economia, lavoro, politica italiana

«Camusso: “Per noi è no. Ma trattiamo su fisco e tempi dei risarcimenti”», di Alessandro Barbera

«Per finanziare la riforma chiedere di più agli autonomi»
I GIOVANI «Non serve un nuovo contratto ne esistono già due, apprendistato e inserimento». SUI CONTENZIOSI APERTI «Per le dispute previdenziali c’è una proposta interessante dall’Inps». LE NUOVE GENERAZIONI «Lo ammetto, il sindacato poteva fare di più per organizzarle»

ROMA. Segretario Camusso, il momento è arrivato. Il premier vi chiede di non porre veti.
«Abbiamo detto chiaramente che per noi l’articolo 18 non può essere oggetto di discussione. A meno che non pensino di estenderlo».
All’inizio di una trattativa si dice sempre così. Eppure il governo si siede con l’idea di trovare un compromesso attorno alla proposta Boeri-Garibaldi: in sostanza la tutela dal licenziamento verrebbe garantita solo dopo tre anni di lavoro.
«Si sono costruite aspettative sbagliate. Abbiamo firmato un accordo con Cisl e Uil proprio per sgombrare ogni dubbio. Non c’è bisogno di introdurre un nuovo tipo di contratto. Per i giovani ne esistono già di due tipi, si chiamano apprendistato e inserimento».
E’ opinione di molti che l’articolo 18 sia un elemento di irrigidimento delle assunzioni. Di più: crea un dualismo fra quelle con più di quindici dipendenti e quelle che ne hanno meno. Cosa risponde?
«Se la media delle imprese italiane avesse 14 addetti le direi che ha ragione. Invece i numeri ci dicono che sta fra i tre e i nove. Il problema delle imprese si chiamano credito e capitalizzazione. A giudicare dalle misure prese, mi pare l’abbia capito anche il governo Monti».
Ipotizziamo che io, imprenditore, assuma un dipendente a tempo indeterminato, e che poi quel lavoratore abbia comportamenti che ne meritino il licenziamento. Per ottenere ragione da un giudice devo aspettare in media cinque anni.
«Questa è l’unica questione sulla quale sono d’accordo con le imprese. Di soluzioni al problema ce ne possono essere diverse. Una può essere creare una corsia preferenziale. Per le dispute previdenziali c’è una proposta interessante elaborata dall’Inps».
I numeri dicono anche che siamo uno dei pochi Paesi in Europa in cui non c’è il licenziamento per motivi economici. Non è così?
«In Italia il licenziamento per motivi economici esiste eccome».
Se lei intende con questo la cassa integrazione è a carico dei contribuenti. O no?
«Sistemi come il nostro esistono in Francia e in Germania. E da loro lo Stato ci mette di più, non di meno. Qui semmai è troppo alto il prezzo che si chiede a imprese e lavoratori».
Nel documento unitario chiedete un minor carico fiscale sulle buste paga dei lavoratori. Può essere un elemento di trattativa?
«La manovra di dicembre ha introdotto nuovi sgravi Irap per l’assunzione di giovani e donne al Sud. Stessa cosa si è fatta per l’apprendistato. Questi interventi vanno nella giusta direzione».
Per estendere in via strutturale la cassa integrazione alle imprese più piccole chiedete un ulteriore aumento dei contributi a carico degli autonomi. Ma sono già saliti molto, e il ministro Fornero è contrario.
«Non capisco l’atteggiamento del ministro. A regime, se non ricordo male, i contributi degli autonomi resteranno di nove punti al di sotto dei dipendenti. Mi pare troppo. Io resto convinta che un sistema di previdenza pubblico debba avere forme di solidarietà interne».
Il ministro preferirebbe chiedere di più ai più ricchi. Ma non sarebbe un contributo simbolico rispetto a ciò di cui c’è bisogno?
«Certo, i parlamentari potrebbero dare di più. Ma non credo che quel contributo, per quanto alto, basterebbe a finanziare il sistema».
Direste no anche ad una riforma sul modello danese?
«Abbiamo fatto una simulazione di quel sistema in Lombardia. Costa troppo, non si può fare. Stiamo coi piedi per terra: qui il problema è evitare abusi e rendere il sistema più giusto».
Al tavolo oggi si siedono quattro sindacati che rappresentano lavoratori maturi se non pensionati. Mi dice una ragione per la quale un giovane si dovrebbe sentire rappresentato dalle vostre opinioni?
«In questi anni i giovani sono stati per così dire distratti da un mercato del lavoro che non li ha tutelati. Mi chiede se il sindacato poteva fare di più per organizzarli? Ebbene sì, lo ammetto. Ma credere che togliere tutele a chi un lavoro ce l’ha sia una risposta, beh, non credo nemmeno loro siano d’accordo».
E’ ottimista sull’esito della trattativa?
«Sono seriamente impegnata».

