attualità, memoria, politica italiana

"Niente ritardi. La sfida democratica si vince con l'unità", di Guglielmo Epifani

Come era stato per Ezio Tarantelli prima e con Marco Biagi dopo, il terrorismo tornava a colpire persone inermi, validi studiosi che nella loro attività pubblica svolgevano un ruolo di raccordo e di elaborazione attorno a delicati provvedimenti giuridici ed economici. Ogni anniversario di queste ed altre vittime del terrorismo non è mai stato soltanto un doveroso atto di memoria e di rispetto verso chi ha pagato con la vita il proprio spirito di servizio per il Paese e le sue istituzioni Ha sempre rappresentato, insieme, anche l’espressione della volontà di continuare a vigilare per prevenire ogni possibile forma dell’uso della violenza e del terrorismo, nella coscienza dell’assurdità e inaccettabilità dei suoi metodi e delle sue finalità. Il ferimento del dirigente dell’Ansaldo a Genova ad opera della federazione anarchica internazionale, riporta tutto il Paese dentro quella cappa fatta di interrogativi, attese, preoccupazioni che si sperava messa definitivamente dietro le spalle. Ci si chiede giustamente di fare luce sulla natura e l’identità del nuovo terrorismo, dei suoi collegamenti internazionali, soprattutto con gli ambienti eversivi operanti in Grecia; si studiano le modalità, il linguaggio ed i contenuti della rivendicazione, mettendoli a raffronto con quelli vecchi. Si discute del clima sociale che la crisi provoca e del suo rapporto con il ricorso alla violenza. Da parte del governo si stanno studiando tutte le misure da prendere per prevenire altri atti e cercare di saperne di più degli ambienti e dei personaggi che gravitano attorno alle sigle che hanno rivendicato l’agguato. Proprio perché il quadro è questo occorre però da subito dire alcune cose, non dirne altre, e soprattutto fare. Innanzitutto è logico e anche necessario rendersi conto della portata relativamente nuova di questa forma di terrorismo, che per molti versi sembra molto diversa da quella conosciuta in Italia. Ma non si può discutere né la pericolosità né la gravità di quello che rappresenta. La novità semmai ne accentua la forza e la portata eversiva, e anche la difficoltà di riorientare indagini e prevenirne le azioni. I primi atti di questo tipo risalgono al 2003, in un contesto sociale ed economico molto diverso dalla drammaticità della crisi di oggi. Si sono poi susseguiti con regolarità costante e con modalità da violenza per così dire misurata. Eppure, forse proprio per questo, nulla o poco si è potuto scoprire e disvelare. Perché questo? Per sottovalutazione? O per superficialità? Per la portata ristretta delle azioni compiute? In ogni caso, da oggi non è più tollerabile alcuna forma di ritardo. E prima ancora che di mezzi eccezionali serve tornare all’investigazione efficace e coordinata sugli ambienti e le reti di collegamento. La stessa questione del rapporto tra la scelta della violenza e la crisi sociale in corso va usata con attenzione e senza approssimazioni. Non è la crisi all’origine di questa rete eversiva ma percorsi e ideologie che risalgono almeno a 10 anni fa. Ma la crisi può essere usata per intensificare le azioni o allargare le complicità. E questo pone a tutti il dovere della nettezza dei giudizi e l’assenza di qualsiasi forma di giustificazione. La decisione dello sciopero nelle aziende del gruppo di Finmeccanica e i presidi dei lavoratori di fronte ai propri luoghi di lavoro rappresentano la prima e importante risposta che andava data, a partire da Genova, città dove per giovedì prossimo è prevista una grande manifestazione contro la violenza ed il terrorismo. In un tempo segnato dalla difficoltà di tenuta di tanti corpi di rappresentanza e di fragilità di una parte del sistema politico ed istituzionale, e nel cuore di una crisi che sembra aver cancellato razionalità ed efficacia nel governo dei processi economici e monetari e indebolito la funzione decisionali della politica e delle responsabilità di governo, la sfida alla democrazia la si vince con la partecipazione e con l’impegno diretto di ognuno. Nel presidio di Genova la risposta alla violenza si univa alla preoccupazione per il futuro dell’azienda e della occupazione. Finmeccanica è un’azienda strategica per il Paese. Le decisioni che si stanno prendendo possono avere ricadute pesanti. Qui forse davvero è il caso che governo e Parlamento intervengano e si ascoltino le ragioni del sindacato.

l’Unità 15.05.12

Condividi