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"La nuova via dell'Europa nasce dai voti di protesta", di Bill Emmott

La democrazia è, essenzialmente, un meccanismo di controllo, di responsabilità. Dunque le elezioni sono l’occasione per esprimere la rabbia, per protestare, per punire chi è stato al governo nei periodi difficili. Il voto di oggi, in Francia, Grecia, Italia e Germania, così come le consultazioni locali il 3 maggio in Gran Bretagna, sarà principalmente un momento di protesta. Ma potrebbe anche costituire un punto di svolta.

La protesta non sorprende considerando che gran parte dell’Europa occidentale è alla sua seconda recessione nel giro di cinque anni, i disoccupati sono almeno un decimo della forza lavoro e la disoccupazione giovanile è al 30% in Italia e 50% in Spagna e Grecia.

E in particolare non sorprende perché c’è così poco in cui sperare o essere ottimisti. La politica dei governi dell’Eurozona è dominata dall’austerità fiscale, dalla riduzione dei deficit di bilancio attraverso l’aumento delle tasse e dalla riduzione della spesa pubblica. Per quei Paesi, come l’Italia, con un debito pubblico così ingente che i creditori non sono più disposti a finanziarlo salvo che non sia tagliato, l’austerità è inevitabile, ma garantisce recessione, disoccupazione e mancanza di speranza, almeno quando è l’unica politica e viene presentata come la sola strada percorribile.

Le politiche pubbliche dominate dall’austerità, il mantra sulla disciplina fiscale come unica direzione possibile, sono ciò che rendono le elezioni di oggi, in particolare quelle in Grecia e in Francia, un potenziale punto di svolta. La difficoltà nel prevedere ciò che porteranno, tuttavia, deriva dal fatto che la Grecia e la Francia potrebbero, potenzialmente, indirizzare l’Europa su nuove vie.

Le elezioni parlamentari greche sono importanti perché nel corpo dei 17 Paesi dell’Eurozona, la Grecia è la parte più malata, l’arto in cancrena. La sua economia è in recessione per il quarto anno consecutivo.
Nonostante i diversi massicci salvataggi finanziari e i grossi sconti sul suo debito pubblico da parte dei creditori privati, la Grecia con ogni evidenza continua a non riuscire ad affrontare il suo attuale livello di debito. Si dovrà scovare qualche nuova soluzione.

Come in tutte le elezioni europee oggi in Grecia i partiti estremisti e di protesta hanno buone prospettive. Ma mentre un largo consenso per il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo non trasformerà la politica italiana o cambierà le politiche del presidente Monti, molti voti agli estremisti greci, inclusa, soprattutto, l’ultra-destra dell’Alba d’oro, potrebbero trasformare la politica greca e il suo percorso se basteranno a fare sì che i due principali grandi partiti, Nea Demokratia e il socialista Pasok, non saranno in grado di avere la maggioranza in una coalizione.

Il modo più importante in cui tali soggetti potrebbero trasformare la politica greca è cambiare il rapporto di forze in Parlamento, orientandolo contro la prosecuzione dell’austerità e delle riforme, il che significa quasi certamente contro il proseguimento dell’adesione all’euro.

La maggior parte degli economisti privati hanno a lungo considerato che un completo default del debito greco sia più o meno inevitabile, ma hanno previsto che questo momento non sarebbe arrivato fino al 2013, quando l’austerità fiscale potrebbe essere progredita abbastanza da permettere al Paese di sopravvivere senza nuovi prestiti stranieri. Ma un voto di grandi proporzioni per i partiti estremisti oggi potrebbe avvicinare la data del default.
L’uscita della Grecia dall’euro sarebbe, a parere di questo commentatore economico britannico almeno, salutare per l’euro, così come è bene, per un corpo umano, se un arto in cancrena viene amputato. Ma, proprio come in un’operazione chirurgica, ci sarebbero rischi, in particolare il panico dei mercati obbligazionari e forse nuovi crolli tra le banche europee. Sarebbe un momento molto pericoloso.