La Stampa 23.1.12

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“L’articolo 18 pilastro di civiltà. Palazzo Chigi non lo modificherà”, di Roberto Mania

Camusso: la vera occupazione è a tempo indeterminato. Le parole del premier Monti contengono una novità. Per la prima volta parla di negoziato tra l´esecutivo e le parti sociali Finora non si era mai posto in questi termini. Diremo no al contratto unico perché contiene un inganno Introduce solo un nuovo modello senza colpire la proliferazione della flessibilità

ROMA – Segretario Camusso, come replica al presidente del Consiglio Monti secondo cui l´articolo 18 non può essere un tabù?
«Intanto vorrei dire che nell´affermazione di Monti c´è una notizia: per la prima volta, e finalmente, parla di un negoziato tra il governo e le parti sociali. Finora non l´aveva detto».
È vero, ma l´articolo 18 per lei è un tabù?
«Guardi, io penso che dietro questo giochino di dire che l´articolo 18 non deve essere un tabù, si nasconda l´idea, che non condividiamo e non condivideremo, secondo la quale per combattere il dualismo del nostro mercato del lavoro si debba intervenire sulle tutele di chi è già occupato. Noi continuiamo a non essere d´accordo con questa analisi. L´articolo 18 non può essere un tema di discussione né in partenza del negoziato, né a conclusione del negoziato».
Eppure l´articolo 18 si applica solo ai dipendenti delle aziende con più di 15 dipendenti. Per tutti gli altri è previsto un risarcimento monetario, anziché il reintegro nel posto di lavoro, in caso di licenziamento ingiustificato. Perché non si può estendere questo meccanismo a tutti i lavoratori?
«Ormai in Italia si pensa che non si possa licenziare per motivi economici. Invece non è vero. Piuttosto inviterei tutti – anche molti professori che fanno tanti guai – a una lettura collettiva dell´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Una norma che è esplicitamente ed esclusivamente dedicata alla tutela del licenziamento senza giusta causa a carattere discriminatorio. Così chi critica oggi l´articolo 18 dovrebbe avere il coraggio di sostenere che la buona sorte del Paese dipende dalla possibilità o meno di potere licenziare in modo discriminatorio».
D´accordo, ma perché non adottare il risarcimento economico al posto del reintegro?
«Non è casuale che lo stesso Statuto distinse tra grandi e piccole imprese. In quest´ultime una volta che si rompe il rapporto di fiducia tra datore di lavoro e lavoratore è complicato tornare indietro. E non dimentichiamoci che lo Statuto nacque in un´epoca in cui c´erano soprattutto grandi imprese».
Sono passati quarant´anni. Perché non si può cambiare?
«Perché l´articolo 18 ha una funzione deterrente. Continuo a pensare che sia una norma di civiltà, anche se a qualcuno dà fastidio. I destini economici di un´impresa si possono affrontare in tante maniere senza intaccare i diritti di chi lavora. L´articolo 18 dice che non si può usare il potere maggiore che hanno le imprese per discriminare le persone».
Se il governo porrà la questione dell´articolo 18, salterà il negoziato?
«Non ho avuto affatto l´impressione che fosse questa la priorità del presidente Monti. Non credo che il governo partirà da lì. Ha detto che intende fare una trattativa e penso che terrà conto delle proposte unitarie di Cgil, Cisl e Uil».
Quante possibilità ci sono che arriviate ad un´intesa con il governo e la Confindustria?
«Posso dire che ci presentiamo al tavolo in maniera molto seria e con le nostre proposte. Mi auguro che lo facciano anche gli altri, governo e imprenditori».
Perché siete contrari al “contratto unico” che nell´arco di un triennio permetterebbe di stabilizzare le nuove assunzioni? Perché la Cgil l´ha definito “un inganno”?
«È un inganno perché parte dall´idea che in Italia, e in Europa, non ci sia già una regola generale sulle assunzioni. Invece, c´è, eccome: è quella secondo cui le assunzioni normali sono a tempo indeterminato. In più aggiunge una nuova forma contrattuale, senza intaccare le cause, anche ideologiche e culturali, che hanno portato al proliferare di decine di tipologie contrattuali».
Ma lei vorrebbe tornare indietro a quando non c´erano i contratti flessibili?
«Non si torna mai indietro. Penso che si debbano fare le cose necessarie per il nostro mercato del lavoro: tornare alla normalità. Per questo pensiamo che vadano incentivate, sul piano fiscale e contributivo, le assunzioni attraverso il contratto di apprendistato e il contratto di inserimento per le donne e gli over 50».
E quali contratti flessibili salverebbe?
«Penso che vada rafforzato il part time, che vada riordinato il lavoro interinale, ma che si debba smettere di considerare le partite Iva come fossero lavoro subordinato».
Lei ha criticato le liberalizzazioni di Monti. Perché è contraria?
«Non sono contraria. C´è, però, un tratto che mi preoccupa molto: quello di intervenire scaricando gli effetti sulle condizioni di lavoro. Penso all´allungamento degli orari dei negozi, penso alla cancellazione per legge (una scelta davvero inaudita) del Contratto nazionale delle ferrovie, penso al riordino dei tirocini senza valutare gli aspetti retributivi, penso, infine, che un orario di lavoro più lungo per i tassisti non dia nemmeno un servizio migliore».

da Repubblica 23.1.12

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