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«Monti stia attento, sosteniamo il governo ma non a qualsiasi costo», intervista a Rosy Bindi di Maria Zegarelli

Se al Senato non cambia l’articolo sulla responsabilità civile dei giudici
non si va avanti né sulla Comunitaria né su altro». La presidente del Pd Rosy Bindi sta cercando di tornare a Sinalunga sotto fiocchi di neve. Clima gelido, non soltanto dal punto di vista meteo.E neanche la lettura dei giornali e delle agenzie di stampa aiuta a scaldare la temperatura. Presidente, giovedì dalla Camera è partito un segnale piuttosto chiaro al governo. Pdl e Lega possono ricompattarsi, almeno su alcuni temi, e mandare a casa i tecnici.
«Ce ne sono stati almeno due di segnali in questo senso nei giorni scorsi e vanno letti insieme: la vicenda del cda Rai e la giustizia. Sono due temi, giustizia e informazione, pietra dello scandalo di questa legislatura e sui quali la vecchia maggioranza è ancora compatta, con qualche aiutino trasversale che non mi è piaciuto affatto».
Si riferisce a quelle decine di voti arrivati dal centrosinistra e dal Terzo Polo? «Esattamente. Ma il segnale politico è arrivato da un partito, il Pdl. Per questo suggerirei al presidente Monti di leggere quei segnali e capire da dove vengono e chi organizza le imboscate. Ha fatto bene a chiedere un confronto con i leader l’altra sera, ma farebbe meglio a chiarire con il Pdl. Resto anche convinta del fatto che il ministro avrebbe fatto bene a venire in aula l’altro giorno».
Secondo lei che speranze ha di andare avanti un governo che ha iniziato la fase due: quella dei veti?
«Noi del Pdnon abbiamo iniziato alcuna fase di veti, siamo perché duri per l’intera legislatura ma, proprio per questo, a viso aperto sulle questioni fondamentali intendiamo dire la nostra. Uno: su giustizia e informazione non accettiamo che si approfitti del governo Monti per imporre scelte berlusconiane. Due: non si fanno le riforme senza di noi. Nessuna. Non abbiamo preclusioni ma non accettiamo aut aut».
Come sull’articolo 18?
«Ma come fa il ministro Fornero a dire quello che ha detto? Piuttosto il governo approfitti di questa ritrovata unità sindacale e della disponibilità delle forze politiche per portare a termine una buona e condivisa riforma del lavoro».
In realtà non è solo il ministro Fornero. Monti ha appena detto che l’articolo 18 sconsiglia gli investimenti.
«Mi dispiace doverlo dire ma questo è un atteggiamento ideologico da parte del governo. Monti ha in testa il modello danese? Bene, allora garantisca gli stessi ammortizzatori sociali, la stessa offerta di lavoro, la stessa mobilità sociale e con un miracolo la stessa coesione sociale. Altrimenti farà bene a proporre misure in grado di
allargare l’ingresso al lavoro e non le forme di uscita».
Se non si dovesse raggiungere l’accordo, il ministro Fornero ha detto che andrà comunque avanti. Sarà il Pd a fermarla in Parlamento?
«Preferisco non pronunciarmi sulla subordinata perché l’obiettivo deve essere quello di una riforma condivisa. Noi del Pd mandiamo un messaggio chiaro: no a riforme contro le parti sociali».
Monti, dopo aver detto che il posto fisso genera noia, ha appena aggiunto che i giovani farebbero bene a non pensare al loro futuro solo qui in Italia. Era solo una caduta di stile o un pensiero chiaro di come il governo pensa alla Riforma?
«Una caduta di stile c’è stata sicuramente, ma qui siamo di fronte ad un certo modo di pensare. Io sogno un’Italia dove i giovani di altri Paesi vogliono venire e non un’Italia dalla quale i nostri ragazzi devono andarsene per crearsi un futuro. La flessibilità, poi, si può chiedere a certe condizioni che non sono quelle date in questo
momento, né si creano intervenendo sull’articolo 18. Non esistono buoneo cattive teorie: vanno verificate con la realtà. Così come i governi vanno avanti se fanno le cose giuste».
Un avvertimento?
«Nessun avvertimento. Le nostre posizioni sono note: leali e disponibili al confronto per le riforme ma dando il nostro contributo, mettendoci le nostre idee».
Pdl e Lega si compattano su giustizia e informazione, il Pd fa scudo sul lavoro.
Ma quanto può durare un governo che si regge su una maggioranza così fragile?
«Intanto io non parlo di maggioranza ma di partiti che sostengono un governo tecnico per senso di responsabilità. Noi non intendiamo staccare la spina, se è questo che intende, ma Monti deve capire che non può andare avanti a tutti i costi. Qui ci sono due punti delicati: da una parte i temi ad alta sensibilità berlusconiana
di cui abbiamo già parlato; dall’altra gli impegni che abbiamo preso con l’Europa. Noi la lettera Bce l’abbiamo presa sul serio,ma non condividiamo le risposte che aveva dato il governo Berlusconi e non accettiamo che si mettano sullo stesso piano tutti i partiti, come se ci trovassimo di fronte al fallimento dell’intera classe politica. Non è così: se oggi c’è il governo Monti è perché è fallita la precedentemaggioranza.
Il fatto che il Pd abbia rinunciato, in questa fase, ad aprire una riflessione sui motivi che ci hanno portato in questa situazione, non vuol dire che sia disposto ad essere messo sullo stesso piano di Pdl e Lega».
Ma come, Polillo vuole Berlusconi al
Quirinale…
«Ecco un’altra caduta di stile da parte di questo governo. E non è l’unica. I tratti duri del volto della Fornero; “gli sfigati” del sottosegretario Martone; la noia del posto fisso evocata da Monti e adesso Polillo che vuole Berlusconi al Quirinale. Capisco che certi comportamenti di alcuni politici non aiutano ad essere autorevoli con questo governo, ma c’è un limite».
A proposito di questo, la vicenda Lusi non aiuta a restituire credibilità ai partiti.
«È evidente che quando accadono queste cose si indebolisce l’autorevolezza
dei partiti già compromessa. Ma noi dobbiamo reagire e il Pd sta facendo bene a distinguere il comportamento personale di un singolo dal partito a cui appartiene. Da tutto ciò dobbiamo trarre una lezione; serve fin da ora una legge che regolamenti la vita interna dei partiti e di nuove norme sul finanziamento pubblico».

