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"Serve una risposta alla calamità sociale", di Chiara Saraceno

La tragica sequenza di suicidi di lavoratori e piccoli imprenditori che non hanno retto la vergogna di non riuscire più a provvedere ai propri cari, o di far fronte alle responsabilità nei confronti dei propri dipendenti, non è solo una somma di drammi individuali e familiari. E´ la spia che qualche cosa si sta rompendo irrimediabilmente nei patti privati e pubblici che tengono insieme il tessuto sociale. Per troppi uomini stanno venendo meno, o sono messe fortemente a rischio, le condizioni su cui basavano il rispetto di sé, il senso del proprio ruolo familiare e sociale. Essere in grado di provvedere alla propria famiglia fa parte del modo in cui è costruita l´identità maschile adulta nella nostra società. Si può discutere se questo sia giusto, se questa responsabilità non vada maggiormente condivisa. Ma non si può impunemente costruire un modello di società che dà per scontato quel tipo di modello, e poi minare la possibilità di realizzarlo, senza offrire alternative.
I suicidi dei piccoli imprenditori testimoniano anche di altri tipi di fratture. Nell´Italia della finanza allegra, degli imprenditori diventati finanzieri, dei partiti dai bilanci disinvolti, delle infinite discussioni sull´articolo 18 e dove sembra che la possibilità di licenziare sia la molla che farà ripartire l´economia, ci sono imprenditori che si sentono così responsabili del destino di chi lavora con loro da non riuscire a sopportare di non poter più pagare gli stipendi e dare lavoro ai propri dipendenti. E ciò che è più grave, molti di loro si trovano in questa situazione non perché hanno sbagliato strategia imprenditoriale, o perché non sono stati capaci di stare sul mercato, ma perché hanno crediti, spesso verso lo Stato, che non riescono ad esigere e perciò devono indebitarsi. Un circolo vizioso che alla fine li strangola.
Anche quando le cause possono essere individuate in circostanze oggettive, il suicidio, in ultima istanza, è sempre una decisione molto privata e per certi versi insondabile. Certamente non è una soluzione, salvo che per chi mettendo fine alla propria vita, si chiama, appunto, fuori. Per non parlare dello strazio di chi resta. Tuttavia, quando ci sono circostanze oggettive all´origine di una decisione così drammatica, esse interrogano anche le responsabilità altrui: lo Stato, il governo, il Parlamento. Le istituzioni non possono continuare a guardare la distruzione di fiducia che sta lentamente corrodendo la speranza e la voglia di vivere di troppe persone. Si è giustamente messa a fuoco la condizione giovanile come particolarmente importante, anche se neppure su quel fronte si vedono ancora iniziative incisive. Ma ci si è dimenticati di tutti quegli uomini e donne che, in età più matura, vedono messa a rischio la loro capacità di stare al mondo in modo adeguato e di far fronte alle proprie responsabilità. Anzi, è proprio su di loro che per lo più si scaricano i costi delle misure cosiddette anticrisi.
Sarebbe ora che lo Stato prendesse qualche iniziativa significativa per assumersi le proprie responsabilità di parte delle difficoltà che incontrano le imprese e soprattutto i piccoli imprenditori, soffocati dalla tenaglia di crediti inesigibili e debiti che non possono pagare. Una sospensione di parte o tutte le imposte per un certo periodo, per quelle imprese che sono produttive ma hanno problemi di liquidità potrebbe essere una prima strada. Lo si fa quando ci sono calamità naturali. Ma anche quella che stiamo vivendo è per molti, troppi, una calamità che va fronteggiata con strumenti adeguati e con tempestività.

La Repubblica 05.05.12

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