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"Il finanziamento della politica", di Gianluigi Pellegrino

La richiesta di arresto per Lusi giunge con spietata coincidenza con il desolante rinvio della discussione di proposte di riforma del sistema di finanziamento dei partiti. Certo si deve stare lontani dalla palude del populismo che è stantio non meno della partitocrazia; anzi l´uno e l´altra reciprocamente si alimentano, a volte persino si confondono in una miscela inquietante, come insegnano la storia degli ultimi vent´anni.
Ed allora per evitare di scivolare sul sentiero friabile delle emozioni collettive, diciamo subito che non c´è democrazia senza un sistema di finanziamento volto a garantire la “parità delle armi”. E però questo non è un finanziamento ma un corpo deformato, da tumori e metastasi che devono essere incisi ed estirpati già a legge vigente per dimostrare un minimo di buona volontà.E non è vero che gli strumenti non ci sono. E´ vero il contrario. E´ previsto che sotto la direzione dei due Presidenti delle Camere operi un organismo tecnico di controllo costituito da un Collegio dei revisori. E´ fuorviante affermare che si tratterebbe di un controllo meramente formale che lascerebbe senza rimedio proprio gli abusi più gravi e conclamati. Regole minime di interpretazione delle leggi escludono queste conclusioni. Del resto lo ha di recente scritto al Presidente della Camera, lo stesso Collegio dei revisori, chiedendo il nulla osta a controlli più efficaci e penetranti. Ma il Presidente della Camera non ha dato alcuna risposta alla richiesta dei revisori, limitandosi a girare la nota alla Commissione affari costituzionali in vista di future riforme. La commissione nella seduta del 4 aprile ne ha dato lettura e nessuno ha chiesto di intervenire….
Né può essere di decisivo ostacolo la prassi che in passato ha limitato le verifiche a profili esteriori e formali.
Le norme possono conoscere prassi applicative ora deboli, ora incisive in ragione delle esigenze che le diverse fasi storiche richiedono e con esse l´evoluzione della sensibilità del corpo sociale.
Peraltro i fondi afferiscono ai bilanci dei due rami del Parlamento e quindi ad un ambito dove i due vertici delle assemblee hanno senz´altro l´ampio potere di regolazione e di direttiva che i revisori sollecitano ad esercitare.
Né ha rilievo che Margherita e Lega addebitino ogni responsabilità ai propri tesorieri. Questi ultimi rappresentano i partiti nei confronti dello Stato, e quindi della loro condotta sono i partiti a rispondere salvo a rivalersi in un momento successivo. Ma questo sì resta un affare privato. Non le immediate responsabilità verso le casse pubbliche. Restituiscano allora quei partiti somme pari a quelle indebitamente destinate a patrimonio privato; poi avranno tutto il tempo di rivalersi su eventuali amministratori infedeli. I partiti sani dovrebbero essere i primi a pretenderlo. Lo stesso discorso vale per le assurde erogazioni disposte in favore dei partiti fantasma. Nessuna legge lo imponeva. Anzi. Anche qui allora c´è un immediato dovere di restituzione. Per non dire poi della evidente inaccettabilità di quella legge approvata di soppiatto che ha comportato dal 2008 al 2010 il raddoppio dei finanziamenti. E ora di gran fretta cancellata.
Non c´è quindi nessuna demagogia nel richiedere una terapia d´urto che preveda una rinuncia alle prossime rate, a parziale compensazione delle ultime indigestioni.
Poi a regime di tutto si può discutere, e dovrebbe pensarsi innanzitutto ad un finanziamento mediante servizi e che vada più sul territorio che nelle sedi centrali dei partiti altrimenti i candidati restano schiavi della necessità di cercare fondi privati.
Avremmo così un finanziamento che sarà facile e doveroso difendere. Ma se resta il mostro di oggi, malato e tumefatto presto o tardi non potrà che cadere di schianto anche per non aver risposto a questa nostra accorata chiamata. L´ultima.

La Repubblica 04.05.12

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Il gip chiede l´arresto di Lusi “Un predone, ladro di democrazia rubava per sé e per la carriera” di Carlo Bonini e Maria Elena Vincenzi