Vale anche per la Francia se questo Paese oggi elegge come suo presidente François Hollande, il socialista? No, non nello stesso modo. A differenza del presidente Nicolas Sarkozy, il signor Hollande è un tipico membro dell’élite francese, educato in una delle sue «grandes écoles». Non sarà un pericoloso radicale. Ma la sua elezione potrebbe cambiare tutto il dibattito europeo sulla crescita economica.

Una vittoria di Hollande causerà, questo sì, qualche pericolo a breve termine. Questo deriva dal fatto che a giugno in Francia si terranno anche le elezioni generali parlamentari, e così il signor Hollande saprà quanto potrà essere forte il suo governo solo dopo il voto di giugno. Egli, in effetti, dovrà fare campagna elettorale ancora per un mese, nella speranza di influenzare i sondaggi e questo aumenterà l’incertezza che circonda l’Europa.

Principalmente, però, l’elezione di Hollande sarà importante perché promette di rilanciare o forse, per meglio dire, destabilizzare, le relazioni inter-governative centrali in Europa, che sono quelle tra Germania e Francia, prima di tutto, e poi tra questi due e gli altri grandi Paesi, il che significa Italia, Spagna, Paesi Bassi e, in modo più distaccato, Gran Bretagna.

François Hollande ha detto che vuole un nuovo accento sulla crescita e che per ottenerlo rinegozierà il trattato fiscale di dicembre. La questione che rimane da risolvere è cosa questo può e vuole dire. Non significa una modifica delle norme che disciplinano il deficit di bilancio e il debito: la Germania non accetterà un tale cambiamento e la Francia non avrebbe il coraggio di chiederlo. Ma potrebbe significare due altre cose.

Un «patto per crescere», come ha chiesto il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, può significare soltanto una combinazione di liberalizzazione del mercato e maggiori investimenti pubblici nelle infrastrutture. La liberalizzazione del mercato, sotto forma di un esteso e approfondito Mercato unico europeo, è quello che ha chiesto a febbraio Mario Monti nella lettera agli altri governi europei, firmata anche dal britannico David Cameron e da altri nove. Finora la Francia si è opposta e il signor Hollande ha fatto una campagna contro la liberalizzazione.

L’altro aspetto, e cioè gli investimenti pubblici, è possibile solo se i Paesi con buoni rating e bassi costi finanziari decidono di finanziarli. Questo dovrebbe essere fatto attraverso una grande espansione della Banca europea per gli investimenti, con capitali provenienti principalmente dalla Germania e da altri creditori.
Perché la Germania dovrebbe essere d’accordo? La prima risposta è che i tedeschi, come tutti gli altri, si rendono conto che la recessione protratta a lungo è politicamente pericolosa. Più a lungo si va avanti, più i partiti estremisti ne trarranno vantaggio. La seconda risposta è che se la Francia dovesse fare un patto con l’Italia e gli altri Paesi, e almeno appoggiare la liberalizzazione del mercato, ci sarebbe la possibilità di un ritorno: più investimenti pubblici in cambio di una riforma più strutturale, che i tedeschi dovrebbero approvare. In tali circostanze sarebbe difficile per la Germania bloccare una direzione completamente supportata da Mario Monti.

E la terza risposta è che anche la Germania andrà presto al voto, nell’autunno del 2013. Se per allora, la situazione economica europea sarà ulteriormente peggiorata, allora anche il Cancelliere Angela Merkel dovrà affrontare le proteste. I suoi partner di coalizione, i liberaldemocratici, sono praticamente morti come partito politico.
Nel 2013 la sua scelta di un nuovo partner cadrà sul partito dei Verdi o su una grande coalizione con il partito socialdemocratico, il principale movimento di opposizione. Lei allora sarà in una posizione più forte se sarà vista come chi ha davvero salvato l’euro e con esso l’economia europea. Le elezioni di oggi in Grecia potrebbero essere pericolose per questo progetto, le elezioni in Francia, lo metteranno in discussione, ma con la Francia, almeno, un accordo è possibile.

