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"Shakesperare e Dell'Utri", di Antonio Ingroia

Quale relazione esiste fra Dell’Utri e Shakespeare? Non è tanto la qualità di bibliofilo unanimemente riconosciuta a Dell’Utri, bensì una delle più fortunate commedie del grande drammaturgo britannico: Tanto rumore per nulla è infatti il titolo che si potrebbe dare alle furenti polemiche rovesciate contro i pm che hanno indagato e i giudici che hanno condannato Dell’Utri per concorso esterno mafioso. Furenti polemiche e accuse di persecuzione giudiziaria, spintesi fino alla proposta di bandire dal panorama giuridico con un colpo di spugna perfino la figura di reato del concorso esterno. Il tutto sulla base della sentenza della Cassazione che aveva annullato con rinvio la condanna inflitta a Dell’Utri dai giudici della Corte d’Appello di Palermo.
Inutili i richiami alla ragione di chi ricordava che sarebbe stato più prudente, per chi stava già santificando Dell’Utri, attendere la lettura della motivazione della sentenza. Inutile ricordare che l’annullamento con rinvio al giudizio di un’altra sezione della Corte d’Appello di Palermo non equivaleva affatto a una sentenza di assoluzione, perché altrimenti l’annullamento della condanna sarebbe stato senza rinvio, sicché sarebbe stata ben possibile un’altra condanna nel nuovo processo d’appello. La grancassa mediatica era partita inarrestabile. Gli italiani, come al solito, ne sono rimasti frastornati. E ora? Ora, c’è una sentenza di Cassazione che dice cose estremamente pesanti nei confronti dell’imputato Dell’Utri. Che riconosce essere stato adeguatamente provato il suo ruolo di costante sostegno e contributo alla mafia siciliana, avendo svolto negli anni un prezioso ruolo dimediatore,
per conto di Cosa Nostra, con Berlusconi, che per la Cassazione è accertato aver versato cospicue somme di denaro in favore della mafia proprio per effetto del ruolo di intermediario svolto da Dell’Utri. Che attribuisce, giustamente, grave valenza penale a queste condotte. Che restituisce legittimità alla figura del concorso esterno, come strumento principale per poter sanzionare in sede penale le condotte di sostegno e contiguità mafiosa come quelle di Dell’Utri. Che coglie la gravità di condotte del genere.
E che, per ragioni magari discutibilima legittime, censura la sentenza di condanna perché non l’ha ritenuta adeguatamente motivata in riferimento ad alcuni intervalli temporali in contestazione, ed in particolare quello in cui Dell’Utri aveva interrotto i propri rapporti con Berlusconi per lavorare alle dipendenze di un altro imprenditore, il siciliano Filippo Alberto Rapisarda, anch’esso in odor di mafia.
I giudici della Cassazione, quindi, si limitano, secondo la prassi dei giudizi di rinvio, a restituire gli atti alla Corte d’Appello di Palermo perché altri giudici della stessa Corte, possano rivalutare il materiale probatorio e nuovamente motivare la sentenza nelle sue parti lacunose. Che c’entra tutto questo con il presunto accanimento politico-giudiziario nei confronti di Dell’Utri e Berlusconi? Nulla: la sentenza dimostra esattamente
l’opposto. Che c’entra tutto questo con l’inutilità dello strumento del concorso esterno, nel quale, secondo alcuni soloni, «ormai non ci si crede più»? Nulla: i giudici della Cassazione dimostrano di pensare il contrario. Quali sarebbero le cantonate
prese dai pm e dai giudici di Palermo? Nessuna: anzi, l’impianto accusatorio ha retto, e la sentenza della Cassazione contiene passaggi assai più pesanti nei confronti dell’imputato della sentenza d’appello. Che diranno ora coloro i quali hanno strillato che la Cassazione aveva provato l’innocenza di Dell’Utri? Come giustificheranno la loro di cantonata? Non credo se ne prenderanno cura. Non si paga mai dazio per questo. E intanto, l’opinione pubblica viene sempre più disorientata dalla disinformazione imperante. Quando usciremo da questo tunnel? Difficile dirlo. Intanto, per mettere una parola fine a questa vicenda giudiziaria occorrerà almeno un altro giudizio d’appello ed un’altra sentenza della Cassazione. Ed è questa la vera sconfitta della giustizia e dello Stato italiano. È su questo terreno che occorre un vero intervento riformatore.

L’Unità 25.04.12

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