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«Assunzioni e contratti ai giovani ricercatori per rilanciare l’università», di Mariagrazia Gerina

C’è chi va avanti con contratti Co. co.co., chi continua a mettere insieme borse di studio. Precari della conoscenza. Lavoratori in via d’estinzione. Decine di migliaia di ricercatori precari, almeno cinquantamila solo nelle università, che non hanno davanti a sé nulla. Neppure la prospettiva di un contratto a tempo determinato, che arrivi in un tempo ragionevole. E negli enti di ricerca non va meglio. Su 18mila ricercatori, 12mila sono precari. Ei vincoli per procedere alle assunzioni sono talmente tanti che impediscono di tradurre in contratti anche i pochi soldi che ci sarebbero in cassa. È da qui, secondo la Flc Cgil, che il governo Monti dovrebbe ripartire. Altro che abolizione del valore legale del titolo di studio. «Contratti per i giovani ricercatori precari», scandisce il segretario nazionale, Domenico Pantaleo. Trentamila ricercatori da assumere nei prossimi cinque anni, con contratto a tempo determinato,ma con risorse già accantonate per la stabilizzazione. Altri 20mila posti per nuovi professori associati. In tutto cinquantamila contratti da qui ai prossimi cinque anni. Questi sono – secondo la Flc Cgil – i numeri per ridare prospettiva all’università. «Fin qui abbiamo sentito tante dichiarazioni anche contraddittorie ma un’inversione di tendenza nelle politiche concrete non l’abbiamo vista ancora», osserva Pantaleo, che minaccia una mobilitazione massiccia se il governo mostrerà di voler andare avanti sull’abolizione del valore legale del titolo di studio, e scandisce invece gli imperativi su cui intende aprire il confronto: cancellare i tagli al fondo di finanziamento ordinario delle università, accantonare i prestiti d’onore e prevedere un finanziamento straordinario per il diritto allo studio, stanziare un miliardo in cinque anni per salvare gli enti di ricerca. «Senza investimenti non si va da nessuna parte», avverte il segretario della Flc Cgil, snocciolando i numeri di una emergenza non solo generazionale: «In Italia il numero di ricercatori è tra i più bassi d’Europa». Ce ne sono 3,8 ogni mille lavoratori, mentre la media europea è di 6,4 – quasi il doppio. E invece di invertire la tendenza, docenti e ricercatori sono in continua diminuire: erano 62.700, oggi, effetto della legge 133 e della riforma Gelmini, sono già scesi a 56mila e nel 2018, secondo le proiezioni, saranno appena 44mila. «Ne servono almeno il doppio se si vuole rispondere a una domanda sociale di sapere e non si vuole invece tornare a una università di elite, come era prima del ‘68», avverte Francesco Sinopoli, responsabile Università e Ricerca. Lo sanno bene i dipartimenti che nel frattempo, in attesa di capire quale dei due modelli prevarrà, se il ritorno al passato o quello che punta verso standard europei, «si ritrovano a utilizzare le forme più spinte di precariato per aggirare l’assenza di un processo lineare di reclutamento », denuncia Pantaleo.
I NUMERI DEL 2011 Quello individuato dalla riforma Gelmini, di certo, non ha funzionato. Nel 2011 in tutta Italia poco più di 200 ricercatori hanno ottenuto un contratto a tempo determinato e appena per tre il contratto di tipo B, con risorse accantonate per la stabilizzazione. Mentre la abilitazione scientifica nazionale che doveva rappresentare per i ricercatori il traguardo finale è ancora in alto mare. «Bisogna fare i conti con questo fallimento e in attesa che si definiscano i criteri per la abilitazione nazionale bisogna individuare gli strumenti transitori e le risorse per sbloccare il reclutamento », spiega Sinopoli. Secondo i calcoli della Flc Cgil ci vorrebbe 1 miliardo e mezzo, anzi, poco più della metà, considerando le risorse già spese in contratti precari, per stabilizzare 50mila precari nell’università e altri 20mila negli enti di ricerca. «Aprire il confronto su questi temi – avverte Pantaleo – è fondamentale anche per dare risposte a chi vuole trasformare il disagio sociale in pura violenza».

L’Unità 31.01.12

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