attualità, politica italiana

"La mossa di Casini è abile, ma i costi della politica sono altri", di Stefano Folli

Come spesso accade, Pier Ferdinando Casini è un politico svelto di riflessi. La sua rinuncia ai privilegi spettanti agli ex presidenti della Camera vuole essere una «mossa del cavallo», come dicono gli scacchisti: un gesto imprevisto che coglie impreparati gli avversari e li spiazza. In questo caso non ci sono avversari, bensì una consuetudine felpata che data da tempo immemorabile, in base alla quale le regole che riguardano il funzionamento della Camera, comprese le guarentigie a cui hanno diritto i presidenti emeriti, sono affare interno di Montecitorio e dei suoi organismi. Che decidono senza clamori e di solito senza pubblicità. Un mondo chiuso, almeno fino a ieri.
Stavolta invece, sotto la pressione degli istinti anti-casta serpeggianti nel paese, la Camera ha fatto conoscere i suoi orientamenti per ridurre i privilegi degli «ex» (segreteria, autista con macchina di servizio, scorta eccetera). Ma si è trattato di un deliberato piuttosto complesso e controverso. I due «ex» che perderanno i loro attuali diritti al termine della legislatura sono Irene Pivetti e Pietro Ingrao, del quale ieri ricorreva il 97esimo compleanno. Quanto agli altri (Violante, Bertinotti, Casini, in futuro lo stesso Fini) godranno di un periodo transitorio di dieci anni, sempre a partire dal 2013. Quindi fino al 2023 il regime degli ex presidenti non dovrebbe mutare.

Qui Casini si è inserito con la sua mossa a effetto. In un certo senso, ha rotto un tabù. Di sicuro rende difficile al presidente della Camera e all’ufficio di presidenza fare finta di nulla, cioè ignorare il passo di un autorevole «ex», tuttora molto attivo sulla scena politica. La decisione potrebbe essere rivista. Oppure, ipotesi più pratica, gli altri ex-presidenti potrebbero vedersi costretti dalle circostanze a imitare Casini.
C’è un po’ di «fiera dell’ipocrisia» in tutto questo, come sostiene Violante? Probabilmente, sì. Ma siamo vicini alle amministrative e un po’ di spregiudicatezza conviene, specie su un tema delicato come i costi della politica. Tanto più che il presidente dell’Udc accarezza il disegno ambizioso di dar vita a un grande «rassemblement» centrista e terzopolista, capace di farsi largo fra i due grossi partiti in crisi, il Pdl e il Pd. Casini guarda a un’opinione pubblica allargata: non ha tempo per le sfumature e non si nega nemmeno un filo di demagogia.

Semmai la questione è un’altra. Il problema «costi della politica» non lo si affronta solo con questi strumenti. Tagliare i privilegi degli ex-presidenti delle assemblee legislative può essere moralmente consigliabile; in ogni caso è una concessione allo spirito dei tempi. Ma dal punto di vista economico, le misure della Camera e quelle del Senato portano benefici irrisori. I veri risparmi verrebbero da altri capitoli che però restano nel cassetto.
Non si parla più, ad esempio, di abolizione delle province. E nemmeno di accorpamento dei comuni minori. E ci si domanda che fine hanno fatto le promesse di rendere inespugnabili i bilanci dei partiti, visto che i flussi del finanziamento pubblico (in teoria abolito da un referendum sempre disatteso) sollecitano molti appetiti.

Temi che avrebbero potuto trovar posto nell’agenda del vertice a tre dell’altro giorno. Ma non è stato così. Peccato, perché qui si annidano gli autentici «costi della politica». Viceversa si preferisce guardare altrove. E togliere la segretaria a un signore di 97 anni.

Il Sole 24 Ore 31.03.12

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