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"Partiti, una buona legge non è rinviabile", di Pino Pisicchio

La brutta storia del boy scout che prende sottobraccio la fiduciosa nonnina (Margherita) per poi spingerla sotto l’auto in corsa e rubarle la borsetta con tredici milioni di euro, rischia di soffocare con l’eclatanza della sua drammatizzazione – e l’avvelenato stupore delle parti lese, oggetto dei retropensieri più torvi da parte della pubblica opinione – gli aspetti per così dire “di struttura” della vicenda. Oltre il giudizio morale, ovviamente di condanna, per il latrocinio che, peraltro, arriva proprio nel momento di più bassa reputazione della politica e dei suoi attori, a nulla valendo i recenti sforzi di autodecurtazione delle indennità parlamentari, cancellati in un amen, nell’immaginario sociale, dall’amministratore della Margherita, resta il tema del “cosa fare”. Con l’aggiunta temporale: “subito”.
E torna sotto i riflettori l’antico mantra della regolazione giuridica del partito politico, recitato, addirittura, fin dai tempi della Costituente. Alleluia! Sono tre legislature che torniamo a ripresentare proposte di legge di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, per porre paletti seri e meno volatili delle scarne foglie di fico che l’attuale normativa sui rimborsi elettorali mette davanti alle pudende della forma-partito, rammentando che l’attuale imprendibile liquidità dei partiti personali impedisce l’utilizzo pleno iure, per questa “strana” forma di associazione politica, del termine democrazia.
E puntualmente il dibattito si avvia nelle commissioni parlamentari e poi, inesplicabilmente, svapora, si perde sotto le onerose carte delle urgenze legislative. Come se stessimo parlando di un fastidioso rovello che investe qualche maniaco della regolamentazione ad ogni costo. Oggi, dunque, il dibattito riparte e spero anche le decisioni legislative. Perché bisogna capirsi: sono forse vent’anni che continuiamo a parlare di partiti politici – e continuiamo ad attribuire ai partiti le fondamentali decisioni della vita pubblica – avendo di fronte, però, qualcosa di molto diverso dai partiti di massa del secolo scorso, attraversati da una dialettica democratica interna assai intensa, partecipati da una militanza che arrivava negli anni ottanta a registrare quattro milioni e mezzo di iscritti, a fronte di un corpo elettorale di 37 milioni di cittadini, dotati di una classe parlamentare che veniva selezionata col voto dal basso. Quelli che chiamiamo ancora partiti oggi sono una cosa tutta diversa, circuiti chiusi costruiti attorno alla figura del leader, cerchi magici, spesso garantiti da strutture statutarie addomesticate, che nessuno può permettersi di spezzare, appannaggi personali, dal lato della politica e da quello dei patrimoni, dei capi, club di cooptati al servizio del fondatore. Sospinti, dunque, non dalla militanza, solo da una forza mediatica.
E, naturalmente, quei partiti continuano a svolgere le funzioni fondamentali che l’ordinamento costituzionale e la prassi han loro consegnato, dalla formazione delle liste per lo svolgimento delle elezioni politiche, necessarie per rinnovare la rappresentanza, alle nomine negli enti pubblici e a molto altro ancora. Occorre, dunque, mettere mano ad una buona legge sui partiti politici. Ma anche ad una buona riforma della legge elettorale, ricordando che ogni regime elettorale che tende ad escludere gli elettori dalla scelta della rappresentanza, oltre che essere “intrinsecamente” anticostituzionale, agevola la tendenza alla gestione “occulta” degli affari di partito, poiché consegna tutte le decisioni nelle mani di pochi. Che talvolta, come si è visto, possono essere raggirati anche da un boy scout. Infedele.

da EuropaQuotidiano 07.02.12

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