attualità, partito democratico, politica italiana

"Inciucisti a chi?", di Giorgio Merlo

È davvero curiosa la reazione violenta e furibonda dei soliti noti contro l’ipotesi, che ormai sta diventando sempre più realtà, di riformare l’attuale legge elettorale collaborando con tutti i partiti. Da mesi, anzi da anni, assistiamo alla predica di cancellare il cosiddetto Porcellum e di scrivere un’ennesima legge elettorale. Richiesta che adesso sta decollando concretamente e che, guarda caso, registra la contestazione proprio di quei partiti che l’hanno rivendicato con forza e determinazione nel tempo passato.
Partiti che, è sempre bene non dimenticarlo, da un lato urlavano in modo sguaiato la necessità della riforma e, dall’altro, con altrettanta puntualità, invocavano sino a ieri – e lo invocano ancora oggi – le elezioni anticipate che sarebbero disciplinate, guarda caso, proprio dal Porcellum.
Del resto, non c’è affatto da stupirsi. I partiti padronali, cioè retti solo ed esclusivamente dal carisma del “capo” e dove non c’è traccia di democrazia interna se non nell’adulazione acritica e quotidiana verso il leader maximo, individuano nel porcellum proprio lo strumento più adeguato per selezionare la classe dirigente e spedire al parlamento i rispettivi adulatori. Una prassi abbastanza collaudata e non affatto originale. E, forse, parte da qui la reazione violenta contro l’ipotesi, ormai abbastanza concreta, di arrivare al più presto ad una nuova legge elettorale.
Una legge, comunque sia, necessaria ed indispensabile che non ammette più furbizie, rinvii o tentennamenti vari. Neanche di quei partiti che strillano di giorno e sperano, alla sera, che nulla cambi per poi lucrare il consenso degli “indignati” per la combutta con il “nemico” e selezionare in caminetto la propria rappresentanza parlamentare.
No, quel giochetto sta per finire. E, al riguardo, non c’è nulla di male nel costruire la futura legge elettorale con l’avallo di tutti i partiti. A cominciare da quelli che hanno una maggior forza elettorale e un maggior radicamento sociale e territoriale per poi estendersi a tutti i partiti minori.
Senza pregiudiziali morali e senza anatemi politici o, peggio ancora, ideologici. Cosa significa contestare a priori il dialogo tra il Pd e il Pdl e il Terzo polo per costruire una nuova legge elettorale e cancellare definitivamente il Porcellum e il Mattarellum? Cosa significa lanciare continuamente strali e invettive contro il “nemico” che, stando al giudizio di questi moralisti non avrebbero titolo e dignità per costruire la futura legge elettorale? Chiunque sa che la legge elettorale è la “madre” di tutte le riforme e che, proprio dal profilo della legge elettorale si costruiscono le coordinate del sistema politico.
Dalle coalizioni che si andranno a formare alla nascita di nuovi partiti, dalla credibilità dei rispettivi programmi di governo ai criteri che presiederanno la selezione della rappresentanza parlamentare. Tutto questo dipende solo ed esclusivamente dalla legge elettorale. Si potrebbero fare decine e decine di esempi che comprovano questa semplice ma vera considerazione. E, quindi, il dialogo avviato con il Pdl, il Terzo Polo, la Lega da parte del Pd e con tutti quelli che ragionano laicamente senza filtri moralistici e ideologici è positivo e da incoraggiare.
I risultati li vedremo e, quasi sicuramente, nessuna legge elettorale sarà la fotocopia di ciò che vogliono e desiderano i singoli partiti. Che, non caso, sono sempre il frutto di qualche convenienza di partito oltrechè la conseguenza concreta del sistema politico che si vuol costruire. Ora, al di là di questa considerazione, è decisivo che la futura legge elettorale risponda almeno a tre criteri di fondo: consentire la formazione di alleanze di governo e non di astratti e sterili cartelli elettorali che abbiamo conosciuto negli ultimi anni a partire dal 1994; garantire una stabilità politica essenziale per il nostro paese introducendo una norma che blocchi l’eccessiva frammentazione del quadro politico, pur conservando una sufficiente rappresentatività democratica; e, infine, ridare la possibilità agli elettori di scegliersi i propri rappresentanti.
Tre obiettivi che si possono tranquillamente raggiungere con partiti che hanno una visione diversa, se non alternativa, sul progetto di governo della società ma che sui caposaldi essenziali del vivere comune si ritrovano in un comune disegno politico ed istituzionale. E se questo obiettivo politico sarà raggiunto avremo la conferma che anche la politica italiana, seppur in crisi, può raggiungere traguardi positivi. Nel rispetto delle distinzioni politiche ma in un quadro dove non c’è il “nemico” da abbattere ma l’avversario con cui confrontarsi. Soprattutto quando si parla di regole istituzionali e, nello specifico, di sistema elettorale.

da Europa Quotidiano 11.02.12

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“Un Pd convertito al proporzionale. Come e perché la linea è cambiata”, di Rudy Francesco Calvo

