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"Europa e Italia, non sprecate la bonaccia", di Giuliano Amato

«Se convinceremo i mercati, la strada per le nostre misure sarà più facile anche in Parlamento». Così – a quanto si legge – avrebbe detto Mario Monti al termine del Consiglio dei ministri che ha approvato le liberalizzazioni. Io non so se i leaders politici, gelosi delle proprie prerogative e quindi della propria autonomia dagli agenti finanziari, apprezzeranno un commento del genere.

So per certo che esso dimostra quanto Monti abbia chiari i termini della partita nella quale l’Italia e l’Europa si stanno ormai giocando la sopravvivenza stessa dell’euro.
Metterla così può sembrare inutilmente allarmistico al termine di una settimana apertasi sotto gli infausti presagi suscitati dal declassamento di tre quarti dell’Eurozona da parte di Standards & Poor e conclusasi invece con le Borse in salita, gli spread (e in particolare i nostri) in discesa e, appunto, un pacchetto italiano di liberalizzazioni certo parziale, ma comunque sufficiente a dimostrare che i compiti a casa li prendiamo sul serio. Insomma, la fiducia sta tornando, i compratori che avevamo perso per i nostri titoli stanno cominciando a riavvicinarsi e dunque – si potrebbe concludere – il tempo dell’allarme è finito.

Ecco, è proprio questa la conclusione da non trarre e farlo dimostrerebbe una grave e pericolosa incomprensione di ciò che sta accadendo intorno a noi e che proprio in questi giorni di bonaccia ci viene spiegato da chi frequenta i mercati e sente quindi gli operatori internazionali e gli analisti che concorrono a formare i loro convincimenti e le loro aspettative.
È vero, la bonaccia c’è, perché è finita in Europa la stagione degli annunci sussultori e spesso estemporanei dei nostri due leaders maggiori (quante volte i tassi sono aumentati a seguito delle loro conferenze stampa!), la Bce ha dato robusti segnali di contrasto della crisi di liquidità che era già in atto e ci si è messi a lavorare concretamente su nuovi assetti comuni dai contorni ormai relativamente definiti. Quanto all’Italia c’è stato un cambio di governo seguito da un nuovo fervore di misure ferme e innovative.

Attenzione però. Intanto è una bonaccia relativa, perché lo spread sui nostri decennali è certo meglio a 430 che non a 530, ma è ancora ben lontano dai livelli che venivano ritenuti sicuri quando cominciò mesi addietro la sua drammatica corsa al rialzo. Ricordo che quando superò quota 200, diceva (giustamente) il Tesoro italiano che era urgente riportarlo al più presto sotto di essa, perché solo così i nostri piani di rientro dal debito totale sarebbero stati sostenibili nel lungo periodo. Ma soprattutto (e il nostro spread è esso stesso un segnale in questo senso) si tratta di una bonaccia temporanea ed è in tale temporaneità la bomba a orologeria che gli umori raccolti nei mercati ci mettono inesorabilmente davanti.

Come ho già ricordato altre volte, i mercati ci hanno messo molto, prima di accorgersi della fragilità dell’impalcatura comune su cui si reggeva l’euro, tant’è vero che per diversi anni hanno attribuito lo stesso (o quasi) merito di credito a tutti gli Stati europei protetti dallo scudo della moneta comune.

Poi, quando la grande crisi finanziaria del 2007-2008 ha messo a nudo, e in parte accentuato, le divergenze fra di essi, i mercati hanno cominciato a prenderne atto ed è emerso a quel punto che dietro un unico scudo si muovevano eserciti diversi e che i più forti erano molto restii a sostenere i più deboli, lasciati fondamentalmente ciascuno alle proprie difese.
Avremmo dovuto pensarci fin dall’inizio a preparare strumenti comuni per fronteggiare le difficoltà, ma non lo avevamo fatto e quando le difficoltà sono davvero arrivate, è cominciata una affannosa ricerca di rimedi, sempre al di sotto delle necessità, perché sempre alle prese con le resistenze nazionali che, con buoni e a volte con cattivi motivi, ciascuno ha ritenuto di opporre. È iniziata così una corsa impari, e forse inattesa. Da una parte i mercati che, valutando la sostenibilità dei debiti sovrani, guardano al lungo termine e sottolineano la necessità di una maggiore integrazione affinché tale sostenibilità vi sia.

Dall’altra le leadership politiche nazionali ed europee che, premute dalle ragioni a breve termine delle loro constituencies, verso quella maggiore integrazione ci vanno a pezzi e a bocconi. Insomma, se è vero che la vista corta (come la definiva Tommaso Padoa Schioppa) la politica l’ha imparata dalla finanza, sembra oggi averne conquistato il primato.
Ora però, a giudizio dei mercati, a qualcosa stiamo finalmente arrivando. L’accordo che la Germania ha voluto per imporre la disciplina fiscale a tutti gli Stati dell’Eurozona sino a garantirla con sanzioni automatiche comuni non sarà l’ideale, ma è un primo segno concreto di integrazione dei bilanci. Accanto ad esso, inoltre, si prepara in modo da renderla imminente l’entrata in funzione del Meccanismo Europeo di Stabilità, che meglio dell’attuale e temporaneo fondo salva Stati potrà assolvere ai suoi stessi compiti.

Certo, il nuovo fondo avrà bisogno di maggiori risorse di quelle previste al momento, mentre il capitolo della crescita è tutto da affrontare. Ma ci si rende conto che, per la Germania, è pregiudiziale chiudere con certezza i termini dell’accordo prima di affrontare il resto, mentre si constata che paesi critici come la Spagna e l’Italia si sono messi sulla strada giusta.
Ecco trovate, allora, le ragioni della bonaccia, ma anche quelle della sua temporaneità. Hanno capito tutti che il tempo degli annunci è finito e che finalmente stiamo passando ai fatti, ma quelle adottate da ciascuno di noi devono essere misure e non mezze misure, mentre i passi che facciamo insieme devono portarci a una integrazione solida e non fermarsi a metà strada. Se non fosse così – si dice – la tenuta a lungo termine di alcuni di noi e dell’eurozona nel suo insieme continuerebbe ad essere poco credibile e allora tant’è prenderne atto prima di arrivarci. Di qui il monito, che mi risulta essere giunto da più parti in termini espliciti: in mezzo al guado non intendiamo starci, o risanate davvero le economie e le finanze pubbliche malate e date all’eurozona l’integrazione di cui ha bisogno, oppure l’euro non sarà più ritenuto affidabile e vi ritroverete con i frammenti di ritornanti monete nazionali.

Mario Monti, allora, ha perfettamente ragione. Può essere sgradevole farsi guidare dagli orientamenti dei mercati e personalmente al beneficio d’inventario non rinuncerei mai. Ma in questo momento sono loro a spingerci alla lungimiranza che ci serve per uscire dai nostri guai. È bene allora che la nostra politica nazionale non riduca a mezze misure riforme governative che già sono parziali. E che la politica europea si renda conto fino in fondo che euro e integrazione, caparbiamente sconnessi per un decennio, sono in realtà le due facce di una stessa moneta.

da www.ilsole24ore.it

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