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"Bersani a Napolitano: siamo preoccupati, il Pdl non è leale", di Emilia Patta

«Il Pdl sta venendo meno al suo dovere di responsabilità». La preoccupazione del leader del Pd Pier Luigi Bersani dopo il voto di giovedì alla Camera, con Pdl e Lega che a scrutinio segreto hanno fatto passare la responsabilità civile diretta per i magistrati che sbagliano, è palpabile. Ne ha parlato giovedì sera durante il “vertice” di maggioranza alla presenza del premier Mario Monti e del segretario azzurro Angelino Alfano. E ieri lo ha ripetuto al Quirinale a Giorgio Napolitano. «Non può esserci un partito che, pur non condividendo al 100 per 100 l’azione di governo, responsabilmente mantiene gli impegni mentre altri votano a seconda delle convenienze giocando a mani libere».
L’incontro con il capo dello Stato, che aveva già incontrato nei giorni scorsi Silvio Berlusconi e Gianni Letta per una colazione “privata”, è stato sollecitato proprio da Bersani. Il segretario democratico ha elencato una serie di episodi che al Pd non sono affatto andati giù e che alimentano la preoccupazione che il Pdl non stia giocando lealmente. La Rai e il voto a maggioranza nel cda. La giustizia e il blitz sulla responsabilità civile dei giudici. E poi le liberalizzazioni che il Pdl sta tentando di annacquare al Senato. Bersani non ci sta, e ieri lo ha detto anche a Napolitano esprimendo «forte preoccupazione per alcuni comportamenti non adeguati alla situazione da parte di forze politiche che a parole dicono di sostenere il governo Monti ma poi nei fatti fanno resuscitare la vecchia maggioranza». Per quanto riguarda la giustizia, il Pd non può accettare che la vicenda si concluda così, e per di più con le toghe sul piede di guerra e pronte allo sciopero. Bersani avrebbe anche anticipato al capo dello Stato l’intenzione di prendere qualche iniziativa, al Senato, per correggere la contestata norma sui giudici introdotta alla Camera.
Quanto al delicato tema del lavoro, sul quale anche ieri il premier è tornato invitando a superare le rigidità dell’articolo 18, Bersani tiene per ora il low profile. È il momento del silenzio – dicono a largo del Nazareno – lasciamo lavorare il tavolo Governo-parti sociali. Ma è chiaro che dietro tutta la preoccupazione e l’irritazione di Bersani sull’atteggiamento del Pdl in materia di tv e giustizia c’è proprio “lui”, l’articolo 18 e la riforma della normativa sui licenziamenti alla quale il Governo sta lavorando. Come a dire: se ogni partito vota solo ciò che gli piace, allora noi quelle norme non le dovremmo votare, con tutte le conseguenze sulla tenuta del Governo. La nuova uscita di Monti sull’articolo 18 («frena gli investitori», si veda pagina 3) ha riagitato le acque democratiche, confermando che per il Pd quello sarà il vero scoglio.
Parte in quarta il responsabile economico Stefano Fassina: «Le affermazioni di Monti sul fatto che l’articolo 18 inibisce gli investimenti esteri e nazionali sono sorprendenti perché assolutamente infondate. Nella nostra proposta non c’è perché per noi non è un problema. Toglierlo indebolirebbe il potere negoziale dei lavoratori e svaluterebbe il lavoro, è una strada perdente per i lavoratori e per il Paese». Lo segue l’ex ministro Cesare Damiano: «Sbagliato incaponirsi sull’articolo 18: le aziende non assumono perché siamo in recessione, non perché esiste l’articolo 18. Semmai il punto è aggiungere strumenti di protezione». E lo ribadisce anche un ex sindacalista come Sergio D’Antoni, cattolico e già leader della Cisl, a conferma che l’articolo 18 non è una fissazione dell’ala “sinistra” ma mette in difficoltà tutto il partito: «Parlo per me, ma credo di interpretare la sensibilità di tanti: io penso che il Pd debba spingere sulla trattativa, fare in modo che l’accordo si faccia e dire che se non c’è l’accordo con le parti sociali noi non voteremo misure che escano dall’accordo».
Da qui la cautela mostrata sull’argomento da Bersani: lasciamo lavorare Governo e parti sociali all’accordo. Sperando che ci siano le firme di tutti. Altrimenti si vedrà…

Il Sole 24 Ore 04.02.12

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