Sul carcere deve votare la Giunta del Senato: quasi tutti i partiti per il sì, solo il Pdl prende tempo. Scoperta anche la sottrazione di 1,3 milioni per l´attico a Roma, in tutto quasi 28 milioni. L´Affaire Lusi mette un punto. Che ne drammatizza processualmente la gravità e investe di responsabilità il Parlamento. Il gip Simonetta d´Alessandro ordina la cattura e la traduzione nel carcere di Regina Coeli del senatore ed ex tesoriere della Margherita, trasmettendo a Palazzo Madama gli atti necessari ad autorizzare o meno il provvedimento. Dispone gli arresti domiciliari per la moglie, Giovanna Petricone, e i due commercialisti Mario Montecchia e Giovanni Sebastio quali complici di Lusi nella sua stangata ai danni delle casse del Partito. Iscrive al registro degli indagati Diana Ferri e Paolo Piva, la prima collaboratrice del senatore, il secondo amministratore della “TTT srl.”, società utilizzata per pompare denaro dalla “Margherita”. Ridefinisce, su richiesta del Procuratore Giuseppe Pignatone, dell´aggiunto Alberto Caperna e del sostituto Stefano Pesci, i reati che ora vengono contestati, consegnando Lusi all´accusa di essere stato dal 2007 al 2011 «capo e promotore di un´associazione per delinquere finalizzata ad una appropriazione indebita pluriaggravata» ormai vicina ai 28 milioni di euro.
«UN VERO SACCHEGGIO»
Nelle 37 pagine della sua ordinanza, il gip consegna Lusi ad un giudizio di eccezionale severità. «I fatti ipotizzati – si legge – non sono gravi. Sono gravissimi. Esistono valori non suscettibili di quantificazione monetaria, che sono stati esposti a lesione dalle condotte accertate del senatore. Tutte connotate da un accentuato cinismo, da una sistematica riserva mentale (…) da un´attività di vero e proprio saccheggio (…) in una consapevole, programmatica indifferenza per i fini cui quel denaro doveva essere destinato: per la garanzia di effettività di strumenti essenziali per la dialettica politica». Il senatore, dunque, non è solo e soltanto «un Predone, animato da spinte compulsive». E´ un “ladro di democrazia”, perché «la manomissione del pluralismo dei partiti», quale è l´abuso del finanziamento pubblico, «è, sul piano ontologico, l´anticamera della svolta totalitaria».
«PERICOLO DI FUGA E INQUINAMENTO»
Da soli, sono argomenti definitivi per una condanna di merito e non necessariamente per una custodia cautelare. Che dunque, il gip, motiva così. «Lusi, nei suoi due interrogatori e nel contegno tenuto sin qui, ha usato termini intimidatori, lanciando messaggi e avvertimenti». «Ha usato i giornalisti, strumentalizzandone la funzione, alludendo a responsabilità altrui, rimaste poi senza seguito». Insomma, «ha continuato a inquinare il contesto dell´indagine». Persino quando ha chiesto l´incidente probatorio sui bilanci della Margherita, «insinuando all´interno del processo il sospetto che l´oggetto della prova sarebbe stato inquinato». Di più: «Ha mentito ai pm e se è vero che il diritto dell´imputato a tacere o negare la verità è sacro, questo non comporta la facoltà di accusare infondatamente terzi soggetti (Rutelli e l´ex vertice della Margherita sull´uso dei fondi del Partito ndr.)».
Né aiuta Lusi la sua condizione di senatore. «Uno status assai poco rassicurante in ordine alla genuinità della prova». E che per giunta renderebbe ancora più concreta, perché più agevole, la possibilità della fuga. «L´ingente provvista di denaro accumulata in Canada e l´origine italo-canadese della moglie Giovanna Petricone, che ha mantenuto oltreoceano solidi legami familiari, rendono per entrambi il riparo all´estero ancora più allettante».
«LO CHEF COLONNA E IL NERO».
Per altro, almeno due fatti nuovi sono lì a documentare – argomentano gip e pm – che «l´inquinamento della prova», la «dissimulazione della verità» e dunque la possibilità di muovere denaro di cui ancora non si ha un quadro definitivo (siamo a 28 milioni) sono continuati anche dopo l´ultimo interrogatorio del senatore (il 27 marzo), quello in cui si sarebbe risolto «a non tacere più nulla». Da allora, le indagini hanno infatti accertato 1 milione e 300 mila euro di “nero” per l´acquisto dell´attico e super-attico di via Monserrato (uno degli immobili acquistati con i fondi del Partito), nonché 30 mila euro sottratti alla Margherita per saldare lo chef Antonello Colonna, ennesimo tributo alla gola del senatore che sappiamo “debole” e scelto per deliziare il palato dei 200 invitati al suo matrimonio («Lo ricordo come un cliente ineccepibile», dice lui oggi).
«SOLDI PER LA CARRIERA O LA POLITICA»
Lusi non era solo. Circondato da una corte di familiari e famigli, quali i due commercialisti Montecchia e Sebastio (ex contabili della Margherita), quale l´amministratore della “TTT srl” Paolo Piva (la cui storia politica va datata a Rutelli sindaco di Roma e alla condanna della Corte di Conti per le consulenze d´oro, di cui fu percettore proprio con Lusi), l´ex tesoriere «è capo e promotore di un´associazione che non nasce per delinquere, ma decide di delinquere». «Come dimostra la preordinazione nella tecnica di sistematica manipolazione dei bilanci e rendiconti del Partito». Ma, soprattutto, come finisce per ammettere la moglie del senatore Giovanna Petricone, che interrogata dai pm, dice ciò che non dovrebbe. «Mio marito voleva investire in immobili per alimentare il futuro della sua carriera politica e mi disse che se la sua carriera fosse finita, il patrimonio sarebbe rimasto alla nostra famiglia».
LE SCELTE DELLA GIUNTA
Lusi, con il suo difensore Luca Petrucci, definisce l´ordinanza «un provvedimento abnorme», in cui «i diritti costituzionali di difesa vengono trasformati in esigenze cautelari» e ne annuncia l´impugnazione al Tribunale del Riesame. Ma un´altra partita, quella cruciale, si giocherà nella Giunta per le autorizzazioni e nell´aula del Senato. Dove Idv, Casini, Fli e lo stesso Pd hanno di fatto già annunciato un voto favorevole all´arresto. Resta sospesa la posizione del Pdl (Alfano, ieri, ha preso tempo, riservando una decisione alla «lettura attenta degli atti»). Anche perché legata all´altro giudizio pendente. Quello che deciderà mercoledì prossimo il destino del senatore De Gregorio, per il quale la Procura di Napoli ha chiesto Poggioreale insieme a Lavitola.

La Repubblica 04.05.12

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