attualità, politica italiana

Ma ora pensiamo alla «fase tre», di Vincenzo Visco

Ancora una volta la manovra correttiva del Governo è stata ritenuta da molti eccessivamente squilibrata dal lato delle entrate. Il Governo ha comunque deciso di riprendere e completare la spending review impostata dal Governo Prodi nel 2006-08 per individuare i margini esistenti per tagli consistenti. Tuttavia le difficoltà (tecniche e politiche) di un deciso intervento di riduzione delle spese rimarranno ed è bene cercare di capire il perché e di impostare una strategia di lungo periodo capace di ottenere una riduzione strutturale della spesa pubblica di (almeno?) 4-5 punti di Pil. Se si osserva il periodo compreso tra il 2000 e il 2010 (10 anni), si può verificare che le spese correnti sono cresciute di 4,5 punti di Pil che, al netto degli interessi, diminuiti nel decennio di 1,8 punti, diventano ben 6,2! Questo è il lascito di quello che ben può essere definito il “decennio perduto”.
È possibile tornare indietro? La risposta è positiva, ma saranno necessari molto tempo e molta perseveranza.

Se si guardano le singole voci è possibile notare che quelle di maggior rilievo quantitativo, che sono le pensioni (prestazioni sociali in denaro) e le retribuzioni dei dipendenti pubblici, sono anche quelle che nei 10 anni considerati sono cresciute di più: +2,9 e +1,3% rispettivamente. Se non si vogliono ridurre le pensioni e i salari in essere è evidente che queste spese non possono essere ridotte nel breve periodo. Tuttavia è possibile programmare (e prevedere) la riduzione della loro rilevanza nel periodo medio-lungo. In questa direzione va la recente riforma previdenziale che dovrebbe contenere in misura rilevante la dinamica delle spese, nonché il blocco degli stipendi del settore pubblico. In alcuni anni, quindi, queste politiche potrebbero contribuire a una riduzione non episodica e non trascurabile della incidenza della spesa.

Il blocco degli stipendi pubblici potrebbe essere attenuato da una consapevole politica nazionale di riallocazione e riqualificazione dl personale, anche ricorrendo a forme di prepensionamento.
Quanto alle altre voci di spesa i consumi intermedi sono cresciuti di quasi un punto di Pil che riflette sia la gestione della spesa sanitaria, sia la perdurante incapacità delle pubbliche amministrazioni a esercitare il loro potere di monopsonio (e a pagare tempestivamente gli acquisti). Le prestazioni sociali in natura sono cresciute di 0,6 punti, e le altre spese correnti di 0,9 punti.
In ogni caso sembra evidente che il controllo e la riduzione di una spesa primaria che, fino al 2007 – come ha più volte ricordato Giuseppe Pisauro – è cresciuta continuamente ogni anno del 2% in termini reali è operazione complessa che può essere affrontata solo attraverso modifiche sostanziali del funzionamento e dell’assetto istituzionale delle pubbliche amministrazioni.

Modifiche quali l’accorpamento o abolizione di Comuni e Province vanno nella giusta direzione a condizione che esse producano la riorganizzazione dell’erogazione dei servizi sul territorio. L’unificazione nell’Inps degli enti previdenziali è positiva, anche se l’ammontare dei risparmi attesi appare deludente. Più efficace sarebbe probabilmente l’attribuzione all’Agenzia delle Entrate del compito di riscuotere anche i contributi, dal momento che in questo caso siamo di fronte a una evidente duplicazione di funzioni. Da evitare, invece, la fusione delle Agenzie fiscali dal momento che l’attività svolta da ciascuna non presenta settori rilevanti di sovrapposizione, e si rischierebbe invece una perdita rilevante di efficienza complessiva; andrebbe piuttosto rafforzato il ruolo di direzione e controllo del dipartimento delle Politiche fiscali, oggi troppo debole. Sicuramente importante sarebbe la riorganizzazione delle attività giudiziarie sul territorio.

Per quanto riguarda le forze di Polizia andrebbe valutata attentamente la situazione attuale, che vede una parte consistente del personale impegnata in attività di back-office che potrebbero essere più efficacemente gestite unitariamente da un organismo esterno. Andrebbe inoltre creata una unica piattaforma informatica per l’intera pubblica amministrazione. Andrebbe rivista la normativa sugli appalti riducendo le stazioni appaltanti…
Vi è poi la questione del “federalismo”: i principali erogatori di spesa sono in Italia gli enti previdenziali (42% del totale delle spese primarie), seguono le amministrazioni locali (33%), e a distanza quelle centrali (25%). È allora evidente che se non si riesce a incidere anche sulle spese locali non si va lontano. E qui il lavoro da fare è enorme, dal momento che non si dispone delle informazioni statistiche necessarie e che sino attendibili e confrontabili. È chiaro ad esempio che l’esternalizzazione di servizi, o la creazione o l’uso improprio di società controllate sono state uno strumento non trascurabile di aumento delle spese locali.
Si potrebbe continuare. Ma sembra evidente che per ridurre effettivamente le spese nel nostro Paese una spending review non può che essere l’inizio. Idealmente per ciascuna pubblica amministrazione servirebbe un vero e proprio piano industriale elaborato con l’aiuto di consulenze, anche esterne, molto professionali. Si può fare, ma occorre tempo, condivisione e determinazione. Il nuovo Governo ha le carte in regola e l’opportunità per iniziare un processo che non sarà comunque breve, ma che una volta iniziato dovrà proseguire senza interruzione indicando obiettivi intermedi qualificabili e verificabili.

Il Sole 24 Ore 02.02.12

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