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«L'educazione digitale», di Federico Rampini

Da Harvard a Stanford, le grandi università americane si lanciano nei corsi sul web per conquistare i nuovi mercati degli studenti cinesi e indiani

Ti accorgi che qualcosa di grosso sta succedendo nell´insegnamento universitario quando due “gemelle rivali” della West Coast come la statale University of California – Berkeley e la privata Stanford si uniscono per un progetto comune. Ti sorprende ancora di più scoprire che la loro alleanza – il progetto Coursera – nasce all´insegna della “imprenditoria sociale”: offre corsi universitari online gratuiti, non profit. Clamoroso, visto che per i corsi tradizionali, nel suo paradisiaco campus qui nella Silicon Valley, Stanford può fatturarti fino a 60.000 dollari l´anno per un master in economia.
Le sorprese non sono finite: i corsi in formato digitale e interattivo su Internet non riguardano solo le discipline più remunerative su cui le superfacoltà americane hanno costruito la loro rendita – come l´informatica o il management – ma anche le scienze umane, la filosofia, la sociologia. Stanford e Berkeley sono spesso all´avanguardia, due poli d´innovazione la cui presenza nella Baia di San Francisco è cruciale per capire perché la Silicon Valley sia nata proprio qui. La tradizione di Stanford – formare giovani inventori che creano nei “garage di casa” le imprese destinate a modellare il futuro del pianeta – dura dai tempi di Bill Hewlett e Dave Packard nel 1935; prosegue con Sergey Brin fondatore di Google; arriva fino ai due ventenni creatori di Instagram acquisita da Facebook poche settimane fa per un miliardo di dollari.
La peculiare posizione di Stanford, a poche miglia dai quartieri generali di Apple, Google, Facebook, Yahoo, ne fa un laboratorio di esperimenti continui: fu la prima istituzione accademica ad accettare che la propria biblioteca (tre milioni di volumi) venisse riprodotta in formato digitale da Google.
Ma ora Berkeley e Stanford non hanno il monopolio del nuovo progetto. Dentro la società non profit Coursera hanno come partner delle prestigiose concorrenti della East Coast come Princeton e University of Pennsylvania. Soprattutto, in quella che il New York Times definisce “la Battaglia dei Titani”, si muove un progetto parallelo e rivale lanciato da Harvard con il Massachusetts Institute of Technology (Mit): si chiama edX, anche questa è una società non profit che offre corsi online gratuiti nel mondo intero. E fin dalla nascita ha già 60 milioni di dollari di fondi. Il presidente di edX è una celebrità accademica, di origine indiana: lo scienziato Anant Agarwal, già direttore del laboratorio di informatica e intelligenza artificiale al Mit. Proprio il Mit ha già raccolto i primi successi nell´istruzione avanzata online: da due mesi offre il corso Circuiti ed Elettronica a 120.000 studenti nel mondo intero. Chi arriverà fino alla fine, superando gli esami online, riceverà un voto e un certificato di master, anche se per adesso questi diplomi non sono “trasferibili” per l´iscrizione ai corsi tradizionali del Mit. La concorrenza californiana non è da meno: qui a Stanford il docente di informatica Sebastian Thrun sta concludendo il suo primo semestre di insegnamento a 160.000 studenti in Artificial Intelligence: senza avere mai “incontrato” fisicamente uno di loro in un´aula universitaria.
Si può avere l´impressione di un déjà vu. La Columbia University fece il primo esperimento di istruzione online nel 2001 per concluderlo due anni dopo in un fiasco. Stanford in collaborazione con Yale e Princeton lanciò il progetto All Learn nel 2003 e lo mise in soffitta nel 2006. Ma in termini di tecnologie, stiamo parlando di un´èra geologica fa… Oggi è migliorata in modo prodigioso la possibilità di unire video e audio nei corsi, di esaltare l´interattività tra prof e studenti, di offrire moduli flessibili. Del resto perfino nell´insegnamento “tradizionale” si è dilatato l´uso di supporti digitali per prolungare l´interazione docente-studente. Le Business School del mondo intero, inclusa la Scuola di direzione aziendale della Bocconi in joint venture con l´Esade di Barcellona, offrono dei “moduli” che abbinano il seminario in aula e poi un seguito di settimane di scambi online fra prof e allievi.
Stanford e Berkeley, Harvard e il Mit sono consapevoli che stanno muovendo i primi passi su un terreno ancora più rivoluzionario: «Tra cinque anni – dice il rettore di Harvard Alan Garber – scopriremo di essere approdati a soluzioni diverse da quelle che immaginiamo ora». Il suo collega Lawrence Bacow, autore di un rapporto sull´istruzione digitale che ha attirato l´attenzione di Barack Obama, è certo che «l´insegnamento online diventerà permanente, e non farà che migliorare». Un salto di qualità è già evidente nell´eccellenza delle istituzioni coinvolte. Sembrano lontani i tempi in cui le facoltà su Internet erano nomi di serie B. Quello era il modello della University of Phoenix: una scorciatoia per ottenere un pezzo di carta agli studenti che non avevano superato le prove selettive per le facoltà migliori. Ora stiamo entrando in una dimensione diversa. «C´è uno tsunami in arrivo», sono le parole del presidente di Stanford, John Hennessy. Una grande firma del giornalismo americano come Ken Auletta, specialista di tecnologia e informazione, dedica un lungo reportage sul New Yorker, a quel che bolle in pentola qui tra i “rivali” della West Coast. L´interesse di Obama si spiega: le nuove iniziative offrono un trampolino di lancio per estendere al mercato globale la supremazia dell´accademia americana. Cina e India sono tra gli obiettivi. Non deve trarre in inganno il fatto che queste attività nascano come non profit, e offrano corsi gratuiti. L´importante è costruire “piattaforme” tecnologiche, sperimentare i metodi didattici più validi: il business nascerà quando centinaia di università cinesi e indiane, brasiliane e russe, o perfino nella vecchia Europa, dovranno venire qui a bussare alla porta di Stanford, Berkeley, Harvard e Mit, per l´accesso a innovazioni indispensabili. David Brooks sul New York Times enumera le prevedibili obiezioni e resistenze. Eccole. «L´università online impoverisce quel rapporto umano e quell´esperienza comunitaria che è alla base dell´apprendimento? Sarà il trionfo delle materie tecniche ed economiche, e il tramonto definitivo degli studi umanistici? Avremo generazioni di studenti incapaci di immergersi in letture profonde, allenati solo a scorrere rapidamente Internet? Emergeranno pochi professori-star, celebrità che venderanno i loro corsi a milioni di studenti emarginando il resto del corpo docente? Quanto si perde nell´interazione tra prof e studente se non c´è lo scambio di sguardi, il tono della voce, la gestualità in un´aula fisica?».
Sono obiezioni a cui i progetti edX e Coursera dovranno dare una soluzione. Le risposte iniziali sono incoraggianti, se si guarda a esperimenti già avviati come il corso di robotica che Sebastian Thrun (Stanford) insegna online a centinaia di migliaia di studenti. Primo vantaggio: Internet consente di elevare a un “multiplo” la popolazione studentesca che avrà accesso ai migliori prof del mondo. Secondo: le tecnologie digitali contrariamente alle apparenze possono essere più “umane” perché lo studente si modula tempi e dosi di apprendimento secondo le sue capacità, non è costretto a subire i ritmi decisi da altri, può “tornare indietro” e ricominciare daccapo finché non ha assimilato. Infine non è vero che questo segni la fine del rapporto tradizionale prof-studente: il corso online può essere la base di partenza, che consente ai docenti di concentrarsi sul “dopo”, cioè il dibattito, il commento critico, i progetti di ricerca in squadra. Il Department of Education dell´Amministrazione Obama ha davanti a sé un rapporto, Mastery Learning, dai risultati significativi: se in una clsse tradizionale il 50% degli studenti supera il livello di sufficienza al primo colpo, nell´equivalente online i promossi salgono all´84%.