(Traduzione di Carla Reschia)

La Stampa 06.05.12

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“L´Effetto Europa, di BERNARDO VALLI

Benché esclusa dal finale, Marine Le Pen, leader del Front National, continua a pesare fino all´ultimo sulle elezioni presidenziali che si concludono stasera. Non lei, di persona, ma i suoi sei milioni e mezzo di voti, ottenuti da lei al primo turno. I quali sono adesso come un carico senza più ormeggi, sbatacchiato dalla collera, che può travolgere tutti i pronostici. Quella massa di suffragi rimasti orfani e incerti sulla nuova destinazione potrebbe creare la sorpresa. Vale a dire, tra poche ore, la riconferma di Nicolas Sarkozy alla testa della Quinta Repubblica.
Il presidente-candidato ovviamente ci conta. E sembra crederci. Non è uno che si dà per vinto nonostante il vento ostile che soffia nella Francia inquieta per la crisi, ma anche delusa o irritata dalla sua presidenza. Nel palazzo dell´Eliseo parte del personale si prepara a fare le valige. Non lo nasconde. Non crede nella sorpresa. Pensa che il nuovo inquilino sia in arrivo e quindi che il trasloco sia inevitabile. Nella stretta cerchia dei collaboratori invece non ci si arrende. Non si abbassano le armi, non si fanno le valige.
Tra i fedelissimi l´atmosfera è tesa ma la speranza non si è del tutto spenta. La cavalleria potrebbe arrivare in tempo. Per loro il risultato di stasera dovrebbe aggirarsi su un 50, 3 o su un 50,5 in favore di Sarkozy. Non è un miraggio ma il frutto di calcoli non tanto avventati. Dai quali si ricaverebbe un quoziente a tal punto in bilico da richiedere uno scrutinio minuzioso prima di arrivare a quello definitivo. Più in bilico di quello (50,8 %) che nel 1974 portò Valéry Giscard d´Estaing alla presidenza. Potrebbero non bastare gli exit-poll o le proiezioni. Il conteggio delle schede ritarderebbe in tal caso la proclamazione del vincitore. Venerdì, a Sables-d´Olonne, nella Vandea, parlando nell´ultimo comizio, il presidente-candidato ha detto ai suoi elettori che il risultato finale sarà deciso da una manciata di voti. L´appello, dettato da una volontà caparbia, è dunque: alle urne, popolo di destra.
Da settimane, anzi da mesi, con qualche effimero segno di ripresa del presidente candidato alla propria successione, François Hollande, lo sfidante di sinistra, è stato dato vincente dai pronostici basati su indagini d´opinione, che nelle ultime settimane sono state quotidiane. Dunque assillanti. Ma sul passaggio dalla democrazia d´opinione alla democrazia legale, dai consensi virtuali ai voti reali, pesa sempre l´imprevisto. Senza il quale il libero suffragio universale perderebbe valore. E l´imprevedibile in queste ore sono appunto gli elettori di Marine Le Pen al primo turno. Nicolas Sarkozy li ha corteggiati di comizio in comizio e adesso punta su di loro. Dove finiranno?
L´interrogativo vale anche per i tre milioni di elettori centristi, ottenuti da François Bayrou, sempre al primo turno, e adesso orfani. O in libera uscita. In queste ore sono in preda al dubbio. L´abbraccio di Sarkozy agli elettori di estrema destra li ha turbati, ma il discorso di sinistra di Hollande li ha lasciati perplessi. Marine Le Pen e François Bayrou non hanno dato consegne. Lei non vuole scegliere e voterà scheda bianca; lui ha scelto Hollande, senza condividerne il discorso. L´ambiguità di entrambi lascia senza guinzaglio gli elettori, che del resto non erano di loro proprietà. Per quel che riguarda il Front National erano spesso occasionali. Provvisori. Spinti dalla crisi. Dal domani incerto. E dalla conseguente rabbia contro tutti i supposti colpevoli: dall´immigrato al banchiere, dall´Europa al mondo senza frontiere protettive. Sarkozy calcola che gli incerti, tra lepenisti e centristi, sfiorino i sette milioni. E lui pensa che sia l´esercito della sua salvezza.
