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"Maccari-Casarin, la Rai va in pezzi", di Fabrizia Bagozzi

Guerra a viale Mazzini su Tg1 e Tgr: gli ultimi sussulti di questo cda? Alla fine, dopo un cda Rai lungo e difficile, sono state confermate le previsioni della vigilia sulle controverse nomine del direttore del Tg1 e delle testate regionali della tv pubblica: Alberto Maccari rimane al Tg1 in proroga fino a fine dicembre e al Tgr va Alessandro Casarin, considerato molto vicino alla Lega. Con cinque voti a favore, quelli della resuscitata vecchia maggioranza Pdl-Lega e quattro contro, quelli dei consiglieri di area centrosinistra, van Straten e Rizzo Nervo – che si è dimesso –, dell’Udc De Laurentiis e, per la prima volta nella storia della Rai (almeno per il Tg1) del presidente Garimberti.
È andata dunque in scena una spaccatura netta sulle nomine che il direttore generale Lorenza Lei ha insistito a portare sul tavolo del piano nobile di viale Mazzini, a dispetto delle contrarietà e del dissenso esplicito e più volte ribadito oltre che dei consiglieri di area centrosinistra, anche del presidente della Rai Garimberti.
La doppietta Maccari al Tg1 e Casarin al Tgr – fortemente sostenuta dai falchi del Pdl nel tentativo di ricucire con la Lega in vista delle elezioni amministrative – era e rimane indigesta, nonostante le precisazioni del dg in commissione di vigilanza. Perché se anche Casarin segnala quello che Lei definisce «continuità aziendale» (essendo condirettore da tempo) e Maccari è prorogato con un contratto revocabile in qualunque momento senza oneri per la Rai, in una fase come questa la cosa più indicata era arrivare a una soluzione condivisa, sgombrando la strada a sospetti di accordi politici a destra. Senza forzature e divisioni insanabili, rese evidenti nello show down dal voto a favore dei soli consiglieri che fanno capo alla vecchia maggioranza (Pdl-Lega) e dalla contrarietà del presidente del consiglio di amministrazione.
Ma forzatura è stata, tanto più che, a rigore, la proroga di Maccari non sarebbe possibile, come ha spiegato nei giorni scorsi Rizzo Nervo: una delibera del cda che risale a due anni fa stabilisce infatti che non si possono affidare incarichi di responsabilità editoriali ai dirigenti andati in pensione, e senza possibilità di deroga. E tanto più che pendeva il caso Verro: il consigliere di amministrazione in quota Pdl, divenuto deputato subentrando al sindaco di Brescia che ha preferito la fascia tricolore a Montecitorio, ha votato in doppia carica. Solo ieri – proprio ieri – ha presentato alla camera le dimissioni da deputato. Montecitorio deciderà oggi, lui intanto fa sapere di preferire il cda Rai, anche se in scadenza.
La partita politica che fa da sfondo e su cui il centrosinistra si mette di traverso – e certo Maccari che rassicura il finto Bossi della Zanzara («sappia di poter contare su un amico») non aiuta a dissipare i sospetti – è un resuscitato accordo fra Pdl e Carroccio proiettato sulla Rai, mentre si prospetta un’importante tornata elettorale a livello locale. Con Casarin – vicino al Carroccio – alla direzione delle testate regionali, che al Nord hanno ascolti da record.
Dura la reazione del segretario Pd Bersani: «Non resteremo con le mani in mano. Non staremo certo fermi davanti a coloro che vogliono vedere distrutta un’azienda pubblica». Nella notte di lunedì il presidente del consiglio Mario Monti aveva annunciato che il governo si occuperà della Rai «nei limiti delle sue competenze e nella sua qualità di azionista e regolatore, entro le scadenze che si stano avvicinando».
Se non interverranno decisioni straordinarie (commissariamenti o criteri di nomina nuovi per i vertici Rai), si dovranno seguire le regole della legge Gasparri. E anche se i numeri fra la “vecchia” maggioranza e il centrosinistra in Vigilanza sono pari (venti a venti), il centrodestra intende giocarsi la partita (come Verro dimostra).

da Europa Quotidiano 01.02.12

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