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"Auschwitz. Le parole per dirlo: ai nostri figli", di Paolo Nori

Appena tornato ho detto alla Battaglia che il vento, a Cracovia, ti tagliava la faccia.“E come facevi? ”, mi ha chiesto lei. “Eh, c’eran dei medici, in albergo, che tutte le sere ti ricucivan la faccia te la mettevano a posto”. “Davvero? ” mi ha detto lei. No, – le ho detto io. – Scherzavo”. Ero stato ad Auschwitz con la fondazione Fossoli, cinque giorni. Eravamo andati in treno. Eravamo andati da Carpi a Cracovia. Poi da Cracovia, in corriera, tutti i giorni andavamo sui campi, se così si può dire, ad Auschwitz e a Birkenau. Tutto il giorno sui campi, a quindici sotto zero, al vento, a tagliarsi la faccia. E dopo indietro a Cracovia. E di sera, tutte le sere, a veder gli spettacoli, al cinema Kijow, i primi due giorni, poi in una discoteca polacca nel quartiere universitario. Una discoteca che si doveva chiamare Officina Metallurgica e invece non si chiamava così. Si chiamava Studio zero, o Club studio, o qualcosa del genere. E, si vede, avevano appena lavato i pavimenti, c’era un gran odore di detersivo.
Eravamo in settecento.
E lo storico Carlo Saletti diceva: “Siamo qui in massa”. E a me veniva da pensare: “Siamo qui insieme”.
Tutta questa bontà
C’ERANO delle cose complicate, lì ad Auschwitz.
La cosa più complicata, mi sembra, era: tutta questa bontà. Esser lì insieme a settecento studenti, tutta questa bontà. Ma lì io non ci pensavo, ci penso adesso che sono tornato: tutta questa bontà. Noi, siamo abituati che essere buoni c’è da avere vergogna, mi sembra. Noi siamo abituati così. Non in Polonia, in Italia.
Agli studenti, uno, non sa cosa dirgli.
A uno studente di diciassette anni, che è lì ad Auschwitz e a Birkenau, in gennaio, con quindici gradi sottozero, a tagliarsi la faccia, uno, cosa gli dice? Uno magari non gli dice niente.
Però magari se ti chiedono di accompagnare le guide, di aggiungere ogni tanto qualcosa ai loro discorsi che sembrano preregistrati, tu, cosa gli dici? Magari gli dici che tu, un po’ di anni fa, su youtube, hai trovato un discorso del presidente della camera Fini sulle leggi razziali che cominciava dicendo che era strano, che in un paese cattolico come l’Italia ci fossero state queste leggi contro gli ebrei e, quando avevi sentito così, ti era venuto in mente che ghetto, “ghetto”, è una parola italiana.
I ghetti e la bolla papale del 1555
E CHE i ghetti erano stati istituiti il 14 luglio del 1555 dal papaPaoloIV, italiano. Conlabolla Cum nimis absurdum. E che Cum nimis absurdum era l’incipit della bolla, e significava: “Poiché è oltremodo assurdo”. E la cosa oltremodo assurda e “disdicevole”, c’era scritto nella bolla, era il fatto “che gli ebrei, che sono condannati per propria colpa alla schiavitù eterna”, avevano “l’insolenza” di voler vivere in mezzo ai cristiani, e di voler possedere immobili, e di voler assumere balie e donne di casa. E per punirli per la loro insolenza, il papa italiano Paolo IV, con la bolla Cum nimis absurdum ordinava loro di “Abitare in un luogo separato dalle case dei cristiani”, il ghetto, che nella bolla viene chiamato il serraglio, serraglio che doveva avere un solo ingresso e una sola uscita, e che di notte doveva essere chiuso, e tutti gli animali dentro, e due sentinelle cristiane all’ingresso a controllare, e pagate dalla comunità ebraica. E la bolla del papa italiano stabiliva, per gli ebrei, l’obbligo di portare un segno distintivo di colore giallo (un cappello giallo per gli uomini e un fazzoletto giallo per le donne), e l’obbligo di