L´incertezza tiene in ansia, per motivi opposti, gli stati maggiori elettorali. Il progressivo assottigliarsi dello scarto tra i due candidati, ridotto a soli due punti stando ai consensi virtuali rilevati nelle ultime ore, dà ovviamente a Nicolas Sarkozy qualche probabilità in più di sperare in una sorpresa, vale a dire nella propria rielezione, che sembrava del tutto svanita. Una speranza che Le Monde definisce «folle». L´angoscia inquina invece l´euforia a sinistra, tra gli stretti collaboratori di François Hollande, che pensavano di avere già la vittoria in tasca. Tra di loro c´è chi attribuisce il calo dei consensi all´impegno di far partecipare gli immigrati alle elezioni amministrative. Avrebbe cambiato idea chi, avendo votato per Marine Le Pen, si accingeva a preferire Hollande a Sarkozy.
I più ottimisti, o avventati, sostenitori del candidato di sinistra avevano già festeggiato la sua elezione, brindando ai nuovi ministri socialisti. François Hollande si è ben guardato dal celebrarla in anticipo. Parlando venerdì sera, nell´ultimo comizio, a Périgueux, in Dordogna, ha invitato a non lasciarsi cullare dall´idea di una vittoria scontata. Dieci anni fa, nel 2002, pensando che sarebbe stato comunque ammesso al ballottaggio, gli elettori di sinistra disertarono le urne al primo turno, e Lionel Jospin, il candidato socialista, fu superato da Jean-Marie Le Pen, il padre di Marine, ed escluso dal finale delle presidenziali. Bisogna lavare quella vergogna ha detto François Hollande. Dunque alle urne, popolo di sinistra.
Drammatizzare il finale è una tattica adottata a destra e a sinistra. A destra si vuole evitare la rassegnazione, facendo credere che la sconfitta non sia scontata, malgrado gli insistenti pronostici l´abbiano annunciata. A sinistra si vuole evitare che prevalga l´idea di una vittoria scontata. Entrambi i candidati combattono l´astensione. E per mobilitare i loro rispettivi elettorati e conquistare gli indecisi nelle ultime due settimane hanno sfoderato argomenti che potrebbero avere effetti contrari a quelli auspicati.
Nel rincorrere gli elettori del Front national, Nicolas Sarkozy ha fatto della «frontiera» il tema centrale del suo discorso. Senza fissare i confini, senza difenderli, ha ripetuto nei comizi, in particolare a Tolosa, «non c´è nazione, non c´è lo Stato, non c´è la République, non c´è civilizzazione. «Tutto – il lavoro, la fiscalità, il mercato, la natura del capitalismo – dipende dalle frontiere. L´Europa deve fissarle, deve difenderle, al fine di filtrare l´immigrazione e proteggere i suoi prodotti. La sua Francia lo imporrà a Bruxelles e rinegozierà l´accordo di Schengen se sarà necessario.
Il discorso di Sarkozy ha assecondato gli elettori di Marine Le Pen che temono la mondializzazione e detestano l´Unione europea. Ma la brusca svolta a destra, che si è accentuata dopo il primo turno, ha suscitato proteste e perplessità nel suo stesso campo. Il presidente candidato ha escluso un´intesa col Front National ma ha quasi abbattuto il muro che i partiti democratici avevano eretto attorno al movimento xenofobo. Ha detto che Marine Le Pen è compatibile con la République (in questo caso traducibile con «arco costituzionale», espressione usata quando i neofascisti italiani ne erano esclusi). Poi ha negato di averlo detto, e ha sfumato le sue espressioni, ma non abbastanza per evitare il rigetto di molti elettori moderati.
Al momento del referendum sulla Costituzione europea, nel 2005, François Hollande e Nicolas Sarkozy si trovarono sulle stesse posizioni. Entrambi erano europeisti. Il presidente-candidato ha gettato alle ortiche, forse provvisoriamente, le convinzioni di un tempo. Si è rivolto alla Francia che poteva rieleggerlo e che sette anni fa non l´ascoltò e votò «no» al referendum. François Hollande ha invece sventolato la bandiera europea, tenendo con l´altra mano il tricolore, in uno dei grandi comizi parigini.
Ma si è soprattutto inserito nel dibattito europeo sostenendo la necessità di affiancare alle misure d´austerità concrete iniziative tendenti a promuovere la crescita. Si è impegnato ad andare, appena eletto, a Berlino per affrontare il problema con Angela Merkel. Dapprima voleva rinegoziare il Trattato sulla stabilità (il fiscal compact) preparato da lei, la cancelliera, e da Nicolas Sarkozy. Poi ha trovato una scorciatoia che faciliterà un compromesso, ossia l´aggiunta di un documento, affiancato a quel trattato. Cosi la campagna elettorale francese ha visto faccia a faccia il candidato della frontiera e il candidato dell´Europa.