da La Repubblica

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“Ma anche l´Europa è competitiva il futuro si chiama Erasmus online”, di Elena Dusi
Francesco Profumo, ministro dell´Istruzione, dell´Università e della Ricerca

«È come il passaggio dal manoscritto al libro stampato». Francesco Profumo, ministro dell´Istruzione, dell´Università e della Ricerca, paragona la diffusione dell´istruzione interattiva all´invenzione di Gutenberg: «Un balzo in avanti dell´educazione. Un metodo democratico per allargare la base del sapere e selezionare meglio i giovani».
Gli Stati Uniti stanno esplorando una frontiera. Da noi qual è la situazione?
«I primi progetti di insegnamento online in Italia risalgono a una ventina d´anni fa. Ma credo che un´iniziativa di portata simile a quella americana debba raggiungere almeno una dimensione europea per poter funzionare bene. Il punto di partenza esiste già: è il progetto “Erasmus for all” previsto dall´ottavo programma quadro. E in fondo è naturale che ci si ispiri all´iniziativa Erasmus: forse la più efficace di tutte nel formare l´Europa dal basso. Milioni di studenti hanno passato sei mesi o un anno studiando all´estero. Quando tutto iniziò, circa vent´anni fa, le università europee non si parlavano quasi. Poi hanno introdotto dei crediti comuni, si sono creati dei ponti. È naturale che tutto questo abbia uno sbocco anche online».
Ma qual è l´obiettivo dell´insegnamento interattivo attraverso Internet? Le stesse università americane ammettono di essere ancora alla ricerca della formula giusta.
«Uno degli obiettivi è allargare il bacino degli studenti. Alcuni corsi online negli Usa hanno registrato 120mila iscrizioni, e 20mila studenti hanno superato i primi esami. Sono numeri enormi. E ricordo che quando il Mit iniziò a muovere i primi passi in questa direzione – mettendo a disposizione di tutti i materiali dei suoi corsi undergraduate – si proponeva esattamente questo: creare un bacino di studenti molto ampio dal quale poter selezionare i talenti migliori. Chiunque, in ogni angolo del mondo, aveva l´opportunità di ricevere una formazione targata Mit e di poter competere con gli studenti iscritti ai corsi tradizionali».
La qualità della didattica è equivalente a quella tradizionale?
«La didattica è garantita dall´ateneo. Gli studenti si iscrivono perché hanno voglia di mettersi in gioco. La tecnologia è migliorata moltissimo grazie ai siti di interazione online. E la possibilità che un gruppo di studenti ha di interagire con il proprio professore su una pagina wiki non è inferiore a quella di una tradizionale lezione de visu. Se anche rimarranno degli studenti che imparano poco, i numeri degli iscritti sono talmente grandi da garantire comunque un guadagno in termini di diffusione delle conoscenze».
Un titolo online potrà mai avere valore legale?
«Anche gli americani assegnano solo un certificato ai loro studenti online, non dei crediti veri e propri. E non mi sento in grado di esprimermi sulla validità dei meccanismi di valutazione. Ma pensiamo a tutti gli adulti che avrebbero la possibilità di proseguire la loro formazione anche dopo aver completato i loro studi tradizionali. È un sistema in formazione, le incognite non mancano. Ma le potenzialità sono enormi».

da La Repubblica

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