non tenere servitù cristiana, e l’obbligo di non lavorare durante le festività cristiane, e l’obbligo di non prestare denaro a cristiani, e l’obbligo di mantenere buoni rapporti con i cristiani. E il divieto di esercitare alcun commercio al di fuori di quello degli stracci e dei vestiti usati, e l’esplicito divieto a commerciare “beni alimentari destinati al sostentamento umano”; non potevano toccare con le mani una cosa che doveva esser mangiata da un cristiano. E non potevano curare i cristiani, i medici ebrei; e non potevano farsi chiamare con l’appellativo di “signore” da alcun cristiano, e non potevano fare un sacco di altre cose.
Cultura e barbarie
E DOPO aver letto Cum nimis absurdum, dicevi, non c’era tanto da sorprendersi, che in un paese cattolico come l’Italia ci fossero state le leggi razziali, e che questa idea che noi italiani siam tanto bravi, e che con la Shoah non c’entriamo niente e che quello è stato il male assoluto e che son stati i tedeschi e l’han fatto allora e coi nostri tempi non c’entra niente, questo ti sembra un modo per farti dimenticare per esempio che tua nonna, quandoeripiccolo, tidicevadi stare attento agli zingari che rubano i bambini, e ti diceva che le zingare hanno le gonne così larghe perché sotto ci nascondono i bambini, e quella cosa lì, anche se la diceva tua nonna, che tu le hai voluto un bene che non si può dire, era una menzogna razzista, perchénonc’èmaistato, nellastoria della Repubblica Italiana, nessuno zingaro condannato per rapimento di bambini. E ti viene in mente quelli che pochi mesi fa, a Torino, hanno bruciato un campo rom per vendicarsi di uno stupro che non c’era mai stato, e poi hanno impedito ai pompieri di avvicinarsi per spegnere il fuoco, esattamente come i nazisti con i negozi degli ebrei la notte dei cristalli. E ti viene in mente Dickens, che da qualche parte racconta che quando, da piccolo, andava a scuola, c’era un insegnante che prendeva sempre in giro un ragazzochenonerasveglissimo; “Enoi, –scriveDickens, –cani, ridevamo”. E che forse comincia tutto lì. E che in quel senso, solo in quel senso, tu riesci a capire quello che dice lo storico Carlo Saletti che dice che la cultura è il miglior alleato della barbarie, e lui ti sembra non lo dica in quel senso. E difatti è per quello che il compositore Carlo Boccadoro dice che quella, adesso riassumo, è una gran puttanata. E in tutto il vagone ristorante, siete in treno, state tornando, si accende una discussione e sono tutti intorno a Carlo Saletti a chiedergli: “Ma cosa dici? ”. E lui dice che quello che voleva dire era che “La cultura non ti immunizza dalla barbarie”. E gli altri dicono “Ahhhh”. E una ragazza di diciassette anni ti chiede “Ma come faccio, a capire quello che devo fare? ”. E tu le rispondi che non lo sai. E di portare pazienza. E che se sta attenta, forse, se ne accorge da sola. E una ragazza di diciotto anni ti dice che lei, a Birkenau, voleva stare da sola. Senza la guida, senza la gente, senza la massa. Non insieme, da sola. E tu dici che Birkenau, è strano, ma è un posto bellissimo. E è un posto che non si può raccontare. E che ti mette addosso una voglia di raccontarlo che, da un certo punto di vista, inspiegabile. E che tu, la prima volta che l’hai visto, quando sei uscito, hai pensato Quando torno a casa lo devo raccontare alla Battaglia”. E ti sei inspiegabilmente commosso. E la Battaglia è tua figlia. E allora aveva tre anni. E dopo, quando sei tornato, hai avuto vergogna non gliel’hai raccontato.

Il Fatto Quotidiano 02.02.12

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