di Governo è stato il mantra ripetuto fin da quando Monti è arrivato a Palazzo Chigi. E anche nei rapporti con il Vaticano il cambio di passo si è visto. L’incontro di ieri tra Benedetto XVI e il Professore è il segno di come i rapporti Stato-Chiesa tornino alla normalità, senza più gli eccessi registrati nell’ultimo triennio, da una parte e dall’altra. Monti sa quanto è importante l’appoggio della Chiesa, specie nei momenti di crisi, e il Papa ha voluto dare visibilità all’attenzione per la «cara Nazione italiana». Un appoggio che assume ancor più valore perché arriva da un tedesco, che nel suo Paese d’origine ha una forte influenza, specie nella Cancelleria federale. Normalità, quindi, da parte di un cattolico liberale come Monti, che non mancherà di fare gli interessi dello Stato se e quando ci si siederà attorno a un tavolo per stabilire se davvero ci sono dei privilegi sul fronte fiscale. L’assenza ieri di ministri cattolici del peso di Riccardi e Ornaghi è proprio il segno di uno scarto rispetto a un passato in cui si tendeva a mischiare i ruoli e le funzioni. Ieri i temi trattati erano internazionali, e la delegazione (composta comunque da persone perlopiù cattoliche, come si è visto dalle immagini televisive) rispecchiava questo approccio.

Il Sole 24 Ore 15.01.12

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