L’Unità 04.02.12

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“Le banderillas dei partiti”, di LUIGI LA SPINA

Fragile, perché il governo Monti non può contare su un vero accordo politico tra i componenti della sua inedita maggioranza. Forte, perché i partiti che hanno votato la fiducia in Parlamento sanno che abbatterlo vorrebbe dire arrecare danni enormi al Paese, ma infliggersi anche un harakiri definitivo per la loro credibilità nei confronti dell’opinione pubblica.

Tecnico, perché si fonda sulla competenza del premier e dei ministri nelle questioni che devono dirimere. Politico, perché l’abilità del presidente del Consiglio nel destreggiarsi tra un’ex maggioranza, inquieta e delusa, e un’ex opposizione, diffidente e divisa, dimostra una vocazione certamente non improvvisata. Libero, perché non è costretto a subire i «veti» delle corporazioni che stanno affondando l’Italia, dal momento che non si regge sul loro consenso. Prigioniero, vincolato com’è a distribuire sacrifici e vantaggi, con millimetrica equità, tra tutte le forze sociali tutelate dai partiti che devono approvare, in Parlamento, i suoi provvedimenti. Il governo Monti, in realtà, più che un governo «strano», come lo ha definito il premier, è il campione dei contrari, il trionfo dell’ossimoro, quella figura retorica che accosta termini in assoluta antitesi tra loro.

Quanto potrà durare questo virtuosistico cammino sul filo che Monti è costretto a compiere tutti i giorni? E, soprattutto, il premier riuscirà a realizzare le fondamentali riforme che consentiranno all’Italia di uscire dalla «zona a rischio» dell’Europa? Oppure, quel filo finirà per avvolgerlo nella tela di ragno dell’impotenza e della delusione? Sono domande a cui proprio la curiosa contraddittorietà delle caratteristiche di questo governo consiglierebbe risposte caute e ambigue. Si possono affacciare alcune considerazioni, invece, che potrebbero indurre a un certo ottimismo sulla sorte dell’esperienza Monti, sfidando il destino dei commentatori politici, quello dell’immediata e clamorosa smentita.

Questo governo, come si è detto, ha saputo intercettare una diffusa domanda di cambiamento nel costume della politica italiana. Un desiderio di rigore, di competenza, soprattutto la necessità di una vera efficacia realizzativa, veloce nei tempi e concreta nelle conseguenze, dopo tanti anni di quelle inutili promesse e di quelle imprudenti autoesaltazioni tipiche dei «governi del fare».
A questa richiesta di una decisa svolta, i partiti dimostrano la loro incapacità di rispondere con proposte forti, condivise al loro interno, coraggiose e innovative al punto tale da imporle al centro della discussione pubblica. Ecco perché la frustrazione, provocata dalla consapevolezza di questa loro impotenza, produce l’effetto di un ribellismo trasversale che, di tanto in tanto, si sfoga nel voto parlamentare contrario al parere del governo. Non a caso, sempre in una ottica difensiva e corporativa, tipica di una categoria che si sente debole e invisa. Una volta, per salvare dalla galera un loro rappresentante; un’altra, per opporsi alla riduzione di privilegi pensionistici e non; un’altra ancora, per vendicarsi delle iniziative giudiziarie delle procure. Spesso, nel tentativo nostalgico di ritornare al clima di contrapposizione frontale del passato, come nel caso della Rai o, appunto, della lotta contro la magistratura. Un tempo in cui il chiacchiericcio della polemica, aspra e sguaiata, dava loro l’impressione di una primazia e di un potere che, oggi, sembrano del tutto svaniti.

A rimorchio sul tema che interessa veramente i cittadini e sul quale è il governo a condurre la danza, cioè l’economia, i partiti non comprendono che potrebbero dare un significato alla loro esistenza e alla loro attività in questo scorcio di fine legislatura solo su una questione, peraltro in cui avrebbero piena sovranità e sulla quale potrebbero sperare in un riscatto di fiducia da parte degli italiani: la legge elettorale. Una riforma che restituisse al popolo il potere di scegliere i loro rappresentanti in Parlamento. Ma le speranze di un’intesa sono poche, perché è molto difficile un accordo che soddisfi interessi elettorali contrastanti e, soprattutto, perché è così comodo, per tutte le segreterie dei partiti, continuare a dipingere a loro somiglianza deputati e senatori, scaricandosi vicendevolmente la responsabilità di non voler cambiare la legge.

Ecco perché è probabile che i volteggi di Monti, tra un’intervista televisiva e un Consiglio dei ministri-fiume, possano continuare, nonostante gli avvertimenti, le punzecchiature, le ribellioni della pancia parlamentare, come quelli dei giorni scorsi. Sussulti di protagonismo che mirano a infiacchire la vitalità del governo, come, nella corrida, le banderillas fanno al toro, ma che non vogliono scagliargli il colpo mortale.

La Stampa 04.02.12

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