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"La prevenzione possibile contro le emergenze", di Mario Tozzi

Che in fatto di eventi meteorologici noi uomini contemporanei siamo vulnerabili come nel Medioevo dovrebbe essere evidente anche al più miope dei cittadini italiani
Soprattutto i romani, sommersi in questi giorni non solo dalla neve, ma anche da messaggi contraddittori e provvedimenti inefficaci o cervellotici. Anzi, le civiltà moderne metropolitane affidano il loro funzionamento a una tecnologia sofisticata ma delicata, che non riesce a difendersi dai freddi siderali o dalle acque torrenziali. Il gelo spezza i cavi dell’alta tensione e spegne la luce nel terzo millennio come nei secoli bui impediva di accendere le fiaccole. E i nostri amministratori locali sono, con le dovute eccezioni, assolutamente impreparati a fronteggiare i rischi naturali.
A Roma si obbligano le catene montate sulle auto e non si fanno circolare le moto quando non c’è neve a terra, dopo di che non si riescono a riaprire importanti arterie cittadine per giorni dopo la nevicata. E sia a Roma che a Genova (durante la scorsa alluvione) non si sanno interpretare correttamente i bollettini dell’Aeronautica militare o i dispacci della Protezione Civile che, per definizione, non possono recare la scritta rossa: catastrofe!

Nel prossimo futuro questi eventi rischiano di diventare più numerosi, più violenti e più duraturi, se è vero come è vero, che i ricercatori addossano la responsabilità delle punte di estremo freddo in Europa (già frequenti negli ultimi anni, l’ultima nell’inverno 2009-2010) al grande caldo estivo che sta fondendo i ghiacci artici. Mancano oggi all’appello 3 milioni di kmq di banchisa polare (rispetto al 1978): per questa ragione il calore del Sole non viene disperso dal riflesso di quei ghiacci ma riscalda l’Oceano e l’atmosfera, innescando situazioni anomale (ma non più eccezionali) come quella che stiamo registrando oggi. I venti occidentali indeboliti non riescono a spazzare via quelli freddi siberiani che arrivano senza più barriere a investire il Mediterraneo centrale. Come a dire che il grande freddo dipende dal grande caldo e che l’estremizzazione del clima è diventata la regola.

Ma mentre sappiamo che per difenderci dal terremoto dobbiamo costruire meglio e che per sfuggire all’alluvione o al vulcano ci dobbiamo spostare altrove, per reggere all’impatto meteorologico non sappiamo fare altro che ritirarci in casa chiudendo scuole e uffici. Come nel Medioevo. Invece qualcosa di più si può fare già ora, nonostante i cordoni della borsa statale siano più stretti e le amministrazioni locali sembrino impotenti. Per prima cosa si deve ribadire che quello in sicurezza non è un investimento a fondo perduto o un lusso, tutt’altro. Consente in realtà di risparmiare da 5 a 7 volte rispetto a quanto si spenderà in emergenza. E, siccome l’emergenza ci sarà certamente, semplicemente conviene non tagliare quei fondi e chiedere che vengano ripristinati a gran voce. In secondo luogo, grandi comuni, regioni e province dovrebbero dotarsi di almeno una unità di crisi permanente per fronteggiare i rischi naturali, coordinata da un disaster manager appositamente formato. Il costo di questa figura professionale, sconosciuta in Italia ma presente da anni all’estero, non è poi maggiore di una di quelle consulenze che gli amministratori continuano a foraggiare attualmente, anche in tempi di crisi. E una ragionevole decurtazione degli stipendi di consiglieri e assessori (almeno regionali) basterebbe e avanzerebbe. È poi ovvio che Roma non può avere gli spazzaneve di Stoccolma, né Genova l’Autorità di bacino del Po. Ma i mezzi possono essere resi disponibili da comuni vicini in cui quei rischi siano più frequenti o presi in affitto con opportune locazioni. E si può sempre imparare dalla marineria: le scialuppe di salvataggio delle grandi navi hanno equipaggi composti da figure che normalmente recitano altri ruoli, cuochi che diventano timonieri e camerieri che manovrano i comandi. Basterebbe formare chi ha altre competenze a muoversi nell’emergenza secondo compiti precisi ben assegnati: chi si occupa normalmente di cartellonistica può spalare la neve e chi sta negli uffici del servizio giardini spostarsi sulle strade quando serve.

A questo dobbiamo a aggiungere che i cittadini saranno meglio preparati se con regolarità partecipano a esercitazioni nelle scuole e negli uffici pubblici e se sanno dove andare. Inoltre una Protezione civile volontaria già assolve quasi tutte le funzioni emergenziali in tanti piccoli centri d’Italia. Con il rischio naturale dobbiamo convivere e non tutto si può prevedere, ma c’è bisogno di un atteggiamento culturale nuovo, che va costruito con pazienza da subito. Non arrangiato nell’emergenza confidando nella buona sorte.

La Stampa 11.02.12

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