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"La neoplebe", di Massimiliano Panarari

Uno spettro si sta aggirando per l’Italia, dal profilo non molto nitido, ma dalle azioni concretissime. Quello di un nuovo soggetto sociale, di non facile definizione e composto di figure e ceti differenti; e, d’altronde, se ci si pensa, non c’è neppure da stupirsene in questi nostri tempi che ci hanno largamente abituati alla frammentarietà. Un soggetto postmoderno, dunque, ma intorno al quale si respira una sensazione, sebbene rivista e corretta, di déjà vu che affonda le radici in tanti episodi che hanno punteggiato la storia dell’Italia premoderna.
Proviamo a dargli un nome, beninteso, senza alcun intento snobistico, ma in un’accezione quanto più sociologica possibile. Possiamo chiamarla neoplebe o, fors’anche neoproletariato, il quale, alle braccia della prole, sostituisce, quale strumento di lavoro e simbolo di rivendicazione, il taxi o il forcone. Soggetti sempre liquidi, dunque, ma che nulla hanno a che fare con i cosiddetti lavoratori cognitari, i neoproletari dell’età digitale che operano, sottopagati, nell’economia della conoscenza. In questo caso, invece, dai tassinari romani e napoletani al movimento siciliano dei forconi (che mette assieme agricoltori, camionisti e pescatori) siamo decisamente dalle parti della old economy, e di esponenti di un’economia molto tradizionale che si agitano e protestano (in maniera assai muscolare) sentendosi minacciati da quelle liberalizzazioni che costituiscono uno dei motori della crescita e dello sviluppo nelle nazioni moderne. E il nostro paese, infatti, che sottoposto alla cartina al tornasole dell’idealtipo liberaldemocratico, non risulta esattamente un paese normale, vanta una lunga tradizione di ribellismo plebeo e di jacqueries esplose in occasione di svolte senza ritorno dell’economia del passato.
Così accadde, in quel Medioevo che ricorre spesso nel dibattito culturale e politico contemporaneo sotto vesti postmoderne, con rivolte urbane come il tumulto dei follatori nella Bologna di fine Duecento e quello dei Ciompi nella Firenze della seconda metà del Trecento (gli uni e gli altri salariati del ciclo della lana posizionati al fondo della gerarchia sociale). E ancora, passando all’età moderna e miscelando opposizione politica e motivazioni economiche, con il pescivendolo Masaniello alla testa della rivolta dei “lazzaroni” e del popolo napoletano di metà Seicento e con le insurrezioni ottocentesche e primo-novecentesche nelle campagne romagnole contro gli agrari e le dure modificazioni da loro imposte nell’organizzazione del lavoro.
Il minimo comun denominatore di questo ribellismo plebeo (naturalmente non soltanto italiano) va quindi ricondotto a una resistenza reattiva e immediata all’affermazione di forme di economia capitalistiche. Quello che, mutatis mutandis, accade anche nelle piazze di queste ore, nelle quali, come spesso avviene da noi, si mescolano fenomeni di natura diversa, tra corporativismo, scomposti e aggressivi furbetti del quartierino (o su quattro ruote), populismo variamente assortito, ma anche legittimo timore di un ulteriore impoverimento da parte di alcune fasce sociali già penalizzate dalla globalizzazione, a cui vari pezzi di sinistra sociale (dalla Cgil a Vendola) o catodica (Santoro) si propongono infatti di dare voce.
A ben guardarci, dunque, all’interno di quel composito arcipelago che possiamo definire “neoplebe”, cementato dalla difesa dello status quo per evitare il peggioramento delle proprie condizioni di vita, c’è tutto e il suo contrario. Una buona ragione per affinare gli strumenti di analisi e provare a scandagliarlo senza troppa sufficienza, anche se non difetta certamente di “brutti, sporchi e cattivi”.

da www.europaquotidiano.it

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