La transizione silenziosa dal doppio turno (deciso all’unanimità) alla bozza Violante-Bressa
La copertura politica ufficiale di Pier Luigi Bersani è giunta ieri da Tunisi: «Bisogna uscire da un meccanismo ipermaggioritario che ha portato guai enormi. Serve un mix di maggioritario e proporzionale, con un meccanismo premiale per le coalizioni».
La bozza Violante-Bressa presentata alle altre forze politiche nelle trattative di questi giorni e svelata ieri da alcuni quotidiani, tra cui Europa, risponde alle esigenze espresse dal segretario del Pd, che ha posto paletti chiari: «L’elettore deve conoscere il suo deputato e i partiti devono presentarsi con il loro volto». Insomma, Bersani vuole il simbolo del Pd sulla scheda e vuole il legame tra eletti ed elettori. Con i collegi uninominali, innanzi tutto, ma senza disdegnare nemmeno brevi liste bloccate (apprezzate, a dire il vero, in modo bipartisan).
I principi espressi dal segretario dem hanno accompagnato la storia del partito sin dalla sua nascita con Veltroni, ma sotto la gestione bersaniana hanno cambiato progressivamente la propria realizzazione pratica. Il primo atto fu l’assemblea nazionale del maggio 2010 a Roma. Lì i delegati eletti con le primarie approvarono all’unanimità una mozione sulla riforma elettorale che, tralasciando i dettagli, imponeva ai vertici del partito l’elaborazione di una proposta che «deve favorire la costruzione nelle urne di una maggioranza di governo » e suggeriva come «buon sistema elettorale» quello «di impianto maggioritario fondato sui collegi uninominali».
Un testo abbastanza vago da essere accettato come buona mediazione da tutte le componenti del Pd, al termine di un lungo confronto notturno all’interno del padiglione della Fiera di Roma. A dire il vero, nemmeno il passaggio da questa dichiarazione di principio alla formulazione di una proposta (più o meno) dettagliata creò particolari turbolenze interne. Fu il “caminetto” del 9 giugno 2011 (quasi un anno dopo, quindi) a varare, anch’esso all’unanimità, quello che fu chiamato “modello ungherese”: un mix di uninominale a doppio turno (60 per cento) e recupero proporzionale (35 per cento), che lasciava spazio anche a chi non avrebbe superato lo sbarramento, grazie a un diritto di tribuna pari al 5 per cento dei seggi. Una proposta che fu formalizzata in maniera autorevolissima, depositandola come disegno di legge il 26 luglio scorso sia al senato (prima firmataria Anna Finocchiaro) che alla camera (primo firmatario Pier Luigi Bersani, secondo Dario Franceschini). Questo è stato l’ultimo atto formale del Pd in materia di legge elettorale.
Il primo segnale della virata proporzionalistica l’ha dato Franceschini nello scorso mese di dicembre, con due interviste (a la Repubblica e La Stampa) in cui prima spiega che «il bipolarismo si può difendere anche con una legge proporzionale » e poi, per sgombrare il campo dall’ipotesi di un modello di tipo spagnolo (effettivamente bipolare), chiarisce di riferirsi a «qualcosa che assomigli» al tedesco. È l’ultimo atto dell’avvicinamento di AreaDem alla maggioranza bersaniana, dopo il divorzio da MoDem. A dare il via libera alle trattative, prima interne e poi con gli altri partiti, è l’ultima riunione del caminetto, che dà mandato a Violante, Bressa e Zanda di elaborare una nuova proposta da presentare al tavolo. Il gruppo è allargato anche a Tonini e D’Ubaldo, in rappresentanza della minoranza, ma i due non parteciperanno agli incontri con le altre forze politiche. Ne viene fuori la proposta spiegata ieri: un mix di collegi uninominali e liste circoscrizionali, con l’aggiunta di un “bonus” per le coalizioni (o le liste) che superano il 10 per cento. Una bozza lasciata volontariamente in bilico tra tedesco e spagnolo, per cercare poi il giusto equilibrio al tavolo con le altre forze politiche. «Un sistema buono per uscire dal bipolarismo coatto di questi anni – spiega Tonini – a patto di non impedire ai cittadini di decidere il loro governo. Non possiamo costruire un sistema elettorale in cui il secondo turno sia una sorta di congresso dell’Udc, per decidere in parlamento con chi stare».
Violante, però, presenta al tavolo delle trattative proprio con l’interpretazione più “tedesca” del modello elaborato. Secondo Arturo Parisi, «in radicale contrasto con lo spirito e i deliberati che hanno preparato e guidato per anni la costituzione del partito». Ma per la gioia del Terzo polo, che subito si dichiara d’accordo.
La torsione a 180 gradi dei Democratici è così compiuta. Perché possa servire effettivamente a superare il Porcellum, però, la strada è ancora lunga. «Mi sembra che per ora ci siano solo tante, troppe parole», dice Anna Finocchiaro. E rimane, soprattutto, l’incognita del Pdl: davvero Berlusconi si è convertito alle riforme? E, in seconda battuta, anche lui è disposto, come sembra essere il Pd, ad affidare al Terzo polo il ruolo di ago della bilancia per la prossima legislatura?

da Europa Quotidiano 11.02.12

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