La Repubblica 06.05.12

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“Il vento di Parigi può cambiare le scelte europee” di Guglielmo Epifani

Oggi i cittadini francesi sono chiamati a scegliere non solo il loro presidente della Repubblica ma anche il profilo delle scelte che peseranno nella grande crisi della zona dell’euro. La vittoria del presidente uscente Sarkozy significherebbe probabilmente una tendenziale continuità delle politiche economiche. Nel caso di vittoria di Hollande, invece, l’apertura di una fase nuova segnata da un più equilibrato rapporto tra linea di rigore e politiche per la crescita e gli investimenti. Depurata dagli eccessi tipici di ogni campagna elettorale questa resta la principale differenza tra i due leader e i due programmi. E così il risultato è atteso e vissuto in tutta Europa e in tutto il mondo. Sempre oggi si svolgeranno le elezioni legislative in Grecia, il Paese simbolo degli errori, delle approssimazioni e incongruenze della governance finanziaria monetaria e politica europea; e delle pesantissime conseguenze che si stanno abbattendo sull’occupazione, i redditi, le protezioni sociali. Qui l’attesa del risultato ha apparentemente un altro segno: la misurazione del grado di radicale rifiuto delle scelte che la Grecia ha dovuto accettare. E, di conseguenza, della possibilità della tenuta del quadro di governo, con il corollario prevedibile di una grande frammentazione della rappresentanza politica. Quello che unisce le due elezioni è che la crisi europea richiede da tempo una diversa responsabilità e una diversa politica. Non perché non ci voglia un programma di rigore e contenimenti dei deficit pubblici, ma perché senza una contemporanea azione di stimolo alla domanda la crisi corre il rischio di aggravarsi. In questo entrambe le elezioni hanno lo stesso riferimento obbligato: le politiche del governo tedesco e le conseguenze che il voto potrà avere sulle scelte della Merkel. Ogni tentativo per modificare o alleggerire la linea del solo rigore fiscale non ha portato a un vero cambiamento ma solo a parziali e modesti interventi di correzione. Anche i tentativi aperti nel Parlamento europeo rischiano di naufragare sotto il peso dei numeri delle destre, che pur non essendo compatte hanno però impedito un pronunciamento rivolto alla revisione della politica economica europea. Per questo è necessario che in Francia vinca Hollande. La legittimazione di un voto popolare in uno dei Paesi centrali dell’equilibrio continentale che chiede di cambiare non lascerà le cose come stanno. E anche tenendo conto del peso dei condizionamenti e dei compromessi che si renderanno necessari si aprirà una discussione nuova. E si potrà rafforzare anche il ruolo di Paesi come l’Italia che ha bisogno di far ripartire l’economia e può quindi spingere in questa direzione. D’altra parte non ci sono alternative. La crisi sociale è oltre il livello di guardia. Ogni elezione, compresa la Gran Bretagna, premia le forze di opposizione e quindi il cambiamento. Gli strumenti monetari della Bce hanno finito i propri effetti. Tanti osservatori ed economisti assistono sbigottiti a quello che sta avvenendo. E le classi dirigenti non sanno più cosa fare per evitare una crisi ed una recessione ancora più profonda. I cittadini, i lavoratori e i pensionati vedono ogni giorno di più aggravarsi le loro condizioni di vita e di reddito. Le diseguaglianze fondamentali aumentano. L’attesa per questo passaggio elettorale dunque è giustificata e anche i sentimenti, le paure e le speranze che accompagnano queste ore. Il voto di una nazione finisce per riguardare tutti. Ed è il nostro più grande paradosso comune: siamo cittadini con la stessa moneta ma non nello stesso Stato.

l’Unità 06.05.12

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